24Mar
2016

Storia dei Meli e della ripopolazione della Terra

Fiaba di: quinzina

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La fiaba

Il 12 maggio del 2945 la famiglia Meli, papà Mandorlo mamma Albicocca, primogenita Rucoletta ed il piccolo Melo, si stavano preparando per celebrare il decimo compleanno del più piccolo con una bella ed istruttiva gita allo Zoo della città.

Ora, la città in questione corrisponderebbe alla celeberrima, meravigliosa, eterna Roma, se non fosse che nel corso dei secoli di questo secondo millennio tanti eventi, più catastrofici che positivi, accaddero, tali per cui la forma a noi nota del nostro amato pianeta mutò e permutò, fino a risultarne totalmente sconvolta.

In particolare le città esistenti nel 21esimo secolo si depressero, nel duplice senso che terribili travolgenti terremoti inghiottirono pali, poste, palazzi, palazzine e piazze, e gli abitanti ne furono tanto sconvolti da decidere di abbandonare il nostro Mondo per lasciarvi ogni ricordo e dispiacere.

Ovviamente ciò fu possibile grazie alla recente scoperta fatta da un famoso astronauta indipendente nel 2187 della possibilità di abitare il gigante Giove, che se riscaldato, poteva risultare uno spazioso confortevole sostituto della Terra.

Così, ricchi di speranze, iniziative e buoni propositi, tutti gli esseri umani decisero di migrare in una sorta di apocalittica rivisitazione moderna della storia dell’arca di Noè, verso il nuovo pianeta, per iniziare quì un nuovo sogno Gioviano.

Tutto andò per il verso giusto per un po’: gli animali trapiantati si adattarono benissimo alle nuove condizioni ambientali, le piante crescevano rigogliose e la vita scorreva beata e tranquilla.

A dire la verità il problema venne riscontrato proprio in questo: questa tranquillità era eccessiva!

Dovete sapere infatti che i ritmi di rotazione e rivoluzione sono completamente diversi rispetto al nostro Mondo: le giornate infatti durano solamente 10 ore, mentre un anno Gioviano è lungo quanto nostri 12 anni! Molti tra i poveri terresti non riuscirono ad impostare un nuovo orologio biologico a cui adattarsi, poiché da un verso ritenevano che 10 ore fossero troppo poche per poter compiere il totale delle commissioni giornaliere: non avevano mai abbastanza tempo per mangiare, dormire, lavarsi i denti, studiare, o giocare a bocce (gioco che nel corso dei lustri soppiantò completamente il calcio); mentre dall’altro quegli anni infiniti risultavano così monotoni, composti da quelle stagioni interminabili, che la gente sfioriva al solo sentirne parlare (ricordiamoci poi che nessuno si era preoccupato di adattare alle mutate condizioni natale, vacanze, feste del ringraziamento e ferragosto, i quali capitavano solo una volta ogni 4333 giorni!).

Così, tempo 800 anni, alcuni dei più affezionati e nostalgici capirono che mancavano troppo loro i mari, le montagne, lo smog ed il caffè (che preparato su giove aveva purtroppo tutto un altro sapore), e decisero così di fare dietrofront e tornare alle origini.

Impacchettato e sistemato tutto quanto erano smaniosi di riprendere le loro vecchie vite, o meglio ciò che credevano fosse la vita sulla Terra, secondo le storie tramandate dalle generazioni precedenti.

Quando però atterrarono sulla pianura Padana trovarono ad accoglierli una inaspettata sorpresa.

Non c’era infatti nulla che corrispondesse alle loro aspettative: il pianeta risultava essere completamente rigenerato dagli anni di lontananza degli esseri umani: acquee limpide, cieli turchesi ed aria profumata, ma oltre a ciò niente di più.

Vi chiederete sicuramente il senso di questa ultima affermazione: ebbene dovete sapere che nel primo viaggio gli uomini furono capaci di trasportare verso la nuova destinazione ogni forma di vita esistente (dal più piccolo moscerino all’albero di fichi, alla canna da zucchero, alla tigre del Bengala alla balena più grande del mondo), che potesse risultare utile per il nuovo inizio, lasciando la “vecchia casa” completamente spoglia.

Ora, 800 anni sono tanti, e dobbiamo ammettere che le cose filarono fortuitamente lisce e rapide, però non abbastanza per far in modo che i figlioli redenti potessero trovare quanto lasciarono, o meglio quanto avrebbero dovuto lasciare.

Una ricca vegetazione prosperava rigogliosa e verdeggiante, ma in essa non vi era alcuna traccia delle specie a noi note.

Non vi erano aceri, rose o margherite, ma alberi, arbusti e cespugli del tutto nuovi, altrettanto benefici e carichi di frutti nutrienti, ma che in quanto a sapori ed origini erano del tutto sconosciuti.

A ciò c’è da aggiungere il fatto che il processo evolutivo non aveva ancora fatto a tempo a far in modo che si verificassero le mutazioni genetiche necessarie affinché un ibrido di canna di bambù desse origine ad un panda, o una simil-banana ad una scimmia: le uniche forme di vita animale erano proprio i nuovi coloni.

Di necessità virtù dunque! Furono tutti costretti a mutare le loro abitudini alimentari diventando vegani, e nell’attesa che i compatrioti lontani inviassero loro qualche specie accoppiata per ricreare quantomeno un accenno di fauna estinta, si abituarono a bastare a sé stessi.

Rimboccate le maniche e con tanta pazienta, e ancora più accortezza per non ripetere gli errori precedenti, si diedero da fare per ricostruire nuovi centri abitati, aiutati dalle nuove tecnologie ingegneristiche inventate.

In poco più di 75 anni germogliarono (nel letterale senso della parola, grazie alle nuove sementi OGMRS – organismi geneticamente modificati per la ricostruzione della società) magnifiche cittadine con splendidi palazzi, giardini e fontane, in modo che natura e modernità vennero combinate a creare una oasi paradisiaca.

La quotidianità ricominciò: il lavoro, la scuola, il cinema; vennero al mondo una seconda ed una terza generazione di nuovi pionieri, che un po’ per malinconia, un po’ per gioco, un po’ per celebrazione, acquisirono la tradizione di nominarsi e cognominarsi con i nomi delle specie di piante ed animali che per questa bizzarra evoluzione degli eventi non ebbero più l’occasione di vedere né di citare.

Nacquero così la famiglia Macachi, i coniugi Farfalla, I Papaveri e gli Aragoste, ed i nomi più gettonati per i neonati furono Falco per i fanciulli e Nocciolina per le femminucce, quasi avessero l’impressione che nel pronunciare tali appellativi potessero percepire l’odore, il sapore o la vista di quanto evocato! E torniamo così alla nostra famiglia Meli, vi chiederete voi, ma come è possibile che essi si stessero preparando per una gita allo Zoo, se per definizione tale luogo risulta essere famoso proprio per gli animali, elemento insostituibile per la creazione di questo, ma allo stesso tempo drasticamente assente? Ebbene la società si era ingegnata e aveva fatto in modo da sopperire a tale mancanza: non vi capita di tanto in tanto camminando per strada di riconoscere nei tratti fisiognomici di alcune persone delle caratteristiche animalesche, del tipo: “quella tizia ha proprio un viso da cavallo!” oppure, “quel bambino sembra un cricetino”, o ancora “quella donna è proprio un elefante”?!! Partendo proprio da questi presupposti si diffuse un nuovo tipo di mestiere: ambasciatore zoologico delle specie animali estinte.

Questi uomini o donne che siano, dalla nascita con peculiarità feline, canine o ittiche, di buon mattino si avviavano al lavoro, entravano nei camerini dove venivano sottoposti ad un trattamento che enfatizzava tali particolarità, quindi si dirigevano nei loro uffici vetrati, dove ricevevano i visitatori, ai quali illustravano abitudini e comportamenti dell’animale di cui facevano le veci; quindi a fine giornata tornavano tutti umanizzati e soddisfatti per il servizio svolto alle loro abitazioni.

Dunque Melo Meli, Rucoletta Meli, Albicocca e Mandorlo Meli, avevano appena parcheggiato la loro piccola navicella in seconda fila verticale, a circa 2 metri di altezza, e si accingevano ad azionare la scaletta per poter raggiungere il suolo.

Era davvero una gran giornata! E non solo perché il piccolo Melo aveva compiuto 10 anni, data per cui era stabilito dal nuovo codice stradale che potesse iniziare ad utilizzare lo skateboard a propulsori volante, ed essere finalmente autonomo, ma anche perché finalmente poteva incontrare i tanti animali che aveva a lungo fantasticato, vedendoli attraverso i vecchi cartoni della Disney.

La famigliola allegra entrava così nel piazzale di accesso, pagava i biglietti e li mostrava alla deliziosa Pavoncina, la donnina in rosa adibita al controllo dell’ingresso.

Il primo casale che si presentava loro davanti era il rettilario: un maestoso edificio ricoperto di fiori e piante tropicali, con cascate d’acqua che scivolavano dalle pareti, ed echi lontani di sibili e ruggiti esotici.

Il piccolo Melo fece la conoscenza di magnifici ambasciatori tra cui, un coccodrillo che per strana fatalità portava il nome di Canarino, un immenso Boa sospettosamente gentile e con la mania degli abbracci, salamandre, alligatori e serpenti vari.

Tutto quanto aveva un aspetto magnifico: un’attenzione per i particolari, una esplosione di colori che saturava l’ambiente, e questi personaggi stravaganti che incomprensibilmente avevano perso ogni sembianza umana, così abbelliti e immedesimati nei loro ruoli! Che meraviglia sarebbe stato poter vedere il mondo nuovamente popolato da quegli esseri! La gita continuò nella Savana, dove un torrido e sabbioso salotto accoglieva numerosi individui, alcuni dipinti di bianco e di nero, altri dal lungo collo e macchie marroni quadrettate, altri ancora dai denti affilati e dall’aspetto famelico e minaccioso.

I Meli dialogarono a lungo con i signori Leoni, che spiegarono loro, con grande disappunto della signora Albicocca le dinamiche familiari: “E’ mai possibile che debba fare tutto quanto la Leonessa, mentre il Leone non fa altro che dormire e pettinarsi la criniera? Va bene che parliamo di emancipazione femminile, ma qui mi sembra che stiamo esagerando!”.

Le ore passavano felici e l’entusiasmo aumentava, imprimendo le loro menti di nozioni geologiche e ricordi affascianti, tanto che Melo Meli si stava seriamente convincendo che da grande avrebbe voluto essere un veterinario, se non fosse che sarebbe diventato davvero molto povero, non avendo animali da curare.

Rimaneva al termine della visita un’ ultima abitazione intitolata “Casa degli animali domestici”.

Si presentò ai loro occhi una sorta di parco-giochi alternativo, composto da gomitoli e palloni giganti, ruote dentro cui fare attività fisica, super ossi, peluches e campanelle.

Alcuni Furetti inseguivano robottini a motore, I Cani disloquivano animatamente se fosse più buono il wurstel di soia o la salsiccia di lenticchie, e i Gattini inseguivano piccoli Criceti terrorizzati.

Ed in quell’attimo, appena varcata la soglia, la famiglia Meli fu colta da un’ombra: loro che erano sempre stati pienamente soddisfatti capirono che una casa non è una vera casa, se non ci sono giocattoli lasciati in giro o peli dispersi ovunque, e la presenza di un animaletto ad accoglierli scodinzolante.

Presi da un senso di inappagatezza e con un principio di nervosismo stavano appunto decidendo di lasciare lo zoo e tornare a casa, quando si accorsero che il membro più piccolo era sparito.

Cerca e ricerca in ogni cuccetta e angolo della stanza, lo trovarono su un divanetto che accarezzava un micetto persiano dal pelo lucente.

“tesoro, so che ti è piaciuto molto questo luogo, ma è ora di andare”, “ma Mamma, io e Noce di Cocco siamo diventati amici, non possiamo proprio portarlo a casa con noi? Sarebbe un perfetto regalo di compleanno!”.

“Mio piccolo fruttino, ti ricordi che è un essere umano come me e te, e non un gatto vero”? Uno sguardo crucciato apparve sul viso del bambino, che pur non volendo mettersi a piangere per dimostrare la sua maturità, lottava faticosamente contro la sua delusione: “Ma sapessi quanto è morbido, e affettuoso, e discreto, non ci darà il minimo fastidio, giuro che penserò a tutto io!”, le rispose.

Era chiaro che non aveva capito il nocciolo del problema.

La discussione proseguiva, senza che nessuno sembrasse cedere, ed i minuti passavano, sempre più carichi di tensione.

“Così proprio non va”, intervenne il gatto “Ve la do io una soluzione.

Avevo già in mente di lasciare questo lavoro: il pelo sintetico dei conigli mi dà allergia e questi cani non li tollero proprio.

Potremmo benissimo far in tal modo: verrò a casa vostra ogni giorno, da quanto il ragazzo esce da scuola fino all’ora in cui voi rientrate dal lavoro.

Potrà accarezzarmi, lanciarmi i gomitoli e io mi prenderò cura di lui insegnandogli la matematica.

Ci possiamo mettere d’accordo sullo stipendio, ma condizione imprescindibile è che io abbia salmone essiccato da sgranocchiare almeno una volta a settimana”.

Non potevano crederci, era proprio quello che faceva al caso loro! In tal modo Albicocca e Mandorlo non si sarebbero dovuti preoccupare di lasciare i figli a casa da soli, e allo stesso tempo potevano contare sul fatto che i bambini avrebbero finalmente appreso responsabilità e premura per prendersi cura del prossimo, cosa che non erano ancora riusciti ad insegnar loro, nonostante i numerosi tentativi di tamagotchi e peluche animati, con la sopravvivenza massima di un mese e 3 giorni.

Nascevano così, da questo primo inaspettato tentativo, i nuovi sperimenti di terapia educativa fanciullesca, basata sull’accudimento dei giovani da parte degli umani-gatti.

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