31Dic
2010
L’aquila e la gazza

L’aquila e la gazza

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Dall’aria la regina, io dico l’Aquila,
in compagnia di monna Berta un giorno
(sì diverse fra lor di vesti e d’anima)
volavan d’un bel prato verde intorno.

Giunte in un luogo alquanto solitario,
la Gazza ebbe timor; ma la Signora,
che si sentiva per quel giorno sazia,
con parole amorose la rincora.

Poi dice: – Se il buon Dio dentro le nuvole
s’annoia a contemplar le stelle e il sole,
anch’io posso annoiarmi che son l’Aquila
sua serva… Orsù, scambiam quattro parole.

Discorriamo, rompiam questa tetraggine,
sorella mia, con qualche fatterello -.
E volentier ciarlò Gazza pettegola,
qua e là mettendo il becco, in questo, in quello.

Quel tal ciarlon di cui racconta Orazio,
che il bene e il mal dicea d’ogni persona,
non sapeva che cosa fosse chiacchiera
di fronte a questa Gazza cicalona.

Ella ch’è buona spia, tosto s’incarica
di riferir le grandi novità,
ascoltando, girando, e quindi all’Aquila
ridirà tutto ciò ch’ella saprà.

Ma l’Aquila, che già freme di collera,
– Addio, – grida, – ciarlona, resta qui:
non voglio alla mia corte una pettegola -;
e con piacer dell’altra sen partì.

Seder presso gli dèi non è sì facile,
come si crede, e costa immenso affanno.
Ciarloni, spie, persone a fondo doppio
a stento il posto lor vi troveranno.

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