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Tutte le fiabe che parlano di "famiglia"

La più completa raccolta di fiabe, favole e racconti brevi che parlano di "famiglia", tra le migliaia inviate da tutti gli autori di "Ti racconto una fiaba".

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La leggenda del grande suricato

C’era una volta…

Ma c’è tuttora, una specie di piccoli mammiferi, i suricati.

I suricati sono piuttosto piccoli, lunghi e con le zampette corte; a loro modo, sono animali felici: mangiano, si riproducono, giocano fra loro, cose semplici, ma che li fanno contenti.

Vivono in famiglie – tribù abbastanza numerose, tutti nella stessa tana sotterranea; alla mattina escono, si stiracchiano, un po’ come fanno gli uomini, ma loro non lo sanno, si scrollano per rimettere a posto il pelo, magari per pulirlo da terra e foglie morte e poi cominciano la loro giornata.

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I ragni nascosti

La terra era completamente bruciata dal sole, gli alberi erano secchi, i campi riarsi e il fiume quasi asciutto.

Ben presto la carestia dilagò in tutto il paese.

Papà Ragno doveva nutrire sei figli e una moglie: guardando le loro pance vuote si rassegnò ad andare a mendicare un po’ di cibo di villaggio in villaggio.

Piangendo disperato sulle sue sventure, tutte le sere riusciva a portare a casa qualcosa da mangiare; sette frittelle, sette patate dolci, o, ancor meglio sette chicci di riso.

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Il racconto delle dita

C’era una volta una casetta (pugno chiuso) In quella casetta abitavano:

– il papà (si alza il pollice)
– la mamma (si alza l’indice)
– il nonno (si alza il medio)
– la nonna (si alza l’anulare)
– il bambino (si alza il mignolo)

    La casetta sorgeva ai margini di un bosco e di giorno rimaneva sempre chiusa (pugno chiuso), ma alla sera il primo ad arrivare a casa era il papà (si alza il pollice) che era stato a lavorare, poi arrivò la mamma (si alza l’indice) che anche lei era stata a lavorare, poi busso alla porta della casetta il nonno (si alza il medio) che tornava dal bosco dove era andato a fare la legna.

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    Il profumo dell’inverno

    C’erano una volta, tanti e tanti anni fa, tre bambine. Erano tre sorelline che si volevano molto bene e abitavano, con la loro famiglia: papà, mamma e nonna, in una vecchia casa nel cuore di una piccola e graziosa città.

    Era una casa a tre piani che stava su perché si appoggiava alle altre case vicine che, come lei, erano piene di acciacchi. Erano delle vecchie, nobili signore un po’ decadute e senza possibilità di restauro per quell’epoca. I muri erano scoloriti, scrostati, un po’ rigonfi per l’umidità che veniva dai pluviali rotti. Le finestre con le griglie screpolate, non sempre chiudevano e per di più bisognava usare molta prudenza perché un colpo più forte avrebbe potuto scardinarle.

    Ogni piano aveva tre finestre che si aprivano sulla via e una era finta, non si sa perché.

    L’ingresso del vecchio stabile era una piccola porticina che dava su un lungo e stretto corridoio di mattonelle bianche e nere dal quale si dipartivano le scale. C’era nel corridoio un caratteristico odore stagnante a causa del retrobottega dell’oste e del formaggiaio. In fondo all’angusto corridoio, dietro ad una cancellata perennemente chiusa, vi era un cortiletto infossato nei muri delle case adiacenti. Quel cortile racchiudeva i sogni di libertà di quelle bambine, costrette a guardare dall’alto uno spazio a loro sempre negato.