31Dic
2013
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Leoni in fuga

Fiaba di: marco.ernst

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La fiaba

C’era una volta…

E forse c’è ancora, un piccolo circo equestre scalcinato, ma così piccolo e così scalcinato da essere riuscito a sfuggire alle attenzioni e alle ire degli animalisti.

Ma presto anche il piccolo circo sarebbe balzato agli onori delle cronache giornalistiche e televisive.

Chi lavorava in quel circo faceva, più o meno la fame, sì perché la regola era: prima dare da mangiare agli animali, poi, se restava qualche soldo, pagare il personale.

E tutti, oddio: tutti è una parola grossa, perché erano rimasti ben pochi a lavorare lì a quelle condizioni, tutti i superstiti, dicevamo, lavoravano lì per passione e clown, acrobati, domatori e proprietario facevano anche le funzioni di inservienti, accudivano gli animali, tenevano pulite le gabbie, montavano e smontavano il tendone con le tribune e guidavano la carovana attraverso piccoli paesi,m evitando le grandi piazze e di attirare troppo l’attenzione prima che arrivassero a togliere loro gli animali e, quindi, il pane quotidiano.

Peraltro, dove potevano andare quelle povere bestie, quasi tutte nate in cattività e quindi inadatte ad essere reintrodotte in natura?

Le bestie, già, gli animali che erano la principale attrattiva per i bambini, soprattutto, ma anche per i grandi che sotto il tendone riuscivano a ritornare un po’ bambini: erano rimasti alcuni cavalli, del resto il circo equestre prende proprio il nome da loro, poi due elefanti anziani e un po’ bolsi, due tigri e quattro leoni.

Una volta c’erano cammelli, giraffe, iene, ma le difficoltà economiche li avevano costretti a venderli a circhi più grandi e bioparchi.

I cavalli erano prerogativa di Katia, la nipote sedicenne del signor Tony, fondatore e proprietario del circo o di quello che ne restava.

Agli elefanti, malgrado fossero africani, badava Kalid, indiano purosangue che li faceva lavorare con amore e non con minacce e pratiche sadiche.

Del resto lui, prima di venire in Italia faceva il mahut, il conduttore di elefanti nel suo paese, e là i mahut con gli elefanti ci dormono anche.

E poi c’era Bart il temerario, al secolo semplicemente Bartolomeo, figlio del vecchio Tony e padre di Katia, il più ammirato, il domatore di tigri e leoni che lui riusciva a fare convivere a rischio della vita.

A dire il vero non rischiava nulla, perché lui con quelle belve ci era cresciuto, le aveva allattate da cuccioli e queste gli facevano le fusa, lo leccavano, gli davano affettuose testate proprio come i gatti domestici.

Durante gli spettacoli, però, queste ruggivano, fingevano pericolose zampate, facevano venire sudori freddi al pubblico ignaro.

Nei momenti precedenti lo spettacolo venivano montate ampie gabbie e il pubblico poteva visitare quel mini – zoo e magari, con un piccolo sovrapprezzo, provare l’emozione di dare da mangiare ai grandi felini, allungando loro lunghi bastoni con infilzate sopra bistecche e hamburger.

Ai cavalli e gli elefanti, invece, i bambini portavano pane secco, fieno, caramelle e noccioline americane.

Il circo era così povero che per spostarsi venivano adoperati, invece dei camion, vecchissimi e pittoreschi carri trainati da buoi, che non si era ben capito se consumassero più dei motori.

Solo gli elefanti, troppo pesanti per poter stare su di un carro, seguivano a piedi, lenti, maestosi e stanchi con il loro mahut in groppa.

Come detto leoni e tigri erano nati e cresciuti lì, nel circo, tutti tranne uno, un superbo maschio con una enorme criniera che, ovviamente, era stato chiamato Simba, ma che nonostante tutto era altrettanto domestico dei suoi compagni, anzi compagne, visto che gli altri componenti del gruppo erano femmine.

Successe un giorno che il tempo si guastò e piovve per una settimana, proprio mentre la carovana doveva spostarsi da un paese ad uno distante un’ottantina di chilometri che, alla velocità di buoi ed elefanti, significava non meno di quattro o cinque giorni di viaggio.

Ma con quel tempo, con le strade secondarie e sterrate che si erano riempite di buche, poi divenute pozzanghere, i tempi si erano dilatati e i buoi faticavano a tirare i carri.

Così dovevano spesso rallentare o fermarsi in attesa che spiovesse almeno per un po’ di tempo.

E durante uno spostamento accadde che il carro con i leoni ruppe una ruota, si rovesciò, le gabbie si ruppero e i leoni fuggirono.

A dire il vero due leonesse si allontanarono di una cinquantina di metri, poi, passata la paura, tornarono indietro e si accucciarono accanto al carro rovesciato che tutti cercavano di rimettere in sesto.

Un’altra leonessa si perse in un campo di granturco e piangeva disperata ed impaurita mentre Bart e la figli e il vecchio patriarca la cercavano seguendo i suoi miagolii.

Solo Simba, il re, l’unico che aveva provato la vita selvaggia, ebbe una reminescenza di giungle e savane e si allontanò in cerca di avventura e libertà.

Si era in un periodo in cui, causa anche il maltempo, succedeva ben poco: poche notizie per giornali e televisione e così questi non persero l’occasione di enfatizzare la notizia: “LEONI IN FUGA” Pubblicarono a titoli cubitali, quasi che si trattasse di decine di belve feroci, non di un simpatico nobile decaduto per nulla pericoloso, solo fiero e curioso.

La gente si chiuse in casa, terrorizzate, ma del resto con quella pioggia dove sarebbero mai andati? Mentre polizia, carabinieri e pompieri diedero la caccia al fuggitivo superstite, visto che la tremebonda fuggitiva smarrita era stata ritrovata intenta a sgranocchiare una pannocchia acerba.

Uno sparuto gruppo di amanti degli animali arrivò con cartelli che inveivano contro circhi e zoo e, al tempo stesso, sorvegliavano che nessuno facesse del male a Simba.

I fucili dei cacciatori, comunque, erano caricati a tranquillanti, non a pallottole.

Simba si inoltrò fra campi di mai, pioppeti, in cerca di savane e foreste che lì non c’erano proprio, in cerca di cibo perché, dopo un po’, intervenne anche la fame, ma non voleva tornare indietro, e non sarebbe neppure stato in grado di ritrovare la strada: la libertà val bene una pancia che brontola.

Il leone non è un animale da tana, ma pioveva ancora e i suoi reumatismi si facevano sentire, così trovato un grosso tubo vi s’infilò in cerca di riparo.

Era la condotta di una fognatura e grazie anche alle pupille da felino che gli consentivano una buona visione anche al buio, il leone si mise ad esplorarla.

La pancia ruggiva più di lui ed allora, anche se indecoroso per uno del suo rango, si risolse a mangiare grosse pantegane che là sotto vivevano in abbondanza.

Anche se praticamente a digiuno, Simba lasciava, però, delle tracce… solide e non troppo profumate, ma utili a seguirne le tracce.

Dietro questa scia visibile e olezzante c’era un piccolo drappello guidato dai suoi amici del circo, seguiti da agenti armati dei loro fucili a siringa e dagli animalisti che facevano un tal baccano, a furia di cori e slogan, che sarebbe fuggito a loro anche il più sordo dei serpenti.

Nei suoi bassifondi Simba mangiava quelle schifezze rimpiangendo la succulenta carne rossa che gli davano al circo, ma un po’ era spaventato da quelle grida numerose che udiva in lontananza, un po’ non voleva rinunciare ad ancora qualche briciola di libertà.

Ma si può chiamare libertà quella vita randagia, senza amici, senza compagne, in un luogo puzzolente e sporco, umido e malsano.

Uscirne non era facile, visto che era un dedalo di cunicoli; incontrò anche un terrorizzato alligatore, acquistato e poi gettato nel water da gente incosciente, ma i due si evitarono accuratamente, entrambi spaventati dalle dimensione di quell’animale mai visto prima.

Poi, finalmente, la luce, l’uscita da quel luogo orrendo.

Aveva anche smesso di piovere e c’era un piccolo bosco giusto per soddisfare la voglia di esplorazione dell’animale.

Lì non c’erano ratti, ma scoiattoli che, però, stavano sugli alberi, così Simba placò la fame con frutti, bacche e funghi.

Dopo due giorni di quella vita il povero leone in fuga era esausto: ne aveva abbastanza di quella libertà, che costava un prezzo troppo caro da pagare.

Allora uscì dal boschetto, si mise bene in vista sdraiato a godersi un pallido sole che gli asciugava un poco l’umidità delle fogne ed attese quelle voci che si avvicinavano.

Quando lo scorsero gli uomini armati puntarono i fucili, minacciati dagli animalisti superstiti (gli altri erano all’osteria a scaldarsi le ossa con un buon vin brulè ), ma Bart, Tony e Katia furono più lesti, gli corsero incontro, lo abbracciarono e lui si lasciò andare alle fusa di affetto e riconoscenza.

Ritornarono al carrozzone restaurato, mentre poliziotti, carabinieri e pompieri tornavano soddisfatti in caserma, convinti di essere degli eroi, gli animalisti tornarono a casa, decisi a presentare un’interpellanza contro circhi, leoni e forze dell’ordine e i giornalisti delusi che non ci fossero state vittime ritornarono alle redazioni per scrivere articoli che narrassero le pericolose fasi della cattura della ferocissima belva.

Simba aveva ritrovato le sue compagne, le amiche tigri, il “suo” pubblico che lo viziava di coccole e carni gustose e i suoi affezionati addestratori.

Era stato breve, ma aveva goduto un poco di libertà, poi era rientrato diligentemente nei ranghi, alla fin fine come facciamo spesso anche noi uomini.

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