05Gen
2012
elegia-cose

L’elegia delle cose

Fiaba di: Rossella Pompeo

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La fiaba

L’elegia delle cose
e dei gesti in esse accordati

La danza del guardare
per prendere e l’aver preso

Toccare appena ci si è mossi
a farlo

“Nella, si era alzata; era andata
alla finestra ed aveva accostato
le imposte, come se anche a lei
la luce desse fastidio.”

L’ho tradotto nel mio mondo del
visivo mentale
L’andare verso lo spingersi a
Il concatenare gesti
L’attenta analisi del fare
Il riporre per conservare

Alle cure devolvere gli oggetti
Le cose

Non gettarle riporle
Tenerle al caldo come di ventre

Germogliano sempre altro tempo
Le cose

Riproducono esse richiedono un fare
Ci permettono di essere
Non le sciupare

***

Gli esercizi di lettura
al mattino
La forsennata voglia di scrivere
ovunque appena il pensiero
si forma
Impellente immediata ricerca
di un tramite che arresti
il fuggitivo
lo incastri nella sua finitezza
ma solo apparente
ché i ponti di cui la scrittura gode sono infiniti
Un sasso nello stagno dell’essere
propaga oltre l’aspettativa consapevole
Parte arriva concede
un termine di indagine involontaria
Il mistero dello scrivere
è ciò per cui vivo io
qualcosa mi rende
simile agli altri
è il sentire e li sento
giungere al termine
alla parola che è
libera e così  loro
liberandosi leggendo
mi privano di un peso
dell’essere

***

E mi imbarazzo
di fronte ai
miei versi
Provo gioia infinita
E la grafia con
l’inchiostro nata
si accende su di un foglio
Vocali consonanti
scoprire un alfabeto di
suoni non più trattenuti
ma donati prima alla
carta poi a te
Le cose partoriscono le cose
e i gesti per curarle
Se si è ammalati anche le cose
lo diventano
per effetto di distacco
E’ la distanza da essi a
impolverarle tutte
come d’oblio
E se tu ti inarchi dentro
te stesso
Tu hai perso e fallito
con te innati i gesti
così interrotti deperiscono
nella tua natura ormai brulla

***

Del terminare e
realizzare compiutamente
Dello stare come combaciare
Stare in, stare accanto
Dello stare nella presenza
specchio naturale del sentire
A-parola a-fono
Tu non te ne avvedi di colui che
è stanco
Non emette suoni non più solo
annuisce
Il gesto esprime il pensiero
taciturno eppure giunto
Lo percepisti? prestasti quell’attenzione
che l’altro merita?
Gli offristi i tuoi occhi come a mendico
un centesimo?
Con disprezzo o con gioia?
Con passione, come?
Come regalare ascolto come pervadere
un mutismo
Ho un grandangolare nell’occhio
in entrambi
le cose di cui le mie mani sono
portatrici come mezzi
mi appaiono ingigantirsi
come specchio di una me che
vuole imparare a donare

***

Il periodo: “Nella…” è tratto da: “Lo scialo” di Vasco Pratolini, Arnoldo Mondadori Editore 1971

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