16Giu
2014
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Il bove

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Fiaba tratta da “Lezioni e racconti per bambini” di Ida Baccini (1882).
“Dettati nel puro e gentile idioma toscano, questi libri parlano al fanciullo il suo linguaggio, lo dilettano, lo avvezzano a vedere, ad osservare il mondo esteriore, come ad amare il bene morale” (Dalla prefezione al libro di Pietro Dazzi).

Attilio sta per finire sei anni, e a vederlo tutto assennato e composto, gli se ne darebbe anche dieci. Ha quasi l’aria di un omino. La sua passione, quando ha finito di far le cose di scuola, è di guardare i libri colle figure.

A volte la mamma gli presta un librone grosso grosso, dove ci sono disegnate tutte le bestie, tutte le piante e tutte le pietre che si trovano sulla terra. Il babbo dice che quel librone è intitolato «Storia Naturale», ma il bambino non si confonde coi titoli, e passa delle ore a guardare ora un bell’uccello dalla coda lunga lunga, ora qualche albero dalle foglie gigantesche, ora certe pietre dalle forme curiose, che sporgono dall’interno d’una grotta o rotolano dal vertice d’un monte scosceso.

Un giorno però, il nostro Attilio tornò a casa piangendo e singhiozzando: un bambino cattivo, uno di quei bambini maleducati che vanno alle scuole senza ricavarne profitto, gli aveva dato del bue.

Quella parola di bue proferita ad alta voce, con modo schernevole, aveva fatto un grande effetto sull’animo di Attilio: gli pareva di non potere esser trattato di peggio, anche se fosse campato cent’anni.

– Bue! bue! Ma io non ci vedo poi un gran male in questa parola, disse il babbo ridendo. È il nome d’una bestia rispettabile e utilissima, della quale non so come potremmo fare a meno.

Attilio spalancava i suoi begli occhi turchini e guardava il babbo con quell’aria che equivale ad una interrogazione.

– Sicuro, riprese quest’ultimo. E steso il braccio sul tavolino dello studio prese il «Giornale dei bambini» dove appunto c’era disegnato un bel bue.- Guarda da te, disse al bambino.

Attilio si pose ad esaminare l’animale.

– Ha quattro gambe, disse subito.

– E poi?

– E poi due corna sulla testa!

– E poi?

– E poi la coda!

– E poi?

– E poi un musone lungo lungo!

– E poi?

– Un orecchio e un occhio.

– Ne ha due, come li abbiamo tu e io: ma siccome l’altro occhio e l’altro orecchio rimangono dalla parte di là, noi non possiamo vederli. Guarda me, disse il babbo, mettendosi di profilo.

– È vero, disse Attilio. E dopo un breve silenzio, riprese: Hai detto che il bue è un animale utilissimo. Perchè? A che cosa serve?

– Dimmi un po’, nino mio: t’è mai avvenuto quando sei andato in campagna, d’imbatterti in un paio di bovi, attaccati a un carro, con una specie di grosso bastone messo a traverso sul collo?

– Li ho veduti tante volte, e so che quella specie di bastone si chiama giogo.

– Ebbene, quei bovi andavano o tornavano dal campo. Il bue è il principale aiuto del contadino, perchè col mezzo suo lavora la terra, trasporta sul carro i concimi, le mèssi, i pietrami, il fieno e tante altre cose. Il bue è robustissimo e può sopportare, senza soffrire, i lavori più faticosi.

– O quest’altro animale, che è quasi eguale al bove, come si chiama?

– Si chiama vacca ed è la sua femmina. Vedi, mentre il bove ha ordinariamente il pelo lucido e bianco, le vacche invece possono esser rosse, nere, brune, bianche, e anche di tutti questi colori riuniti.

– Cosa mangiano i bovi e le vacche?

– Mangiano l’erba, il fieno, e anche la paglia. Poi, quando hanno mangiato, ruminano.

– Non intendo, disse Attilio. Cosa vuol dire ruminare?

– Così mi piaci, rispose il babbo, facendo una carezza al suo figliuoletto. Io piglierei che tutti i bambini, quando leggono o odono una parola difficile, della quale non riescono a spiegarsi il significato, si facessero a chiederne subito la spiegazione. Così si eviterebbe di accumolar confusione su confusione e ignoranza sopra ignoranza. Ma tornando alla parola ruminare, ti dirò che significa il far ritornare alla bocca il cibo mandato nello stomaco per finirlo di masticare.

– Curiosa! disse il bambino stupefatto. Dimmi, babbo, ruminiamo forse anche noi?

– No, caro. I soli esseri che ruminano sono gli animali che hanno, come questa vacca e questo bove, il piede fesso, e una sola fila di denti. Di loro si dice che appartengono ai ruminanti. Torniamo ora, se ti piace, all’utilità che ci danno questi due animali.

La vacca partorisce i vitelli, i quali ci servono per cibo o vengono allevati dagli agricoltori, affinchè diventino, col tempo, manzi, tori e bovi.

– È vero che il latte ce lo dà la vacca?

– È vero; ed è un latte nutriente, leggiero, saporito. Ma il latte ce lo danno anche le femmine di altri animali, come la capra, l’asina e la pecora. Col fior di latte sbattuto con certa maestria, in capaci vasi di legno detti zangole, si fa il burro, che mangiamo tante volte disteso sul pane, ed è un condimento così squisito e delicato.

Ma l’utilità di queste povere e buone bestie non cessa alla loro morte: la carne del bove è uno dei nostri quotidiani e più sostanziosi nutrimenti: della sua pelle conciata si fa il cuoio, quel cuoio che i calzolai adoprano per fare scarpe e stivali. La pelle dei vitelli serve anch’essa a far tomai, mantici, cinghie e finimenti da cavalli. Gli ossi e le corna dei bovi sono lavorate dal tornitore, dal fabbricante di pettini: e colle cartilagini, i tendini e le raschiature delle loro pelli, si fa la colla dei legnaiuoli. Perfino il pelo della loro bocca è utile: esso serve a imbottire i cuscini da selle e i basti.

– Dunque l’esser chiamato bue non è un’impertinenza! sento che è una bestia tanto per bene! Io non potrei, neanche a campar cent’anni, fare una sola delle tante cose di cui è capace un bove. Io non ho la sua forza, nè….

– Figliuolo mio, il confronto non regge. L’uomo non può nè dev’esser paragonato alla bestia. Egli ha l’intelligenza, la ragione e quindi la scelta tra ciò che è bene e ciò che è male. L’uomo non potrebbe, è vero, sobbarcarsi alle fatiche del bove; ma colla forza della sua volontà e del suo genio, rende fertili le terre meno ospitali, traversa l’oceano sopra fragili barche, abbatte e fora i monti, conta le stelle del firmamento e inventa macchine portentose.

Quel bambino ha dunque avuto torto dandoti del bue, prima perchè aveva l’intenzione di darti un dispiacere, poi perchè non c’è nessun termine di confronto fra una povera bestia, i cui occhi sono sempre condannati a guardar la terra, e l’uomo che può e deve sollevarli al cielo, e dal cielo a Dio. Ma tu devi scusare quel bambino e provargli, perdonandogli, che non sei un bue.

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