La gatta Cenerentola

Fiaba pubblicata da: Redazione

Questa versione di Cenerentola è una delle versioni più note, tratta da “Lo cunto de li cunti” di Basile, tradotto dal dialetto in italiano da Benedetto Croce.

C’era, dunque, una volta un principe vedovo, il quale aveva una figlia a lui tanto cara che non vedeva per altri occhi. Le aveva dato una maestra da cucire di prima riga, che le insegnava le catenelle, il punto in aria, le frange e le orlature, dimostrandole tanta affezione che non si potrebbe dire. Ma, essendosi il padre riammogliato di fresco e avendo preso una rabbiosa, malvagia e indiavolata femmina, questa maledetta cominciò ad avere in odio la figliastra, facendole cère brusche, visi torti, occhiate di cipiglio, da darle il soprassalto per la paura.

La povera fanciulla si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti della matrigna, conchiudendo: « Oh Dio, e non potresti esser tu la mammina mia, tu che mi fai tanti vezzi e carezze? ». E tante volte le ripeté questa cantilena, che le mise una vespa nell’orecchio, sicché, accecata dal diavolo, la maestra finì col dirle: « Se vuoi fare a modo di questa testa matta, io ti sarò mamma e tu sarai la pupilla degli occhi miei ». Stava per continuare in questo prologo, quando Zezolla (che così si chiamava la giovane) la interruppe: « Perdonami se ti rompo la parola in bocca. So che mi vuoi bene; perciò zitto e sufficit; insegnami l’arte, ché io sono nuova: tu scrivi e io firmo ». « Orsú! – replicò la maestra, – ascolta bene, apri gli orecchi, e godrai sempre pane bianco di fior di farina. Quando tuo padre va fuori di casa, di’ alla tua matrigna che vuoi un vestito di quei vecchi, che stanno nel cassone grande del ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Essa, che ti vuol vedere tutta cenci e brandelli, aprirà il cassone e dirà: – Tieni il coperchio. – E tu, tenendolo, mentr’essa andrà rovistando là dentro, lascialo cader di colpo, ché le fiaccherà il collo. Dopo di ciò, sai bene che tuo padre farebbe moneta falsa per amor tuo; e tu, quando egli ti carezza, pregalo di prendermi per moglie, ché, te beata, sarai la padrona della mia vita ».

Udito il disegno, a Zezolla ogni ora parve mille anni; e, messo in atto punto per punto il consiglio della maestra, quando fu trascorso il tempo del lutto per la morte della matrigna, cominciò a toccare i tasti al padre affinché s’ammogliasse con la sua maestra.

Dapprima, il principe prese la cosa in celia; ma tante volte Zezolla tirò di piatto, che, infine, colpì di punta, ed egli si piegò alle persuasioni della figliuola. Così si sposò con la maestra Carmosina, e si fece una festa grande.

Ora, mentre gli sposi stavano in gaudio, Zezolla si affacciò a un gaifo della sua casa; e in quel punto una colombella volò sopra un muro e le disse: « Quando ti vien desio di qualche cosa, manda a dimandarla alla colombella delle fate dell’isola di Sardegna, ché tu l’avrai subito ».

Per cinque o sei giorni la nuova matrigna incensò con ogni sorta di carezze Zezolla, facendola sedere al miglior luogo della tavola, dandole i migliori bocconi e adornandola con le migliori vesti. Ma, corso pochissimo tempo, mandò a monte e scordò affatto il servigio ricevuto (oh trista l’anima, che ha cattiva padrona!), e cominciò a mettere in iscranna sei figlie sue, che fin allora aveva tenute segrete; e tanto fece che il marito, presele in grazia, si lasciò cascar dal cuore la figlia sua propria. E Zezolla, scapita oggi, manca domani, finí col ridursi a tal punto che dalla camera passò alla cucina, dal baldacchino al focolare, dagli sfoggi di seta e oro agli strofinaccioli, dagli scettri agli spiedi. Né solo cangiò stato, ma anche nome, e non più Zezolla, ma fu chiamata « Gatta cenerentola ».

Ora seguì che, dovendo il principe andare in Sardegna per certe cose necessarie al suo stato, prima di partire domandò a una a una, a Imperia, Calamita, Fiorella, Diamante, Colombina e Pascarella, che erano le sei figliastre, che cosa volevano che portasse loro al ritorno. E chi gli chiese un abito di lusso, chi galanterie pel capo, chi belletti per la faccia, chi giocattoli per passare il tempo; e chi una cosa e chi un’altra. In ultimo, e quasi per dileggio, egli disse alla figlia: « E tu che cosa vorresti? ».

Ed essa: « Nient’altro se non che mi raccomandi alla colomba delle fate, che mi mandi qualcosa; e, se ti dimentichi, che tu non possa andare né innanzi né indietro. Tieni bene a mente quel che ti dico: arma tua, manica tua ».

Partì il principe, sbrigò le sue faccende in Sardegna, comprò quanto gli avevano chiesto le figliastre, e Zezolla gli uscì dalla mente.

Ma, quando si fu imbarcato e già erano state spiegate le vele, non fu possibile far che il vascello si staccasse dal porto: pareva che ne fosse impedito dalla remora. Il padrone della nave, ch’era quasi disperato, si mise a dormire per la stanchezza, e in sogno gli apparve una fata, che gli annunziò: « Sai perché non potete staccarvi dal porto? Perché il principe, che vien con voi, ha mancato alla promessa verso la figlia, ricordandosi di tutto fuorché del sangue proprio ». Appena svegliato, il capitano raccontò il sogno al principe, che, confuso per la mancanza commessa, andò alla grotta delle fate, e, raccomandata loro la figliuola, le pregò di mandarle qualche dono.

Ed ecco uscir fuori dalla spelonca una bella giovane, che pareva un gonfalone, e gli disse di ringraziar la figliuola della buona memoria, e che se la passasse lieta per amor suo. Con queste parole, le porse un dattero, una zappa, un secchietto d’oro e un asciugatoio di seta: il dattero da esser piantato, e le altre cose per coltivarlo e curarlo.

Il principe, meravigliato di questo regalo, si accomiatò dalla fata, volgendosi al suo paese; dove, giunto, distribuì alle figliastre le cose che avevano desiderate, e in ultimo consegnò alla figlia il dono della fata. Zezolla, con giubilo grande da non stare nella pelle, piantò il dattero in un un bel vaso; e mattina e sera lo zappettava. lo innaffiava e lo asciugava col tovagliuolo di seta.

Con queste cure, il dattero crebbe in quattro giorni alla statura di una donna, e ne venne fuori una fata, che domandò alla fanciulla: « Che cosa desideri? ». Zezolla rispose che desiderava uscir qualche volta di casa, e che le sorelle non lo sapessero.

Rispose la fata: « Ogni volta che ti piaccia, vieni alla pianta e le di’:

Dattero mio dorato,
con la zappetta d’oro t’ho zappato;
con il secchietto d’oro, innaffiato;
con la fascia di seta t’ho asciugato.
Spoglia te e vesti me!

Quando poi vorrai spogliarti, cangia l’ultimo verso e di’: – Spoglia me e vesti te ».

Venne un giorno di festa, e le figliuole delle maestra erano andate in processione fuor di casa, tutte spampanate, strigliate e imbiaccate, tutte nastrini, sonaglini e fronzellini, tutte fiori e odori, rose e cose. Zezolla corse allora alla sua pianta, pronunziò le parole insegnatele dalla fata e subito fu posta in assetto di regina, sopra una chinea, con dodici paggi attillati e azzimati, e andò anche lei dove erano le sorelle, che non la riconobbero, ma si sentirono venir l’acquolina in bocca per le bellezze di questa vaga colomba.

Volle fortuna che nello stesso luogo capitasse il re, che, alla vista della straordinaria bellezza di Zezolla, rimase incantato, e ordinò a un servitore suo più intrinseco che s’informasse nel miglior modo di quella bellissima creatura, chi fosse e dove abitasse. Il servitore si mise subito a pedinarla. Ma essa, che s’accorse dell’agguato, gettò una manata di scudi ricci, che s’era fatti dare dal dattero a quest’effetto; e il servitore, acceso di brama a quei pezzi luccicanti, si scordò di seguire la chinea, fermandosi a raccogliere i danari. Ed essa di balzo entrò in casa, si spogliò rapidamente nel modo come la fata la aveva istruita; e sopraggiunsero poi le sei arpie delle sorelle, che, per pungerla e mortificarla, le descrissero a lungo le tante cose belle, che avevano visto alla festa.

Il servitore, intanto, era tornato dal re e gli aveva raccontato il fatto degli scudi. Si adirò il re e con stizza grande gli disse che, per quattro vili monetuzze, aveva venduto il gusto suo, e che, per ogni conto, avesse procurato nella ventura festa di appurare chi fosse quella bella giovane, e dove s’annidasse così leggiadro uccello.

Venne l’altra festa e le sorelle, uscendo tutte adorne e galanti, lasciarono la disprezzata Zezolla al focolare. Ma immantinente essa corse dal dattero, disse le parole solite, ed ecco prorompere una schiera di damigelle, chi con lo specchio, chi con la boccetta d’acqua di cucuzza, chi col ferro per arricciare, chi col pezzo di rossetto, chi col pettine, chi con gli spilli, chi con le vesti, chi con collane e pendenti. E tutte si misero intorno a lei, e la fecero bella come un sole, e la collocarono in un cocchio a sei cavalli, accompagnato da staffieri e paggi in livrea. E si recò nel medesimo luogo dell’altra volta, e aggiunse meraviglia nel cuore delle sorelle e fuoco nel petto del re.

Anche questa volta, al ritorno, il servitore le andò dietro; ma essa, per non farsi arrivare, gettò una manata di perle e di gioielli, che quel dabben uomo non poté non chinarsi a beccare, perché non erano cose da lasciar perdere; e così Zezolla ebbe tempo di ridursi a casa sua e spogliarsi conforme al solito. Tornò il servitore, tutto sbalordito, al re, che gli disse: « Per l’anima dei morti tuoi, se tu non mi ritrovi quella giovane, ti do una solenne bastonatura, e tanti calci nel sedere quanti hai peli nella barba! ».

Al nuovo giorno di festa, e quando già le sorelle s’erano messe in via, Zezolla tornò dal dattero; e, ripetendo la canzone fatata, fu vestita superbamente e collocata in una carrozza d’oro con tanti servitori attorno, che pareva una cortigiana arrestata al pubblico passeggio e contornata dagli sbirri. E, dopo aver eccitato la meraviglia e l’invidia delle sorelle, si partì, seguita dal servitore del re, che questa volta si cucì a filo doppio alla carrozza. Vedendo che sempre le era alle coste, Zezolla gridò: « Tócca cocchiere! »; e la carrozza si mise in corsa con tanta furia, che a lei, in quell’agitazione, cadde dal piede una pianella, che non si poteva vedere cosa più ricca e gentile.

Il servitore, non potendo raggiunger la carrozza che ormai volava, raccattò la pianella e la portò al re, narrandogli quanto gli era accaduto. Il re la tolse tra le mani ed uscì in questi detti: « Se il fondamento è così bello, che sarà mai la casa? O bel candeliere dove è stata infissa la candela che mi consuma! O treppiede della bella caldaia, dove bolle la mia vita! O bei sugheri, attaccati alla lenza d’amore, con la quale ha pescato quest’anima! Ecco, io vi abbraccio e vi stringo, e, se non posso giungere alla pianta, adoro le radici; se non posso attingere ai capitelli, bacio le basi! Voi foste già ceppi di un bianco piede, e ora siete tagliuola d’un cuore addolorato. Per virtù vostra, colei, che tiranneggia la mia vita, era alta un palmo e mezzo in più; e per voi cresce altrettanto in dolcezza questa mia vita, mentre vi guardo e vi possiedo! ».

Ciò detto, il re chiama la scrivano, comanda ai trombetti, e tu–tu–tu, fa gettare un bando che tutte le donne del paese vengano a una festa e a un banchetto che ha determinato di dare. Nel giorno stabilito, oh bene mio! quale masticatorio e quale fiera fu quella! Donde uscirono tante pastiere e casatelli? Donde gli stufati e le polpette? donde i maccheroni e i graviuoli, che poteva saziarvisi un esercito immenso? Le femmine c’erano tutte e di ogni qualità, e nobili e ignobili, e ricche e pezzenti, e vecchie e giovani, e belle e brutte; e, poiché ebbero ben lavorato coi denti, il re, fatto il profizio, si mise a provare la pianella a una a una a tutte le invitate per vedere a chi di esse andasse a capello e bene assestata, tanto che egli potesse dalla forma della pianella conoscer quella che andava cercando. Ma non trovò alcun piede a cui andasse a sesto, e ful sul punto di disperare.

Nondimeno, imposto generale silenzio, disse: « Tornate domani a far penitenza con me; ma, se mi volete bene, non lasciate nessuna femmina a casa, e sia quale sia! » Parlò allora il principe: « Io ho una figlia, ma sta sempre a guardare il focolare, perché è una creatura disgraziata e dappoco, non meritevole di sedere dove mangiate voi ». Replicò il re: « Questa sia a capo della lista, perché l’ho caro ».

Così partirono, e il giorno dopo tornarono tutte, e, insieme con le figlie di Carmosina, Zezolla, la quale, come il re la vide, gli dié l’impressione di quella che desiderava; e nondimeno dissimulò. Ma, finito il desinare, si venne alla prova della pianella, che, non appena fu appressata al piede di Zezolla, si lanciò di per se stessa, come il ferro corre alla calamita, a calzare quel cocco pinto d’Amore.

Il re allora strinse Zezolla fra le sue braccia, e, condottala sotto il suo baldacchino, le mise la corona sul capo, ordinando a tutti di farle inchini e riverenze come alla loro regina. Le sorelle, livide d’invidia, non potendo reggere allo schianto dei loro cuori, filarono moge moge verso la casa della madre, confessando a lor dispetto che

pazzo è chi contrasta con le stelle.



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