06Apr
2016

Il giovane pescatore e il mostro marino

Fiaba di: Vincenzo

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La fiaba

C’era una volta, in una terra lontana e remota, un grande lago incassato fra montagne dalle cime innevate e sulle cui rive sorgeva un piccolo villaggio di pescatori.

Intorno a questo grande e vasto lago si narrava una tetra e antica leggenda, che parlava dell’esistenza di una grande e mostruosa creatura marina che tutti chiamavano con il nome di “Slyka”.

Stando al mito, Slyka aveva le dimensioni di un piccolo isolotto e l’aspetto di un grande serpente dai denti affilati e dal corpo ricoperto di squame dure come l’acciaio. Sempre secondo la leggenda era possibile avvistare la creatura soltanto nelle ore notturne e solamente se si era da soli. L’arrivo del mostro era contrassegnato da un ribollire improvviso delle calme e gelide acque del lago e dall’affioramento del collo gigantesco di Slyka.

Ma, come sempre accade per le vecchie leggende e i vecchi racconti, i pescatori del luogo non credevano assolutamente all’esistenza di una simile bestia ed anzi si prendevano gioco di chiunque sostenesse di averla avvistata.

Al villaggio viveva un giovane pescatore di nome Elias il cui defunto, e amato, nonno aveva continuato a sostenere di essere venuto a contatto con il mostruoso Slyka. Nel suo racconto egli narrava che una notte, mentre era in barca, la creatura gli era apparsa davanti, più grande di una casa, e che lui, senza paura alcuna, l’aveva perfino toccata con la sua mano.

Ovviamente nessuno degli altri pescatori gli aveva mai creduto e alla fine il pover’uomo aveva vissuto i suoi ultimi anni deriso ed isolato dal resto della comunità, con la sola compagnia del nipote il quale era l’unico a credergli fermamente.

Anche dopo la morte gli abitanti del villaggio avevano continuato a deriderne la memoria, in modo crudele e insensato.

«Attento piccolo Elias, o altrimenti farai la stessa fine di tuo nonno». Si sentiva spesso ripetere il giovane pescatore.

Ma Elias era assolutamente intenzionato a redimere la memoria del nonno e così, un giorno, entrò teatralmente nella locanda del villaggio e annunciò a tutti i commensali con voce alta e sicura: «Oggi io giuro sul mio onore, e su quello del mio amatissimo nonno, che cercherò la grande creatura che dimora nel lago e che non mi fermerò fin quando non l’avrò trovata».

Per un attimo la locanda piombò nel silenzio più totale.

Poi tutti i presenti scoppiarono a ridere sguaiatamente, prendendo in giro il povero Elias il quale si sentì molto mortificato.

Nonostante questo, il giorno seguente il ragazzo si tuffò nel lago e si immerse nelle suo profonde acque senza alcuna esitazione.

Elias vantava una grande capacità di nuoto e immersione e non aveva alcuna difficoltà a nuotare nelle profondità marine. Anzi spesso si sentiva più vivo sott’acqua che in superfice tanto che il nonno gli aveva affibbiato il nomignolo di “Elias il pesce”.

La ricerca durò per tutto il giorno ma senza che Elias riuscisse a trovare la benché minima traccia del mostro marino. Soltanto piccoli e comuni pesci di acqua dolce.

Quando riemerse, si accorse che sulla riva del lago si era radunata quasi tutta la gente del villaggio pronta soltanto a deridere il suo fallimento.

«Allora piccolo pesce, trovato niente?». Gli chiese il proprietario della locanda con sguardo divertito.

«Attento, magari domani si imbatterà nei resti di una città perduta». Lo schernì un altro.

«O forse verrà rapito da una bella sirena». Si aggiunse al coro la moglie del locandiere.

Tutti scoppiarono a ridere ma Elias li ignorò, convinto di riuscire a trovare presto il grande Slyka e far tacere così tutte quelle malelingue.

Ma aimè, per quanto il giovane pescatore ci tentasse nei mesi successivi non riuscì a trovare neanche l’ombra del mostro leggendario.

Elias ci mise tutta la passione e tutta la sua forza giovanile per esplorare il grande lago, ma di Slyka nessuna traccia.

A malincuore il ragazzo iniziò seriamente a dubitare che il nonno avesse realmente visto e toccato la creatura. E questo dubbio lo faceva stare molto, molto male. Ma purtroppo la realtà era quella.

Una mattina, quando ormai Elias aveva abbandonato le sue ricerche, il giovane si recò a pescare alle prime luci dell’alba portando con sé la vecchia canna da pesca appartenuta a suo nonno e a cui il ragazzo era molto affezionato.

Con la piccola barchetta si portò al centro del lago, non molto distante dalla grande scogliera, e li si mise a pescare restando solo con i suoi tristi pensieri.

All’improvviso un grosso pesce, un luccio bello grande, afferrò la lenza della canna da pesca di Elias e la strattonò così violentemente da far sfuggire la canna dalle mani del giovane pescatore, il quale la guardò cadere in acqua ed essere trascinata via.

Senza perdere neanche un secondo, il ragazzo si tuffò in acqua ed iniziò a nuotare rapidamente all’inseguimento del grosso luccio con l’intenzione di riprendersi la sua amata canna da pesca.

Il pesce era davanti a lui e nuotava velocissimo intuendo di essere inseguito. Nonostante l’agilità del pesce però, Elias riuscì a tenergli testa e ad avvicinarsi pian piano alla sua coda luccicante.

Improvvisamente il luccio, che si era avvicinato alle rocce della grande scogliera, fu risucchiato all’interno di una crepa larga quanto due case messe assieme sparendo dalla vista di Elias.

Il giovane sentì la stessa forza d’aria afferrare le sue gambe e trascinarlo prepotentemente all’interno della grande crepa.

Elias cercò disperatamente di divincolarsi, ma ogni suo sforzo risultò assolutamente inutile.

Quella corrente d’aria era di una forza incredibile e, senza che neanche se ne rendesse conto, Elias si ritrovò catapultato all’interno di un lungo tunnel subacqueo in un vortice di acqua scura e fredda.

Il mondo si capovolse ed Elias piroettò su se stesso in un tempo indefinito, fino a quando non riemerse fuori dall’acqua respirando a pieni polmoni aria dolce e pura. Per un attimo aveva seriamente temuto di affogare.

Quando si fu calmato, si rese conto di stare nuotando in un lago situato dentro ad una gigantesca caverna. Il soffitto era così grande che a stento si riuscivano a vedere le stalattiti di pietra che spuntavano da esso come denti minacciosi.

Tutt’intorno sbucavano affioramenti di roccia umida e bagnata e da vari fori sulle pareti filtravano fievoli raggi di sole che colpivano l’acqua scura del lago.

Era un posto inquietante e magnifico allo stesso tempo.

In poche bracciate Elias si avvicinò ad una delle tante rocce e vi si issò sopra, per poi mettersi in piedi ed osservare l’intera grandezza del lago sotterraneo. Era veramente enorme.

Possibile che nessuno si fosse mai accorto della sua esistenza?

Possibile che nessun pescatore del villaggio, nel corso dei secoli, fosse mai capitato in quel posto?

Ma quelle domande dovevano aspettare. Adesso occorreva soltanto trovare una uscita sicura da quel luogo.

Elias iniziò quindi ad esplorare gli affioramenti rocciosi circostanti nella speranza di imbattersi in qualche crepa che lo conducesse all’esterno. Ed era così intento ad esplorare la zona che non si accorse del ribollire improvviso del lago e neanche della lunga scia che si muoveva a ritroso nell’acqua.

Quello che invece sentì fu il frangersi improvviso dell’acqua, con un rumore secco e possente che riecheggiò nella caverna.

Poi vide un’ombra mostruosa stagliarsi sulle pareti rocciose e sentì dietro di se un suono sibilante e continuo, come di un mucchio di serpenti.

Terrorizzato, Elias girò la testa e i suoi occhi si posarono su un animale mai visto prima: un gigantesco serpente marino dal collo lungo almeno cinque metri, il viso appuntito e affilato, sormontato da due occhi gialli come il sole di mezzogiorno e le squame di un colore nero come la notte più buia.

Quel mostro era il leggendario Slyka!

E allora Elias capì che suo nonno non aveva mentito. Capì che ogni parola del suo racconto corrispondeva a realtà e comprese il dolore che doveva avere provato nell’essere preso in giro da tutti i suoi amici e vicini.

Slyka restò fermo ad osservare il giovane pescatore con i suoi occhi gialli, intento ad emettere quel sibilo continuo e costante.

Secondo la leggenda, Slyka amava la carne degli uomini e, in particolar modo, quella dei giovani.

Elias comprese con terrore di essere in trappola e di non poter fuggire in nessun luogo.

Sentiva il cuore battergli all’impazzata.

Per un lungo istante rimasero fermi a fissarsi l’uno negli occhi dell’altro, la gigantesca creatura e il piccolo pescatore, come due statue mitologiche.

Poi Slyka aprì le sue grandi fauci, rivelando una fila di denti piuttosto affilati, e protese il suo grande e flessuoso collo all’indietro.

Elias era sicuro che stesse per attaccarlo e quindi, non potendo correre da nessuna parte, si rannicchiò lì dove si trovava, afferrandosi le ginocchia e pregando il nonno di salvarlo.

Quello che il giovane pescatore si aspettava era di essere mangiato in un sol boccone, ma mai avrebbe creduto di udire una voce grossa e tranquilla chiedergli: «Piccolo uomo, è tuo questo oggetto?».

Elias aprì gli occhi e, con assoluto sconcerto, vide che a parlare era stato il grande Slyka il quale teneva stretta nella sua immensa bocca la sua piccola canna da pesca.

Senza dire una parola, il giovane annuì tremando.

«Non avere paura piccolo uomo» disse il mostro «non ho alcuna intenzione di farti male. Volevo solo restituirti ciò che hai perso».

Detto questo, Slyka avvicinò la sua enorme testa sul bordo della roccia e lasciò cadere dolcemente la canna da pesca vicino ad Elias.

Il ragazzo era confuso visto che nessuna delle tante storie che si raccontavano su quel mostro diceva che era in grado di parlare. E neanche che fosse così gentile, dato che lo dipingevano come una creatura assetata di sangue.

Slyka tornò a guardarlo con i suoi intensi occhi gialli e il giovane pescatore notò che in essi vi era un aura di tristezza e solitudine sconfinati.

Per un po’ nessuno dei due parlò.

Poi Elias, piano piano, si alzò dall’angolo in cui si era rannicchiato e si avvicinò al bordo della roccia.

Da vicino Slyka appariva ancora più grande e grosso che da lontano e le sue squame nere luccicavano come se avesse tanti piccoli gioielli incastonati all’interno della sua pelle.

E allora Elias, senza neanche rendersene conto, disse: «Sei davvero stupendo».

«Oh grazie» rispose Slyka nel ricevere quel complimento così inaspettato «sei il secondo uomo a dirmi una cosa del genere. Come ti chiami, piccolo uomo?».

«Elias». Rispose il pescatore, senza staccare gli occhi dalla bellissima creatura marina.

«Piacere di fare la tua conoscenza, Elias. E’ inutile che io ti dica chi sono visto che sicuramente avrai già sentito parlare di me».

Elias annuì sorridendo.

A dispetto della sua mole gigantesca e del suo aspetto terrificante, Slyka aveva una voce così profonda e melodiosa da sembrare quasi un canto. Come il verso di una balena.

«E dimmi» continuò la creatura «che cosa raccontano di me?».

«Che sei un divoratore di uomini e che ovunque vai semini caos e terrore».

Slyka emise un lungo sospiro di tristezza, che alle orecchie di Elias sembrò il verso di un piccolo delfino.

Poi guardò il giovane pescatore e disse: «Ti assicuro, mio caro Elias, che io non sono affatto come mi dipingono quelle storie. Io amo la libertà, amo il sole, la luce, il canto degli uccelli e la vita esterna. Mi piacerebbe giocare con i piccoli uomini della tua età, nuotare con loro, divertirmi a spruzzargli acqua addosso e farli sedere sulla mia forte schiena, per poi trasportarli in giro più veloce di una barca, beandomi delle loro risate di gioia. Ma non posso farlo, perché non appena mi vedrebbero scapperebbero via terrorizzati e manderebbero i loro genitori a darmi la caccia e a farmi male. E’ brutto essere emarginati soltanto perché ho questo aspetto. Tutti mi considerano cattivo e malvagio senza neanche darmi la possibilità di parlare o di conoscermi. Ho provato, tanti e tanti anni fa, a cercare di farmi vedere ma i primi pescatori si spaventarono e mi cacciarono via urlandomi contro. Così alla fine ho trovato questo posto e mi sono nascosto qui, trascorrendo il tempo con la sola compagnia della solitudine e dei miei sogni».

Sentendo quella storia, Elias provò tanta pena per Slyka.

«Ma in tutto questo tempo non hai mai provato ad uscire?». Gli chiese.

La creatura emise un altro lungo sospiro e poi rispose: «E’ successo un po’ di tempo fa. Era notte ed io mi sentivo così solo e triste che decisi di uscire di qui dopo tantissimo tempo. Volevo rivedere le stelle e ricordarmi di cosa si prova a nuotare in piena libertà. Fu un attimo; emersi dall’acqua per assaporare l’aria fresca e pura del mondo esterno. Credevo di essere solo e invece sbucai vicino ad una piccola barca dove un solitario pescatore se ne stava accucciato. Non appena lo vidi ebbi paura, tanta paura, ma l’uomo non si mise a gridare e neanche a rincorrermi. Rimase invece fermo a guardarmi con due occhi grandi come la luna che splendeva alta sopra di noi. Non sapevo cosa fare. Non sapevo se era meglio restare lì o tornare in questa caverna. Poi, all’improvviso, il pescatore si è sporto dalla sua piccola barca e con la mano ha sfiorato la mia pelle. Prima di allora nessuno aveva mai osato toccarmi. Ricordo che piangeva. E che anche io piangevo. Siamo rimasti a guardarci per un lungo momento. Alla fine mi sono nuovamente immerso in acqua e sono tornato in questo posto. Speravo che quel pescatore mi trovasse e mi facesse compagnia. E invece non è mai venuto».

Mentre Slyka parlava, Elias sentì calde lacrime scendergli lungo le guance, rendendosi conto che finalmente aveva trovato la verità che cercava da tanto, tanto tempo.

La storia che suo nonno aveva sempre raccontato era vera, in ogni singola parola, e il giovane si sentì triste nel pensare che perfino lui era arrivato a non credergli.

«Cosa c’è piccolo Elias? Perché stai piangendo?». Gli domandò Slyka, vedendo le sue lacrime.

Senza dire una parola, il giovane pescatore si sporse dalla roccia, allungò il braccio verso la creatura marina e toccò la sua pelle nera. La sensazione che provò fu bellissima: le squame di Slyka erano calde e ruvide e i luccichii brillanti che aveva addosso restarono attaccati alle sue dita, facendole brillare alla luce del sole.

Poi Elias guardò la creatura e disse: «L’uomo che hai visto tanti anni fa era mio nonno. Mi disse che l’incontro con te era stata la cosa più bella che gli fosse mai capitata in vita. Ed ora capisco il perché».

Slyka sorrise, per la prima volta dopo tantissimo tempo, e per un solo piccolo istante tutte le lucine brillanti sulla sua pelle brillarono nello stesso momento, facendo risplendere la creatura marina di un bianco accecante. Per un secondo il buio dell’intera caverna fu rischiarato da questa luce calda e brillante Ma fu solo per un momento. Poi la luce svanì e tutto tornò come prima.

Elias adesso aveva un nuovo scopo: permettere a Slyka di combattere la sua solitudine.

E sapeva anche come fare.

Prima però doveva uscire di li.

Slyka indicò un cumulo di grosse pietre poste in un angolo sul fondo della caverna, che il giovane pescatore non aveva ancora notato, e gli spiegò che scostando le pietre avrebbe trovato l’uscita.

Elias si mise così al lavoro e, nel giro di mezz’ora, riuscì a spostare tutte le pietre rivelando un buco sufficientemente grande da farlo passare.

«Percorri quel piccolo tunnel e in pochissimo tempo sarai fuori». Gli spiegò Slyka, con un tono molto malinconico.

«Non avere paura» lo rassicurò Elias «ho intenzione di tornare a trovarti».

«Davvero!?». Gli occhi della creatura marina si illuminarono di gioia.

«Certo!». Rispose prontamente il ragazzo «Adesso siamo amici».

Detto questo, Elias si infilò dentro allo stretto passaggio ed iniziò a strisciare lentamente lungo il cunicolo, tenendo lo sguardo fisso davanti a se.

Mentre avanzava, sentì la voce profonda e vibrante di Slyka gridargli: «Allora a presto, amico mio!»

Dopo poco tempo una luce calda e brillante si materializzò davanti agli occhi di Elias e, prima che se ne rendesse conto, il giovane pescatore si ritrovò all’esterno della grande scogliera, il sole ormai alto in cielo e l’acqua del lago luccicante.

Ciò che aveva appena vissuto era qualcosa di incredibile.

Sapere che la leggenda del grande serpente marino non era una finzione ma era pura realtà, e che per giunta questo serpente fosse appena diventato suo amico, lo facevano tremare dall’emozione.

Ma adesso Elias doveva mettere in pratica il suo piano.

Ad ogni costo.

 

Nei giorni successivi il ragazzo mantenne la promessa e si recò ogni giorno nella grande caverna sotterranea, dove passava ore intere a parlare, ridere e scherzare con Slyka.

Anche se la creatura aveva qualcosa come seicento anni, in realtà aveva la stessa età di Elias e quindi i due andavano perfettamente d’accordo.

Nel frattempo il giovane pescatore mise appunto il suo piano per fare uscire Slyka da quel posto e fargli rivedere il mondo esterno.

Quando finalmente arrivò il momento giusto, Elias rivelò il suo piano al serpente marino il quale però si dimostrò molto turbato.

«E se poi qualcuno dovesse farmi del male?». Domando Slyka, con lo sguardo pieno di ansia e timore.

«Tranquillo amico mio, nessuno ti farà del male. Te lo prometto». Lo rassicurò Elias.

Con quelle parole, il grande serpente si convinse e la paura scivolò via dai suoi piccoli occhi gialli.

Arrivò infine il giorno prescelto da Elias.

E non un giorno qualunque: si trattava della grande “Festa del Pesce”, una ricorrenza annuale che veniva festeggiata da tutti gli abitanti del villaggio, compresi i bambini, i quali si radunavano sulle rive del grande lago e passavano l’intera giornata a festeggiare, mangiare pesce fresco e ballare in allegria.

Era una festa molto attesa e quella mattina le rive del lago straripavano di persone.

«Allora piccolo “pesce”, noto che hai smesso di dare la caccia ai fantasmi». Lo prese in giro il proprietario della locanda, che era intento a servire bevande a tutti i presenti.

«Si sarà reso conto che sirene e mostri marini esistono solo nelle favole e nella immaginazione della gente». Gli fece eco la moglie.

Elias li ignorò, come sempre faceva, e tenne lo sguardo fisso sulla grande scogliera.

Il giorno prima si era incontrato un ultima volta con Slyka e gli aveva spiegato nel dettaglio cosa avrebbe dovuto fare.

Adesso l’unica cosa che il giovane pescatore pregava era che il suo amico avrebbe trovato il coraggio per farlo. Ma di quello non dubitava.

Quando si sentì pronto, Elias afferrò una delle botti di vino del locandiere e ci si arrampicò sopra.

Poi, urlando a squarciagola, attirò tutti gli sguardi della gente su di se.

Infine iniziò a parlare, con la voce più alta possibile, dicendo: «Nessuno ha creduto al mio povero nonno quando diceva che aveva visto e toccato la leggendaria creatura marina che dimora nel nostro bellissimo lago. E nessuno ha creduto in me quando mi sono messo alla sua ricerca. Nessuno crede mai a queste storie antiche e a questi racconti mitologici. Ma la cosa veramente brutta è che chi non crede, si prende gioco di chi invece vuole crederci. Di chi vuole sognare. Di chi pensa che in questo grande e vasto mondo non tutto è stato scoperto e spiegato e che esistono ancora luoghi e creature nascosti. Ebbene, a voi che non credete in nulla io vi darò la prova che ad inseguire i propri sogni, a dispetto degli ostacoli e delle difficoltà che si parano davanti a noi, questi possano avverarsi. Anche se in modi completamente inaspettati!».

Detto questo, Elias girò su se stesso e indicò le grandi acque dal lago. Come una sola persona, tutti gli uomini e tutti i bambini volsero i loro sguardi sul lago.

Passò un secondo, che per Elias sembrò un eternità, e poi la calma e piatta superfice dell’acqua si infranse e da essa saltò fuori Slyka in tutta la sua incredibile bellezza, gettando un grido di gioia e di felicità che alle orecchie di tutti parve un canto melodioso e sublime, quasi stessero ascoltando la voce stessa del lago.

Elias guardò gli occhi di tutti gli adulti presenti e capì che, osservando quella incredibile creatura volteggiare ad arco sopra il grande lago, con la sua pelle luccicante come migliaia di diamanti, tutti loro tornarono, per un solo indimenticabile momento, i bambini che erano stati. Sbalorditi da qualcosa che avevano sempre sognato ma che il loro cuore indurito gli aveva fatto dimenticare.

Il locandiere si mise perfino a piangere ripensando a quando, da piccolo, si arrampicava dal suo lettino fino al grande davanzale della finestra e li si rannicchiava ad osservare il grande lago, sognando di poter vedere il grande serpente marino di cui era certo della sua esistenza.

I bambini invece, che si erano tutti raggruppati vicino all’acqua, guardavano sbalorditi e con gli occhi pieni di meraviglia quella grande creatura volteggiare sopra le loro teste. Per loro, che mai avevano messo in dubbio l’esistenza di Slyka, era l’avverarsi dei loro sogni.

Il grande serpente marino compì due giravolte in aria, facendo scoppiare a ridere i bambini e perfino qualche adulto, e infine si rituffò in acqua, scomparendo alla vista di tutti.

All’improvviso calò il silenzio.

Poi il locandiere, con gli occhi ancora umidi di pianto, si avvicinò ad Elias e gli disse: «Mi dispiace di non averti creduto, piccolo “pesce”. Andrò personalmente davanti alla lapide del buon uomo che era tuo nonno e gli porgerò le mie scuse più sincere. Anche se ormai non serviranno a niente».

Elias sorrise, con il cuore che si andava riscaldando sempre di più.

«Chiedere scusa, anche alle persone che non ci sono più, non è mai inutile. Mai».

Poi i due si strinsero in un lungo abbraccio.

 

Le cose cambiarono completamente nel piccolo villaggio di pescatori.

Gli abitanti del posto costruirono una grande statua, che raffigurava Slyka intento a balzare dall’acqua, e dedicarono questo monumento al nonno di Elias, “il primo uomo ad aver visto la creatura marina”.

Viaggiatori vennero dall’esterno per poter esplorare il lago, ma mai nessuno degli abitanti del villaggio tradì la presenza di Slyka, rispondendo alle domande dei forestieri con semplici frasi come: «Non l’ho mai visto, ma ci credo».

Ma il cambiamento più grande avvenne per il grande, e gentile, mostro marino.

Negli anni avvenire Slyka divenne il compagno preferito dai bambini del villaggio, e ogni volta che poteva giocava con loro spruzzandogli fontanelle di acqua addosso e issandoli sul proprio dorso, per poi trasportarli in giro per il grande lago. Le loro risate si udivano per tutta la zona.

E ogni volta che calava la notte e la luna risplendeva nel cielo, Elias e Slyka si incontravano da soli e insieme osservavano felici le tante stelle brillare nella volta celeste, come le luci brillanti sulla pelle di Slyka.

Da quel momento in poi, nessuno dei due si sentì mai più solo.

Per sempre.

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