14Lug
2016

Carbonella

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Fiaba di Luigi Capuana

C’era una volta una povera donna che aveva una bambina così bruna, da sembrare quasi una mora. La lavava quattro, cinque volte al giorno per tenerla pulita; ma la pelle della piccina, specialmente quella delle mani, trasudava un umor nero che lasciava l’impronta su qualunque cosa ella toccasse, ed era la disperazione di quella povera mamma.

Le vicine le avevan messo il nomignolo di Carbonella; e anche sua madre aveva finito col non chiamarla altrimenti.

Carbonella, vispa, servizievole, si faceva voler bene da tutti. Non poteva però soffrire che gli altri bambini del vicinato la chiamassero cosi.

– Carbonella, vuoi fare il chiasso con noi?

– Ve la do io la carbonella!

Li rincorreva, e quando li aveva raggiunti, con una stropicciatina delle mani sul viso li impiastricciava di nero, in maniera da farli parere figli di carbonai.

Ed erano pianti, ed erano strilli; ma le mamme davano ragione a lei:

– Perché la chiamate Carbonella?

– E voialtre dunque? E la sua mamma dunque?

– Noialtre glielo diciamo per vezzo.

Infatti era così. Carbonella di qua! Carbonella di là!

– Perché insudici tutto, Carbonella?

– Per farvelo lavare più presto.

– Brava Carbonella! E perché ti arrabbi quando i ragazzi ti chiamano cosi?

– Perché la mia mamma mi lava quattro, cinque volte il giorno: e tutti quei ragazzacci sono più sporchi di me.

Intanto la sua mamma non sapeva che mestiere farle apprendere, con quelle mani che lasciavano il segno su qualunque cosa toccassero.

– Figlia disgraziata! E come farai per campare quando io non ci sarò più?

– Il Signore mi aiuterà! – quasi la povera donna prevedesse che doveva morir presto e lasciare nei guai la figliuola che aveva appena sette anni.

Le vicine per qualche tempo le diedero da mangiare: oggi una, domani un’altra. Povere anch’esse, vivevano stentatamente di lavoro ed erano cariche di figlioli. Pel momento, una bocca di più non costituiva gravezza; e Carbonella, meschina, si contentava di quel po’ che le davano. Ma quando sarebbe cresciuta? Nutrirla non bastava: bisognava rivestirla, tenerla d’occhio: e con quel difetto d’insudiciar di nero ogni cosa che toccava, non le si poteva far fare nessun lavoro.

Ora che la sua mamma era morta, le vicine avevano ben altro a cui badare che a lavarla quattro, cinque volte il giorno; e per ciò Carbonella era divenuta, come dicevano, peggio Carbonella di prima.

Se ne stava accoccolata davanti all’uscio della sua catapecchia, coi gomiti sui ginocchi, col mento fra le mani, e guardava le nuvole che passavano pel cielo spinte dal vento.

– Me ne vorrei andare pel mondo come loro!

Fantasticava così; le invidiava.

– Che stai a guardare, Carbonella? Le mosche che volano?

– Non so: guardo le nuvole! Dove vanno?

– Dove le porta il vento, lontano.

– Voglio andarmene con loro.

E una mattina, chiama, cerca Carbonella… era andata via, era sparita, senza dir niente a nessuno.

– Povera Carbonella! Chi sa a quest’ora dove le lucono gli occhi!

Carbonella aveva raccolto quei pochi stracci che costituivano tutta la sua ricchezza, ne aveva fatto un fagottino e, presa la via dei campi, era andata avanti, avanti senza sapere dove e perché andasse.

Aveva sentito dire più volte: – Il tale, la tale hanno incontrato la Fortuna – e si era immaginata che la fortuna corresse attorno pel mondo. Poteva incontrarla anche lei. E per ciò quel giorno, imbattendosi in qualche donna, vecchia o giovane, le domandava ingenuamente:

– Siete voi la Fortuna?

Tutte la guardavano stupite della domanda, e non rispondevano nemmeno; tiravano via, crollando il capo; la credevano una scema.

Verso sera incontrò una carrozza tirata da due focosi cavalli, riccamente bardati. Una bella signora era quasi sdraiata sui cuscini; passava di corsa.

– Signora, bella signora!

Al grido, la signora fece fermare la carrozza e attese che quella ragazza, così bruna da sembrare una mora, vestita poveramente, e con quel fagottino sotto braccio, le si fosse avvicinata.

– Signora, bella signora, siete voi la Fortuna?

– La donna crollò il capo, e fe’ cenno al cocchiere di riprendere la corsa.

Era già notte, quando Carbonella, atterrita di trovarsi così sola in piena campagna, vide apparire in un lato della strada una fiammolina azzurrognola che errava, sobbalzando, e non si fermava mai. Si mise a inseguirla; ma appena le era vicina e già tendeva la mano per afferrarla, la fiammolina dava un balzo e si allontanava con bizzarro movimento di altalena. Carbonella aveva dimenticato la stanchezza, la fame che le mordeva lo stomaco, e inseguiva, inseguiva la fiammolina. Le era balenato alla mente che potesse essere la fortuna.

– Fiammolina, fiammolina azzurra! Se sei la Fortuna, lasciati afferrare!

Ah! Non era la fortuna, giacché continuava ad errare, con quel bizzarro movimento d’altalena, e non si lasciava raggiungere.

Tutt’a un tratto, la vide fermarsi e sparire, e si accòrse di essere arrivata davanti all’uscio di una povera casetta di campagna.

Si fece animo e picchiò. Non rispose nessuno. Attese un po’ e tornò a picchiare. Non rispose nessuno.

– Fiammolina, fiammolina azzurra, mi hai dunque ingannata?

E tornò a picchiare per la terza volta. Si udì una voce rauca, di persona ingrugnata:

– Chi picchia? Chi cercate?

– Sono io, sono Carbonella; chiedo ricovero per questa notte.

– Carbonella? Non sono fornaia; avete sbagliato uscio.

– Datemi almeno una fetta di pane: muoio dalla fame!

Dalle fessure dell’uscio Carbonella si accòrse che là dentro avevano acceso un lume; e dal rumore degli zoccoli e dal brontolio della voce rauca, capì che qualcuno veniva ad aprirle.

L’uscio scricchiolò e apparve su la soglia una vecchia curva, grinzosa, coi bianchi capelli arruffati, e gli occhi insonnoliti.

– Chi sei? È questa l’ora di rompere il sonno alle persone?

– Scusate buona donna; mi ha guidato fino a qui una bella fiammolina azzurra. Mi ero sperduta per la campagna.

– Ti chiami Carbonella? Sei carbonella davvero.

E le fece una carezza sui capelli.

Le diè da mangiare, brontolando sempre, ma Carbonella non capiva le parole.

La cameretta era affumicata, con pochi e rozzi arnesi, e v’era per letto un giaciglio di strame dove poteva sdraiarsi una sola persona.

Carbonella aveva su la punta della lingua la domanda:

– Siete voi la Fortuna? Ma vedendo tutta quella miseria, si trattenne.

Quale non fu però il suo sbalordimento, quando la vecchia, preso il lume in mano, le disse:

– Ed ora, figliola mia, andiamo a dormire.

Spinse un usciolino della parete in fondo, così affumicato anche quello, che Carbonella non se n’era avveduta… e la povera ragazza, dallo stupore della sorpresa, sentì mancarsi il respiro.

Una fila di stanze, una più bella dell’altra, illuminate da una dolce luce azzurrognola, che non si capiva d’onde venisse; stucchi, fregi dorati, tappeti morbidissimi per terra, specchi alle pareti; e vasi con belle piante, e vasi con bellissimi fiori. La vecchia andava avanti, curva, coi bianchi capelli arruffati, che, a quella luce, parevano d’argento, e non si voltava per vedere se Carbonella la seguisse.

– Questa è proprio la Fortuna – ripeteva dentro di sé la ragazza.

Erano entrati in una camera con un letto col baldacchino. Coperta bianchissima, lenzuola e guanciali che abbagliavano. Doveva dormire là? Ah, povera lei! Avrebbe insudiciato ogni cosa.

– Tu qui; io dormirò di là, nella camera accanto.

– Ah, no, signora! Voi non sapete! Mi hanno chiamato Carbonella, anche perché ho la disgrazia di macchiar di nero tutto quel che tocco! Dormirò sullo strame della prima stanza!… Siete voi la Fortuna, buona signora?

Non poté più trattenersi dal domandarglielo.

– Dormi, e non curarti d’altro!

E la lasciò sola, sbigottita.

La mattina dopo, svegliandosi, Carbonella si trovò distesa su lo strame della stanza affumicata, col suo fagottino per guanciale. Aveva sognato? Non arrivava a persuadersene.

E sentiva di nuovo, su la punta della lingua, la domanda: Siete voi la Fortuna? – Ma rammentava – oh, non aveva sognato! – di avergliela già fatta la sera avanti; e colei le aveva risposto: – Dormi e non curarti d’altro! – segno evidente che non era la Fortuna, o che non voleva darsi a conoscere.

– Ed ora dove andrai?

– Dove mi portano i piedi, alla ventura. Se potessi incontrare la Fortuna! L’hanno incontrata tanti, dicono: essa sola potrebbe aiutarmi.

– Ah, figliuola mia! La Fortuna è capricciosa: oggi dà, domani toglie; dà senza discernimento, toglie allo stesso modo: è una pazza. Se la incontri, non guardarla neppure in viso; da’ retta a me.

– Ma come faccio, col difetto di insudiciar di nero quel che tocco?

– Per questo c’è rimedio. Non avere schifo. Ficca le mani in questo mucchio di letame, e tiencele finché potrai sopportare il bruciore che sentirai.

Carbonella esitò un momento, e poi ficcò le mani nel letame. Cominciò a provare un lieve calore che andò di mano in mano aumentando.

– Ahi! Ahi!

– Non è niente, Carbonella; sopporta ancora. Pazienza!

Le pareva di aver le mani tra la brace; si contorceva, ma l’idea di guarire di quel difetto le dava forza e coraggio.

– Ahi! Ahi!

Le ritrasse. Sembravano carbonizzate: erano più nere di prima, ma non le frizzavano più.

Toccò un panno… e vi lasciò una macchia non nera, ma gialliccia scura, del colore del letame. Valeva la pena di essersi lasciate bruciare le mani a quel modo! O nero, o gialliccio, quelle sue mani disgraziate macchiavano sempre!

– Perché mi avete ingannata?

– Non ti ho ingannata, vedrai!

Carbonella finse di crederle. Chi sa? Quella brutta vecchia poteva farle qualche peggior male! La ringraziò e andò via; avanti, avanti, per la campagna, alla ventura, poverina!

Pensava che colei le aveva detto:

– Se incontri la Fortuna, non guardarla neppure in viso! Altro che guardarla in viso, se l’avesse incontrata! Le si sarebbe afferrata alla gonna e non l’avrebbe lasciata, se non ne avesse ricevuto i più ricchi doni!

E per ciò, imbattendosi in qualche donna, vecchia o giovane, la fermava:

– Siete voi la Fortuna?

Tutte la guardavano stupite della domanda, e non rispondevano nemmeno: tiravano via, crollando il capo; la credevano una scema.

Giunse in riva a un fiume. Su l’erba erano sciorinati al sole tanti panni di bucato, e non c’era nessuno che li guardasse. Carbonella pensò di lavarsi le mani con l’acqua corrente, e più le stropicciava e più l’acqua s’intorbidava col colore gialliccio scuro del letame; se non che, col sole, quel colore luccicava come l’oro.

Visto che a guardia dei panni non c’era nessuno, ne prese uno, il primo che le capitò davanti, e si asciugò le mani. Pur troppo, vi restavano tante impronte giallicce, impronte delle mani in varii atteggiamenti, e così nette e così precise, che sembravano dipinte.

Tornò a lavarsele, a stropicciarle forte: l’acqua s’intorbidava col colore gialliccio scuro del letame; se non che, anche questa volta, col sole, quel colore luccicava come l’oro. Era inutile. E prese un altro panno (sembrava una camiciona) e vi si asciugò le mani. Pur troppo, tante impronte di mani, ma così nette e precise che sembravano dipinte.

Stava per sciorinarlo novamente su l’erba, quando accorsero da più parti i guardiani.

– Ah, scellerata! Che cosa hai fatto? Hai macchiato la biancheria della famiglia reale!

Tentò di scappare; ma coloro la raggiunsero, l’afferrarono, la legarono con le mani dietro la schiena, e la trascinarono, piangente, mezza viva e mezza morta, al cospetto del Re.

– Perché hai tu fatto questo?

– Maestà, perdonatemi. Io non sapevo… Se avessi saputo, Maestà…

E il pianto le impediva di parlare. Il Re si convinse che una ragazzina di quell’età non poteva aver voluto recare sfregio al bucato reale, e ordinò che la mettessero in libertà.

– Si rifaccia il bucato. La colpa è tutta vostra che non avete fatto buona guardia.

A Carbonella non parve vero di essere rilasciata senza nessun gastigo, e prese di nuovo per la campagna, lusingandosi sempre che, un giorno o l’altro, avrebbe incontrato la Fortuna.

Le lavandaie rifecero il bucato, ma le impronte delle mani non andarono via; e quando i panni furono asciutti, quelle impronte scure erano diventate luccicanti quasi fossero state d’oro.

Il Re, la Regina, il Reuccio vollero vederle e rimasero sbalorditi; erano infatti impronte d’oro!

Il Reuccio, più di tutti, le guardava estasiato.

– Ah! queste mani! Le più piccole, le più belle manine del mondo!

Era proprio così!

Quel camicione sembrava ornato di finissimi ricami di lamine d’oro. Le impronte erano così nette, e così ben modellate, che vi si scorgevano fin le più minute accidentalità della pelle.

– Ah! quelle mani! Le più piccole, le più belle mani del mondo!

E da quel giorno in poi, il Reuccio fu colpito dalla fissazione di voler vedere colei che possedeva le più piccole, e le più belle manine del mondo.

Invano il Re diceva:

– È una ragazza nera, cenciosa, sudicia da far rivoltare lo stomaco. L’ho vista io; e quelle mani che qui sembrano una meraviglia hanno la pelle abbruciacchiata!…

– Ah! quelle mani! Le più piccole, le più belle manine del mondo!

La fissazione del Reuccio aumentava di giorno in giorno, quasi gli avessero fatto una malia.

Allora il Re, per amore del figlio, spedì parecchi corrieri alla ricerca di quella ragazza. Colui che primo la trovava e la conduceva al palazzo reale, avrebbe potuto chiedere qualunque grazia; gli sarebbe stata concessa.

Trascorsero due settimane senza nessuna notizia di Carbonella. Chi l’aveva vista in un posto, chi in un altro: – Ieri è passata di qua; oggi è passata di là; ha preso questo sentiero; si è internata in quel bosco. – Ma corri, cerca, fruga, nessun vestigio di Carbonella.

E la fissazione del Reuccio aumentava sempre più, quasi gli avessero fatto una malia.

Finalmente, giunge un corriere e dice:

– Maestà, la ragazza è trovata. È a servizio da certi padroni che, per rilasciarla, non solamente vogliono un ordine scritto di pugno del Re, ma che Sua Maestà prenda impegno di rimandargliela in casa tra due giorni, al più tardi.

Il Re montò in furia:

– Ah, si? Un ordine scritto di pugno di Sua Maestà? Andate e trascinateli qui, legati alle code dei vostri cavalli. La ragazza, all’opposto, la condurrete in lettiga.

E così Carbonella ricomparve di nuovo in presenza del Re. Era più nera, più sciatta che mai, carbonella addirittura; ma ,vispa e tranquilla, perché sapeva di non aver fatto, questa volta, niente di male.

La tremarella l’avevano addosso i suoi padroni trascinati fino al palazzo regale, legati alle code dei cavalli.

– Perché non volevate lasciar venire la ragazza?

– Perdono, Maestà; avevamo un patto con lei: mangiare, bere e vestire, e doveva servirci per dieci anni.

– Come mai questo patto?

– Per carità di lei, Maestà.

– Infatti è così ben nutrita, è così ben vestita, che sembra una stracciona morta di fame! E che servigi doveva fare?

– Quasi niente, Maestà. Lavava i panni, ripuliva…

Erano impacciati; non dicevano la verità; quel che la ragazza toccava, bagnato, sembrava macchiato di giallo scuro; asciutto, luccicava come coperto d’oro; ed era oro davvero. Volevano arricchirsi, facendola sfacchinare da mattina a sera; la ragazza ignorava la virtù delle sue mani.

– Per ora, andate in carcere. Al patto dei dieci anni ci penseremo poi!

Il Re e la Regina, vedendo Carbone!la così mal ridotta, con quelle mani che sembravano bruciacchiate, furono molto contenti; la fissazione del Reuccio sarebbe sùbito sparita.

– Come ti chiami?

– Non lo so; mi dicono Carbonella: anche mia madre mi chiamava così. È morta; non ho più nessuno al mondo.

– E perché vai di qua e di là?

– Voglio incontrare la Fortuna. L’hanno incontrata parecchi, ho sentito dire. Chi sa che non la incontri anch’io! – E che vorresti dalla Fortuna?

– Quel che le piacerebbe di darmi.

Re e Regina si guardarono in viso, stupiti di tali risposte. La Regina disse al Re sottovoce:

– Costei, Maestà, ha qualche cosa che non mi piace.

– Dite bene, Regina: qualcosa che non piace neppure a me.

– Che sia una Strega?

– Può darsi. Lo scopriremo subito. Facciamo chiamare il Reuccio.

– Alla vista di Carbonella, il Reuccio indietreggiò nauseato.

– Ecco qui, Reuccio, quelle che voi credete le più piccole e le più belle mani del mondo!

Per piccole, erano piccole, ma belle, no davvero!

Egli le guardava, poco convinto che le impressioni lasciate sui panni provenissero proprio da esse.

– Fammi vedere! Fammi vedere!

Carbonella tese le mani, voltandole e rivoltandole, perché il Reuccio le osservasse bene.

– Chi te l’ha bruciacchiate?

– Nessuno. Dapprima macchiavo di nero tutto quel che toccavo; era una gran disgrazia. Una vecchia mi disse: Ficcale in quel mucchio di letame, e tiènvele finché potrai. Quel letame scottava, e perciò le mie mani sono così bruciacchiate. Ora invece macchio in giallo scuro tutto quel che tocco; è un’altra grave disgrazia!

Il Reuccio le guardava con repugnanza, poco convinto che le impressioni lasciate nei panni provenissero proprio da esse.

– Lasciatemi vedere! Lasciatemi vedere!

Carbonella, ridendo, tendeva le mani, voltandole e rivoltandole, perché il Reuccio potesse osservarle meglio.

– No, no, no!… Non sono queste! Vi fate beffa di me!

Il Reuccio, singhiozzando e piangendo, uscì dalla sala.

– Scellerata! Scellerata! Che malia hai tu fatta al Reuccio?

– Ti faremo bruciar viva, se non disfai la malia! Carbonella, alle parole della Regina e alla minaccia del Re, cominciò a tremare come una foglia, e non sapeva che cosa rispondere.

– Ti do tempo tre giorni! E intanto vai in carcere anche tu.

Il Reuccio smaniava più che mal:

– Ah, quelle mani! Le più piccole e le più belle mani del mondo!

– Che vorreste farvene, Reuccio?

– Voglio sposare chi le possiede!

– Vorreste sposare Carbonella?

– Non è lei, Maestà. Vi fate beffa di me?

– Non c’è dubbio – disse il Re. – Qui si tratta di malia.

Carbonella, in fondo al carcere, non si lamentava, non piangeva. Di tratto in tratto solamente si metteva a chiamare:- Fortuna, Fortuna! Se tu passassi da queste parti!

La Fortuna doveva esser troppo lontana, se non accorreva alla chiamata di lei.

Il Re, tre, quattro volte al giorno, se la faceva condurre.

– Carbonella, hai riflettuto? Vuoi disfare la malia?

– Ma che malia, Maestà? La trista malia è la disgrazia che mi perseguita.

– Hai tempo un altro giorno. Rifletti bene, Carbonella.

E Carbonella, tornata nella buia stanzuccia della sua prigione, non si lamentava, non piangeva. Di tratto in tratto solamente riprendeva a chiamare:

– Fortuna, Fortuna, se tu passassi da queste parti!

La Fortuna doveva essere molto lontana, se neppure questa volta era accorsa alla chiamata di lei.

Il giorno dopo fu condotta di nuovo alla presenza del Re.

– Carbonella, hai riflettuto? Vuoi disfare la malia? – Ma che malia, Maestà! La trista malia…

Il Re non la fece finir di parlare:

– Hai tempo poche ore, Carbonella; sarai bruciata viva domani.

Il Reuccio non sentiva ragione, smaniava più che mai.

– Ah, quelle mani! Le più piccole e le più belle del mondo! Voglio trovare chi le possiede! Chi le possiede, voglio sposarla!

– Sono quelle di Carbonella, Reuccio! Vorreste sposare Carbonella, figlio mio?

– No, no, no, Maestà! Vi fate beffa di me!

La Corte pareva in lutto per questa fissazione del Reuccio.

– Maestà, ho pensato questo – disse il Ministro. – Facciamo fare a Carbonella quella impronta sotto gli occhi del Reuccio. Così non potrà più credere che ci beffiamo di lui. E Carbonella è così nera, così sciatta ed ha le mani così bruciacchiate, che il Reuccio certamente avrà disdegno a sposarla.

Quel suggerimento del Ministro parve molto savio a Sua Maestà. Come non era venuto in mente alla Regina né a lui?

Prepararono un catino con acqua, vi immersero un panno di tela finissima, e Carbonella venne condotta davanti al Re, alla Regina, al Reuccio, e a tutte le persone di Corte.

– Carbonella, hai riflettuto? Vuoi disfare la malia?

– Ma che malia, Maestà! La trista malia è la disgrazia che mi perseguita!

– Sarai bruciata viva oggi stesso. Intanto leva questo panno dal catino e strizzalo bene.

L’acqua s’intorbidò, diventò di color giallo scuro; ed ecco che nel panno strizzato si vedevano parecchie impronte delle mani di Carbonella, dello stesso colore dell’acqua; qua intere, là delle sole dita, là delle palme con qualche falange di dito, secondo che potevano imprimersi strizzando.

Tutti stavano a guardare, stupiti, e più di tutti il Reuccio. A Carbonella quelle impronte sembravano cosa ovvia e naturale.

Sciorinarono quel panno al sole, e, di mano in mano che si asciugava, le impronte risultavano come fatte di maraviglioso ricamo in lamine d’oro finissimo, quasi una Fata si fosse divertita a far parecchie prove e, qua e là, lasciarle incompiute.

Tutti guardavano il Reuccio che sembrava diventato di sasso. Sembrava di sasso anche Carbonella, che vedeva, per la prima volta, mutarsi in oro le macchie gialle lasciate su gli oggetti dalle sue mani. Per questo quei padroni nascondevano sùbito le cose appena macchiate di giallo!

Tutt’a un tratto, grande scompiglio. Il Reuccio cominciò ad agitar le braccia, a stralunar gli occhi:

– Largo! Largo! Scostatevi!

E ributtava indietro Re, Regina, persone di Corte.

– Largo! Largo! Scostatevi! E tu, Carbonella, non ti muovere di lì! Fermi tutti; attendete!

Si era fatto un gran cerchio attorno a Carbonella, che rimaneva ritta nel mezzo, con gli occhi sbalorditi e con un doloroso sorriso su le labbra.

Nessuno osava di muoversi, aspettando che il Reuccio, uscito precipitosarnente dalla sala, ritornasse.

E fu un urlo di tutti vedendolo ricomparire con una face accesa in mano, correre addosso a Carbonella e appiccarle foco alla veste.

Quasi fosse stata di vera carbonella, la poverina diè una vampata da capo a piedi, senza un grido, senza un atto di scampo. Solamente nascose il viso con le braccia e rimase in piedi, avvolta dalle fiamme scoppiettanti.

– Ah, Reucciol Che cosa avete fatto, Reuccio!

– Era Carbonella, Maestà; bisognava bruciarla!

Le fiamme diminuirono, lingueggiarono un po’, poi si estinsero. E dopo un po’, si vedeva fitta in mezzo alla saia una forma umana, coperta di cenere, che sembrava una statua.

– Ah, Reuccio! Che cosa avete fatto!

– Era Carbonella, ora è cenere! Tanto meglio, Maestà.

Ma ecco: la statua viene presa da lieve tremito che si accresce, si accresce, e fa cascar giù la cenere da ogni parte: ed ecco apparire una bellissima figura di donna, bianca, rosea, con capigliatura d’oro, ma che conserva infatti nel viso i lineamenti di Carbonella. Abbassate lentamente le braccia, apre gli occhi, quasi si destasse da un profondissimo sonno, sorride e tende le mani al Reuccio.

– Oh, le più piccole e le più belle mani del mondo!

E il Reuccio, caduto in ginocchio davanti a lei, gliele baciava e ribaciava.

Carbonella, diventata Reginotta, chiese la grazia pei suoi padroni che erano in carcere. Ma le sue mani non macchiavano più gli oggetti toccati.

E qui la fiaba finisce.

 

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