Tutte le fiabe che parlano di "infanzia"
La più completa raccolta di fiabe, favole e racconti brevi che parlano di "infanzia", tra le migliaia inviate da tutti gli autori di "Ti racconto una fiaba".
La vecchina
C’era una volta una vecchina che abitava in una vecchia casa di un vecchissimo quartiere al di là del fiume. E anche lei era così vecchia ma così vecchia ma così vecchia che, se si fosse ricordata di festeggiare il compleanno, per ospitare tutte le candeline ci sarebbe voluta una torta grande come la ruota di un mulino.
Era così vecchia ma così vecchia che le rughe sul suo viso erano più numerose delle foglie di una quercia e il suo corpo, da quanto era storto sembrava sempre spinto da una folata di vento
Tutte le mattine la vecchina si alsava dal letto con grande fatica e grande fracasso di ossa che scricchiolavano e si lamentavano e poi andava nella cucina della sua vecchia casa per prepararsi una tazza di tè che beveva inzuppandoci dei vecchi biscotti.
Nonno Mario
Il signor Mario è veramente un super nonno. I suoi nipotini Giada e Michele gli vogliono un mondo di bene, e passano insieme a lui interi pomeriggi spensierati e creativi. I piccoli, dopo aver finito i compiti, si fiondano nella stanza del nonno e insieme giocano fino a sera, quando la mamma ritorna a prenderli da una giornata di lavoro.
-Nonnino, che storia ci racconterai oggi? –esclama Michele già entusiasta.
-Sarà bella come quella del gattino di ieri? – dice Giada.
Nonno Mario ci pensa un attimo, poi, come per magia, estrae dal suo cappello color grigio un cartoncino e lo legge.
-Ora vi racconterò la storia di un coniglietto chiamato Carotino- fa il nonno. Mentre la racconta, i due bambini lo fissano con la boccuccia aperta, appoggiati alle sue gambe, bene attenti a non perdersi nemmeno un pezzettino della storia.
Quando invece Giada e Michele sono un po’ agitati, nonno Mario tira fuori da un vecchio cassetto una tovaglia color zafferano e l’appoggia sul grande tavolo di legno del salotto.
La favola dell’infanzia senza gnomi o principesse
Chi sorride è punito, l’uccello che crea lo stormo perché con gli altri cerca la libertà, bisogna spaventarlo, che si disperda tra le nuvole.
Un raggio di sole, è un illusione.
La nebbia, un sogno bianco, sfumato.
La pioggia, una immensità di lacrime, e così chiudono i Luna Park.
Se fossimo aquile ce ne guarderemmo bene dall’essere uomini, ma bambini sì, ne vale sempre la pena.
Le regole del mondo
Martina è una bambina di dieci anni, frequenta la scuola elementare e comincia a leggere speditamente e a fare i conti con profitto.
Le sue giornate sono scandite dalle regole che la sua famiglia le ha dato e lei ci si trova bene: le accetta e vive la sua giornata con pieno interesse e partecipazione.
La sera ripensa a ciò che ha fatto in classe con la maestra ed i suoi compagni e viene colta da un impeto di gioia: il mondo è come un enorme parco giochi dove lei può girare a piacimento a patto che segua le regole che le sono state date.
Vent’anni dopo Martina è la top-manager di un’industria chimica che produce fitofarmaci per l’agricoltura. I suoi obbiettivi sono quelli di aumentare la penetrazione dei prodotti dell’industria per cui lavora nel mercato europeo e nord-americano.
Voglio guardare in faccia la luna
La sua stanza era piena di giochi.
Ce n’erano per tutti i gusti e di tutte le fogge: bambole e bambolotti, lavagne e gessetti colorati, chiodini di plastica, pentole e fornelli, …ma ciò che più la divertiva era andare sull’altalena.
Questa passione era nata in Federica fin dai primi mesi di vita, quando la nonna, portandola al Villaggio della Gioia a vedere le caprette e gli agnellini che pascolavano, si soffermava con lei nel parco per godersi l’aria salubre dei pini.
La piccola le si aggrappava stretta strettae insiemesi abbandonavanoal rilassante dondolio dell’altalena. Quando poi giungeva il momento di andarsene,Fefè – così veniva soprannominata familiarmente Federica – cominciava a frignare, per poi sbottare in un sonoro pianto, allorché la nonna la sedeva nel passeggino per riportarla a casa.
Piccolo Uomo e Grande Vecchio: la domanda
Piccolo Uomo era salito sulla Montagna Più Alta e finalmente era di fronte al Grande Vecchio della Terra.
«Ciao, Grande Vecchio» disse Piccolo Uomo. «E’ tanto che cammino e le mie gambe non mi reggono più. Ma il mio problema è enorme e solo tu mi puoi aiutare».
«Davvero?».
«Certo. Giù in città, tutti dicono che sono un bambino e che debbo imparare. Se faccio domande, si irritano: mi rispondono che un giorno capirò e che adesso non è il momento di sapere. Che quando sarò cresciuto, e finalmente sarò uomo, avrò tutte le risposte che cerco. Ma io voglio crescere adesso. E non voglio diventare un uomo. Voglio diventare come te».
«Come me?» domandò il Grande Vecchio.
«Sì, come te» rispose Piccolo Uomo.
«E come sarei io?» domandò il Grande Vecchio.
Origami per amore
Ogni mattina Yuki, un bambino giapponese, si guarda allo specchio per ore prima di uscire di casa.
Vuole essere bello per Zoe, la sua compagna di scuola con gli occhi color savana.
Zoe ama disegnare e durante le lezioni riempie il quaderno di leoni, giraffe ed elefanti.
Yuki sogna di sposarla e di andare a vivere in Africa, dove Zoe potrebbe ritrarre tutti gli animali dal vivo.
Per farla innamorare decide di fargli trovare ogni giorno, sul suo banco, un animale fatto di carta con all’interno una piccolo pensiero.
Tutte le mattine Zoe sorride davanti a quel dono misterioso.
La piccola Annie // Il piccolo e il grande tesoro
Qui tutti i racconti della serie “La piccola Annie”.
“Oh, quanti ricordi in queste piccole cose!” disse Annie, spolverando gli ormai cadenti cassetti dell’armadio della soffitta. Questa é la chiave di quella cassa in cui trovai Lem, questo è il mio vestito di Sherlock Holmes, alla ricerca del ladro di biscotti, questa è la prima moneta che ebbi in regalo dai miei genitori e questo è il vecchio collare di Briz. Ricordo ancora quando cercai di metterglielo al collo, ma ebbe timore e si scostò di scatto. Sarà per caso allergico ai collari?!…” rise con un po’ di presunzione Annie.
“Comunque sono sempre le mie cose più care, devo averne molta cura e trovare al più presto un posticino sicuro. Credo proprio che al mio piccolo tesoro aggiungerò questa pipa di papà e questa collana di coralli della mamma” disse sorridendo la birichina “guai se lo sapessero!”. Poi rimise a posto le sue cose. Quasi,quasi, vado a vedere cosa fa quella dormigliona di Charol!- si domandò Annie e varcò l’uscio della stanza di sua sorella.
L’odore del sole
Con l’età i ricordi lontani affiorano, è pura verità, sta succedendo anche a me infatti ricordo l’odore de sole che percepivo nell’ora della siesta, obbligata, quando ero bambina sfollata in Piemonte.
Mentre aspettavo l’ora di sgattaiolare fuori seguivo il raggio di sole che entrava dagli scuri accostati da mia mamma, che pensava dormissi, invece rilassatissima odoravo il sole che mi portava odore di polvere pulita formata dalla terra frantumata dagli zoccoli dei buoi passati al mattino, quando la terra era ancora umida dalla notte mentre le ruote del carro l’incidevano profondamente formando un binario dal fondo e pareti lisce, lucide.
Ancora odoravo il mio raggio amico che mi portava odore del vecchio legno degli scuri riverniciati decine di volte e ormai irrimediabilmente screpolati e ruvidi come la pelle di un elefante sotto il sole e per ultimo, battendo il mio raggio sul materasso riempito di foglie secche delle pannocchie del granturco, emanava pure quello un odore di caldo sole estivo.
La bambina che visse due volte
Berenice era una dolce e fragile bambina dai lunghi capelli biondi.
I suoi occhi chiari e vispi osservavano il mondo, colorato e sempre mutevole, dall’enorme finestra della sua camera grigia.
La poveretta, infatti, era costretta a rimanere chiusa in casa per via della madre, la signora Fearful, ossessiva e iperprotettiva che temeva costantemente per la salute della figlia.
Berenice, fin dalla nascita, non era mai uscita dalla sua casa.
Viveva in una villa coloniale costruita sulla grande rupe a picco sul mare nelle vicinanze di Sand – Dunes, piccolo paesino di campagna.
Alla povera bambina non era concesso nemmeno di giocare nell’immenso giardino circostante la casa.











