30Apr
2012
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Il cane, il gatto, il topo

Fiaba di: marco.ernst

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La fiaba

C’era una volta una casa normale, abitata da gente normale, in cui vivevano un cane, un gatto e un topolino, solo che loro non erano del tutto normali, o almeno non lo erano nel modo che noi intendiamo abitualmente.

Infatti questi tre animali domestici, così comuni in tutte le nostre case, contrariamente a ciò che vuole la tradizione e la consuetudine, non si odiavano: anzi, erano dei veri amiconi.

Per quello che riguarda il cane e il gatto, il fatto è che loro erano in grado di parlare la stessa lingua, quindi fra di loro non c’erano problemi di comunicazione.

Normalmente un cane contento agita la coda, ma per il gatto questo è un segno d’irritazione; d’altra parte il gatto contento fa le fusa, che il cane può scambiare per un ringhio ostile, quindi l’atavica guerra fra le due specie è, alla fine, solo una questione di lingua: ciò che in quella di uno significa “pace”, per l’altro suona come “guerra” e viceversa.

Ma il nostro cane e il nostro gatto, essendo più evoluti dei loro simili, avevano superato queste incomprensioni lessicali, anche se non se ne rendevano conto.

Il discorso del topolino, invece, è un po’ diverso; i gatti, solitamente, mangiano i topi perché lo hanno sempre fatto, perché per loro è il cibo più abbondante e disponibile e perché viaggia sulla terra e non in cielo come gli uccelli o in acqua come i pesci.

Ma il nostro era un gatto domestico, ben curato e ben nutrito: che bisogno aveva di mangiare un topo che, sicuramente, gli avrebbe lasciato peli fra i denti, che sono una cosa antiestetica, fastidiosa e deleteria per l’alito?

L’unico problema per i tre amiconi, erano le pulci: non quelle reali, contro le quali erano stati disinfestati dai loro padroni, ma quelle che i loro simili non si stancavano di mettere loro nelle orecchie, ammonendoli di non fidarsi di quegli amici inconsueti, poiché da sempre le specie sono state nemiche e se così è da secoli, un motivo ci sarà.

Così, dopo averne discusso a lungo fra di loro, i tre decisero di ascoltare la voce di un arbitro imparziale.

In questo modo, un bel giorno essi s’incamminarono verso l’eremo del grande saggio, che viveva in una grotta lontana e che sapeva tutto di tutto, visto che lui era vecchio come il mondo.

Fatta un’abbondante colazione, dopo un lungo riposo, una mattina i tre si misero in viaggio, solo che questo si rivelò più lungo del previsto e, quando dopo giorni di cammino, giunsero dal vecchio saggio, erano stremati e affamati.

Cosa volete, creature di Dio?” chiese loro l’eramita.

Grande saggio – disse il cane, che era il portavoce del gruppo – siamo venuti a te per una questione molto importante, solo che siamo talmente stanchi e affamati che ci è difficile parlare. Non avresti qualcosa da darci da mangiare?”

Il vecchio, che oltre che saggio era anche santo, divise con loro le offerte ricevute dai fedeli e consentì ai tre amici di riposare ai suoi piedi.

Al loro risveglio, il giorno seguente, questi avevano ripreso le forze ed esposero il loro problema: “Come dobbiamo, dunque, fare? Continuare a combatterci, perché così è sempre stato, oppure continuare ad essere amici, perché così ci dice il cuore?” chiesero in coro i tre.

Miei cari – esordì il vegliardo con voce flebile – ascoltare il proprio cuore è sempre la cosa migliore, anche se è spesso difficile non farsi traviare dalle voci degli invidiosi e dei protervi. Io non posso obbligarvi, ma sarò felice se continuerete ad essere amici, anche se so che sarà difficile che questo duri per sempre. Guardate gli uomini, per esempio: centinaia di migliaia di anni di evoluzione, sono la specie più intelligente, eppure anche loro continuano a farsi la guerra, ad uccidersi, solo perché nessuno fa lo sforzo di capire gli altri, la loro lingua, le loro tradizioni, le loro religioni e ognuno ritiene di essere il depositario unico e assoluto della verità. Andate dunque e meditate e cercate di resistere alla facile tentazione di prevaricare i più deboli”.

Alcuni dei concetti espressi dal vecchio erano un po’ difficili per degli  animali che, per quanto evoluti, non hanno cognizioni né di storia, né di filosofia; comunque ringraziarono il saggio e si volsero per ritornare a casa.

Durante il tragitto, però, al gatto venne fame e cominciò a guardare con altro occhio il topolino: la sue coscette tenere gli mettevano l’acquolina solo a guardarle.

In fondo, pensò, se da sempre i gatti mangiano i topi, vuol dire che questi sono stati creati solo per sfamare noi che siamo certamente superiori a loro.

Così saltò addosso a quello che fino a poco prima era stato suo amico e lo divorò.

“Perché lo hai fatto? Era un nostro amico da sempre”, chiese esterrefatto il cane.

Perché avevo fame e lui era più piccolo e debole di me e anche meno evoluto. I gatti sono una razza superiore ed è quindi giusto che si mangino i topi”.

Il cane rimase un po’ perplesso dalla giustificazione, ma tirò diritto.

Più tardi i due ebbero ancora fame e, rovistando nella spazzatura, trovarono un grosso osso con ancora attaccata molta carne.

Ce ne sarebbe stato abbastanza per due, ma il cane, che ancora non aveva perdonato al gatto l’omicidio dell’amico, con un colpo delle forti mascelle, spezzò il collo al gatto e si mangiò da solo tutto il cibo.

In fondo – giustificò a se stesso – se lui può mangiare il mio amico topo, che era inferiore a lui, perché io non posso uccidere lui, che è di una specie inferiore alla mia ed è un assassino?”.

Rifocillatosi e non più rallentato dalle corte zampe dei suoi ex compagni di viaggio, il cane riprese a trotterellare verso casa.

Ora, finalmente, aveva capito i concetti del saggio: chi è più evoluto deve distruggere chi è inferiore a lui; egli lo aveva fatto e, quindi, ora si stava evolvendo e presto, forse, sarebbe diventato come l’uomo o, forse, superiore a lui.

Magari un giorno lui e gli altri cani avrebbero potuto sterminare gli uomini e prendere il loro posto, forse, un giorno, quando sarebbero stati più evoluti…

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