15Apr
2013
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La bambina che visse due volte

Fiaba di: francesco

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La fiaba

Berenice era una dolce e fragile bambina dai lunghi capelli biondi.

I suoi occhi chiari e vispi osservavano il mondo, colorato e sempre mutevole, dall’enorme finestra della sua camera grigia.

La poveretta, infatti, era costretta a rimanere chiusa in casa per via della madre, la signora Fearful, ossessiva e iperprotettiva che temeva costantemente per la salute della figlia.

Berenice, fin dalla nascita, non era mai uscita dalla sua casa.

Viveva in una villa coloniale costruita sulla grande rupe a picco sul mare nelle vicinanze di Sand – Dunes, piccolo paesino di campagna.

Alla povera bambina non era concesso nemmeno di giocare nell’immenso giardino circostante la casa.

Così le stagioni si alternavano, di anno in anno, cambiando i colori degli alberi, dei fiori e dell’erba sempre carezzati dalla brezza marina con Berenice che era sempre lì, alla finestra, a guardare, come un quadro incantato, quello scenario così affascinante che non poteva né toccare, né respirare.

L’enorme magione aveva ventiquattro stanze su due livelli congiunti da una scala padronale in marmo scuro, e due scale di servizio agli estremi lati della casa.

Gli ambienti si dividevano in questo modo: due cucine, tre saloni, due sale da pranzo, cinque bagni, una lavanderia, otto stanze da letto (due padronali, due per gli ospiti, quattro della servitù), uno studio con biblioteca, la veranda e la mansarda.

Il povero padre di Berenice morì una settimana dopo la sua nascita, e la madre da quel momento, per paura di perdere anche la sua adorata figlia, si convinse che l’unico modo per proteggerla era di tenerla chiusa in quella casa – museo.

Le cameriere e la governante avevano l’obbligo di sorvegliare Berenice in ogni istante della giornata: non dovevano farla affaticare.

L’ossessione della signora Fearful era così forte che, negli ultimi anni, aveva proibito a Berenice addirittura di suonare il maestoso pianoforte, collocato nel salone principale, per preservare le dita delicate della povera bambina.

Non potendo andare a scuola, un maestro, fidato conoscente della madre, veniva tre giorni a settimana per educarla in tutte le materie.

Le lezioni si tenevano nello studio che aveva nella sua biblioteca oltre 1000 libri, lascito del defunto padre.

Berenice li aveva letti tutti.

In quel luogo, difatti, passava la maggior parte della giornata, e i manoscritti erano il suo unico contatto con la realtà del mondo.

Non aveva amici, né amiche, né aveva mai incontrato un altro bambino.

Nel pomeriggio si poteva vederla passeggiare in tondo nella veranda mentre sorseggiava un tiepido tè.

Un giorno la più anziana delle cameriere, la signora Oldage, ultimati gli anni di servizio, lasciò il suo incarico raccomandando alla padrona di casa di assumere la nipote Hope, brava e ottima lavoratrice.

L’unico neo, se così si può dire, è che la ragazza aveva una figlia coetanea di Berenice.

La signora Fearful dapprima rifiutò categoricamente di prendere a servizio la giovane ragazza, poi invece dovette ripensarci: in fondo era meglio prendere a servizio una persona parente della precedente – fidata – cameriera, piuttosto che una completa sconosciuta.

Accettò, dunque, di assumere Hope a una condizione: la figlia non avrebbe dovuto aver alcun contatto con Berenice.

Questo comportò un’altra limitazione di spazio per la triste bambina.

Da lì in poi Berenice avrebbe avuto libero accesso solo ed esclusivamente alla cucina, alla sua camera, a un solo bagno, allo studio e alla veranda.

Hope e sua figlia furono sistemate nella stanza che fu della zia, e qui la signora Fearful commise il suo primo errore da anni.

La signora Oldage, infatti, aveva a cuore la situazione di Berenice e aveva calcolato tutto.

Era sicura che la nipote avrebbe occupato la sua vecchia stanza la quale aveva il muro corrispondente con quella di Berenice; e sapeva anche che nessuno, all’infuori di lei, era a conoscenza del fatto che dove ora vi era l’armadio a muro, un tempo si apriva un arco comunicante tra le due stanze.

Anni dopo i lavori, l’anziana cameriera aveva scoperto che la parete interna dell’armadio era costituita da sottili pannelli di legno di cui due ormai avevano evidenti crepe.

La speranza della signora Oldage era che la sua piccola pronipote potesse di nascosto andare – attraverso il passaggio – nella stanza di Berenice così da aiutarla finalmente a vivere una vita normale.

Aveva detto a Hope di spostare il mobile nella camera di Berenice che copriva le crepe del muro, in modo da poter permettere alla figlia di passare in segreto da una stanza all’altra.

La scusa era di cambiare l’assetto della camera per ricavare più spazio.

Così avvenne.

Una sera, Berenice, mentre leggeva un libro di Sir Walter Scott, seduta alla scrivania con le spalle al camino, avvertì dei rumori provenienti dal muro.

Non ci fece più caso del solito, la casa era vecchia e piena di scricchioli.

All’improvviso, però, sentì un forte rumore, si voltò di scatto e vide due assi di legno sollevarsi e una figura minuta venir fuori.

Non ebbe nemmeno la forza di gridare, tanto lo spavento.

Si alzò di scatto e arretrò verso la grande finestra con gli occhi spalancati e fissi su quella che sembrava una ragazzina dai lunghissimi capelli neri.

Dopo essersi pulita la veste bianca ricamata dalla polvere, con voce bassa ma risoluta disse – Ciao Berenice! Non spaventarti Berenice! Mi chiamo Liberty… –

– Sei un fantasma? Perché mi terrorizzi? – la interruppe la povera Berenice, ansimando e con voce tremante, stringendosi sempre di più contro l’anta della finestra.

– No! Non sono un fantasma! Sono una bambina in carne ed ossa come te! – esclamò Liberty, mentre a piccoli passi s’avvicinava verso Berenice – Sono la figlia di Hope, la nuova cameriera. Toccami il viso, le braccia, stringi le mie mani, non aver paura, non sono qui per farti del male. –

– La nuova cameriera? – disse Berenice – Quella che ha sostituito la signora Oldage? –

– Sì Berenice, proprio lei. E la stanza affianco alla tua è la camera che divido con mia madre. –

– Ma come hai fatto ad attraversare il muro? – chiese stupita Berenice.

– Il legno della cabina armadio in due punti s’è danneggiato e ho semplicemente sollevato le assi. Ero curiosa di conoscerti sai? – Rispose Liberty che sorridendo le strinse la mano e disse – Vorrei fossimo amiche, così potremmo giocare insieme! –

– Non mi è permesso avere amiche, né tantomeno giocare con qualcuno – rispose tristemente Berenice.

– Non lo saprà nessuno! Sarà il nostro segreto! Ogni volta che tua madre uscirà per affari, verrai nella mia stanza attraverso il muro e andremo a giocare in mansarda dove nessuno verrà a disturbarci.

Poi potremmo uscire fuori in giardino, è così bello! –

– In giardino? – Esclamò Berenice con gli occhi ancora più spalancati – Lì proprio non posso andare! Mia madre si arrabbierebbe molto e mi sgriderebbe! –

– Non lo saprà mai, stai tranquilla.

E poi che cosa potrà mai capitarti? E’ solo un giardino! – disse Liberty che dopo averla abbracciata, sgattaiolò attraverso il muro ritornando nella sua stanza.

Quella sera Berenice non dormì.

Pensava continuamente a quanto era accaduto.

Aveva sempre sognato d’avere un’amica con cui giocare e condividere le cose, e aveva sempre desiderato poter uscire in giardino, oltre il cancello, oltre il viale di casa, vedere cosa c’era fuori dalla sua stanza.

Nelle settimane successive, Berenice e Liberty s’incontrarono segretamente in mansarda.

I giochi erano pochi, ma per lei era tutto così diverso, nuovo: finalmente poteva parlare con una sua coetanea, giocare, star liberamente senza dover pensare troppo, tutto questo le dava gioia.

Un giorno, Liberty, mentre era intenta a pettinare i capelli di Berenice, vide dall’abbaino due farfalle che in volo si muovevano sui fiori del giardino.

– E’ proprio una bella giornata di sole! Perché non andiamo a passeggiare fuori? Potremmo raccogliere margherite e formare una corona da principessa, rincorrerci tra le betulle, e poi andare a guardare le rane dello stagno, lì, sotto la grande quercia! –

– Uscire fuori? – disse Berenice con voce titubante – Non lo so, non vorrei che ci scoprissero.

E se mia madre ritorna prima del tempo? E se succede qualcosa? –

– E se invece andiamo e la smetti di preoccuparti? – esclamò sorridente Liberty – Vedrai che non accadrà nulla! Prenderemo le scale di servizio, nessuno ci vedrà. –

Così le bambine, mano nella mano, scesero fino al piano terra.

Entrarono in cucina, passarono velocemente tra pentoloni e fuochi ardenti e si fermarono sulla soglia della porta che dava sul portico oltre il quale si potevano ammirare i fili d’erba mossi da una leggerissima brezza.

Il cuore di Berenice batteva forte, e non solo per la corsa, le mani le sudavano, non era mai uscita da quella casa in dieci anni di vita.

Liberty guardandola negli occhi, le strinse ancor di più la mano, poi le disse a voce bassa – Adesso, sì, vivrai la tua seconda vita. –

Contarono per tre volte, poi si lanciarono verso il giardino in una corsa sfrenata.

Fu un turbinio di emozioni.

Berenice per la prima volta percepì il calore del sole sulla pelle, la sua abbagliante luce che le impediva di guardarlo nel cielo azzurro; avvertì il suono del vento, il suo leggerissimo soffio scompigliarle i capelli; sentì i mille profumi della natura, i fiori, l’erba, annusò perfino la corteccia degli alberi; saltò con piedi uniti sulle zolle di terreno, ne raccolse un po’ e lo assaggiò, voleva assaporare quel giardino come un dolce tanto agognato.

Vide, e si stupì della loro bellezza, gli scoiattoli saltare di ramo in ramo, le rane gracchiare crogiolandosi nell’erba umida, i pettirossi, i passeri, le rondini, l’upupa, le libellule, udì i loro suoni giocosi e ne seguì con gli occhi i movimenti.

E ancora le formiche, i calabroni, le api, pure le mosche erano belle ai suoi occhi! Liberty rideva, rideva, e Berenice saltava tra gli arbusti, cadeva, si rialzava, ricadeva e ancora si rialzava, sbucciandosi i ginocchi, senza nemmeno sentirne il dolore, era estasiata da tanta meraviglia.

La veste, ormai imbrattata, era strappata in più punti, le scarpe sporche, le mani fangose, la fronte sudata, scherzava a rincorrersi con la sua, ormai, amica del cuore.

Giunsero allo stagno dipinto di quel verde scuro così intenso da poterlo respirare.

Liberty esclamò allora – Bagna la mano nell’acqua, sentirai com’è fresca! – Berenice non se lo fece ripetere due volte, v’immerse entrambe le mani poi, voltandosi, notò Liberty prendere la rincorsa dall’albero opposto a dove si trovava lei e con scatto fulmineo saltare nello stagno schizzando l’acqua in tutte le direzioni per riemergere, subito dopo, con una rana sulla testa.

Scoppiarono entrambe in una grossa risata.

– Berenice salta anche tu! – gridò Liberty.

– Io? No, ho paura! –

– Di cosa hai timore? E’ divertente! Dai tuffati! – Così dicendo iniziò a schizzarla con l’acqua.

– Smettila! Mi bagni! – Esclamò Berenice mentre cercava di evitare gli spruzzi – Non ho mai nuotato! –

– Salta e non preoccuparti! Al resto ci penso io, fidati di me! –

Così, dopo aver preso coraggio, saltò nello stagno, in quell’acqua fredda, torbida ma incontaminata, saltò verso quella libertà che finalmente le era stata concessa.

Andò subito a fondo, bevve un po’ d’acqua e si spaventò molto, ma Liberty era lì che la sosteneva con le braccia e la rialzò subito facendola respirare.

Berenice tremava come una foglia, aveva gli occhi aperti e fissava le piccole nuvole bianche che si spostavano sospinte dal vento: era felice.

Si asciugarono sdraiate sull’erba.

Berenice contava le formiche che le camminavano sulla mano, mentre un sole sornione ormai tramontava oltre l’orizzonte, e l’aria iniziava leggermente a mutare.

Rientrarono in casa: Berenice ringraziò Liberty per la bellissima giornata e per tutto quello che aveva fatto per lei in quelle settimane, poi ognuna ritornò nella propria camera giusto in tempo per l’arrivo della signora Fairful.

Quella notte Berenice tossì in continuazione, le salì qualche decimo di febbre e tutta la servitù fu svegliata dalla madre, disperata, perché accorresse al letto della bambina ammalata.

Nessuno sapeva spiegarsi quel tremendo raffreddore e la febbre che si era alzata di un decimo ancora.

Fu chiamato il medico, un vecchio amico di famiglia, che semplicemente le riscontrò l’influenza, la prima della sua vita!

– Com’è possibile dottore? Sono sempre qui a controllare che non prenda freddo, che stia attenta a non uscire, la preservo da tutto ciò che le potrebbe dar malanni. – Disse affranta la signora Fairful.

– Signora, forse è proprio per questo che la bambina s’è ammalata, non ha anticorpi! Magari qualcuno dentro casa ha contratto il raffreddore ed essendo venuto a contatto con Berenice l’avrà contagiata – Rispose laconico il dottore che aggiunse – Non si preoccupi, qualche giorno di riposo e starà bene. –

La madre preoccupatissima mandò a chiamare tutti i servitori della casa, voleva sapere a tutti i costi chi avesse attaccato l’influenza alla figlia.

Riunì nel salone le cameriere, la governante, le cuoche, i giardinieri, gli scudieri, e tra di essi c’erano anche Hope e Liberty.

Li fece disporre uno accanto all’altro, e li passò in rassegna come un vecchio generale per vedere che di essi era il raffreddato.

Nessuno, però, aveva i sintomi dell’influenza.

Angosciata, stava per mandar via tutti quando udì uno starnuto: Liberty! La bambina starnutì altre due volte fino a quando non si ritrovò la faccia, alterata, della signora Fairful a un palmo dal naso.

– E così sei tu che sei raffreddata? – Esclamò a gran voce la padrona di casa – Hai forse veduto Berenice? Hai disubbidito alla mia regola! –

– No signora Fairful, non è come crede. –

– Tentò di spiegare Hope – Mia figlia non ha incontrato la signorina Berenice, gliel’assicuro, deve credermi. –

– E come spieghi che anche tua figlia è raffreddata ed è l’unica tra tutti voi qui riuniti? –

– Ci sarà di certo una spiegazione. –

– Disse Hope cercando di proteggere la figlia, ma in quell’istante Liberty indispettita dalla signora Fairful gridò a tutta voce – Sì, ho veduto Berenice! Sono settimane che giochiamo di nascosto e oggi siamo uscite in giardino e ci siamo tuffate nello stagno! Berenice si è divertita molto! –

A queste parole la Signora Fairful si arrabbiò tantissimo facendosi tutta rossa in volto, e senza batter ciglio licenziò Hope cacciandola via da casa.

Furono settimane d’immensa tristezza per Berenice che ormai non usciva nemmeno più dalla sua camera, mangiava pochissimo, era debole e sempre più affranta.

Tutti, compreso il dottore, chiedevano alla madre di far ritornare Liberty in casa e lasciare che la povera Berenice vivesse come tutte le bambine della sua età.

Niente, la signora Fairful era irremovibile.

Una sera, però, Berenice si aggravò.

Debolissima, l’unica parola che pronunciava era Liberty, continuamente, senza sosta.

La madre disperata non sapeva cosa fare.

Ritiratasi nella sua stanza da letto, stringeva forte a sé l’unica foto di famiglia, scattata col defunto marito, nella quale la piccolissima Berenice era in braccio al padre.

Dopo un po’ notò che dietro la cornice c’era un bigliettino ingiallito di cui non si era mai accorta.

Lo sfilò lentamente e aperto lesse:

Mia cara Margaret, facciamo in modo che la nostra amata Berenice cresca forte, gioiosa, spensierata e soprattutto libera di essere tutto ciò che vuole.
Con amore Tom

Era la scrittura del marito, l’ultimo messaggio dedicatole prima della sua morte.

Allora la signora Fairful comprese che per tutti quegli anni aveva tenuto prigioniera sua figlia quando invece la sola maniera di proteggerla era quella di donarle la libertà, quella stessa libertà che aveva provato con la piccola Liberty.

Corse in camera di Berenice e l’abbracciò forte, poi le disse che da quel momento in poi poteva uscire, giocare in giardino, andare a scuola come tutti gli altri bambini, avere amici e amiche, poteva fare tutto ciò che desiderava.

Richiamò immediatamente a servizio Hope che ritornò a vivere con Liberty nella stanza affianco a quella di Berenice; non solo, fece anche demolire la cabina armadio, riaprendo così il vecchio arco, in modo che le due bambine fossero sempre vicine.

Berenice guarì in modo veloce ristabilendosi pienamente; con grande gioia e felicità iniziò la sua nuova vita come una qualsiasi bambina di dieci anni.

Liberty e Berenice restarono amiche per sempre.

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