20Mar
2018

Il vecchio pescatore e il bambino

Fiaba di: Maria Carmela

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La fiaba

Stavano seduti sul bordo del pontile sul fiume, tutti e due con una canna da pesca in mano. Il vecchio gli aveva insegnato tutti i segreti, il primo e più importante, la pazienza!

-Una buona canna e la giusta esca contano molto, tanto quanto il posto giusto dove pescare, ma senza la pazienza, tornerai sempre a casa con la cesta vuota-

Ghito aveva sette anni.

-Ne sento parlare spesso, nonno, ma… di preciso, cosa è la pazienza?-

-Adesso ti racconto una storia-

-Che bello, nonno! una storia di draghi e di eroi?-

-No, una leggenda vera, Ghito-

-Nella lontana terra dei Khalai, millenni e millenni fa, regnava la pace. Il popolo si dedicava a coltivare, allevare, commerciare, mettere al mondo figli, dormire e mangiare. Tutto era rigoglioso, ma, così facendo, cominciarono ad ammalarsi, a ingrassare e a impigrirsi, e, soprattutto, commisero un grande errore: si dimenticarono dell’Avversario Avido. L’Avversario Avido stava dappertutto, era il seme del Male, stava nelle malattie, stava nei fiumi in secca, stava nelle piogge torrenziali, stava nel vento di tempesta che tutto spazza via. Sfidava di continuo il Primo Creatore. E così, un giorno, rubò ai Khalai i doni più preziosi che il Primo Creatore aveva concesso: la terra e gli alberi, gli animali, il sole tiepido, l’acqua generosa, il vento ristoratore. Tutto seccava al sole cocente, gli animali morivano, il popolo perdeva lentamente le forze. Gli Anziani decisero allora di riunirsi per eleggere colui che sarebbe andato a recuperare i doni. Il vecchio disse che non poteva, doveva tenere unito il popolo con la sua saggezza, lo sciamano nemmeno, doveva leggere i presagi per conoscere quanto ancora sarebbe potuto accadere, il guerriero nemmeno poteva, doveva difendere il le terre da eventuali minacce. Mentre tutti si guardavano non sapendo che fare, un giovane robusto e forte emerse dalla folla, e disse:

-Andrò io. Sono solo, sono giovane e non devo occuparmi del popolo, non sono sciamano e non devo divinare, non sono guerriero e non devo difendere il villaggio. Non sono importante, ma sono giovane e coraggioso, qui non vi servo e se tornerò con i doni, avrò fatto una buona cosa, avrò salvato il nostro popolo… e tornerò!-

Si chiamava Alaek.

E così lo lasciarono andare. Alaek intraprese il cammino, dirigendosi verso la lontana Pietra Primaria, per invocare il Primo Creatore e farsi indicare la strada per recuperare i doni. Dopo due giorni, stanco e senza il conforto dell’acqua e del vento, arrivò, e il Primo gli parlò:

-Hai avuto coraggio e hai dimostrato generosità, dunque amore per la tua gente e la tua Terra. Adesso saprai se possiedi anche la virtù più importante, per questo ti darò una possibilità. Ognuno dei sei doni è stato riportato alla sua origine, ognuno alla sua Pietra, ma tu troverai la settima, la Pietra del Rituale, e lì saprai quello che dovrai fare. Incamminati a Nord, non sarà difficile trovarla.-
E Aleak si incamminò verso Nord; dopo poche centinaia di metri, giunse alla Pietra del Rituale, si accostò e un’aura lo circondò, infondendogli nuovo vigore. Ma, per quanto ascoltasse e si guardasse intorno, nessun suono e nessuno scritto gli dava indicazioni. “Forse sono arrivato troppo in fretta, forse devo aspettare”. E così fece, si sedette alla poca ombra della Pietra e attese, ma nulla succedeva, il sole gli seccava le labbra, la sete era tanta, ma non si mosse da lì, anche la notte bruciava, e alla fine cadde addormentato. A svegliarlo, una sensazione di freschezza e ristoro: il suo corpo era bagnato, non aveva più sete. Era mattino, e accanto a sé una preziosa goccia racchiusa in una piccola pietra. Aveva recuperato il primo dono. La mise in tasca. Si sollevò, tutto era silenzio, la Pietra taceva. E adesso che doveva fare? Si rimise a sedere e ancora attese, il sole ricominciò a bruciare, la sete a farsi sentire, alla fame poteva resistere, ma alla sete… quanto avrebbe resistito? Ma doveva aspettare! E attese, due lunghi giorni e tre interminabili notti. Al terzo risveglio, l’urlo si spezzò nella gola arida: a pochi metri un orso lo fissava. Si fissavano, muti. Passato il primo spavento, Alaek si stropicciò gli occhi e lo osservò meglio: la sua pelliccia bruno dorata era inconfondibile, era l’orso buono e aveva una lama conficcata vicino al collo. Chi poteva essere stato così malvagio con lui, che non faceva male a nessuno e difendeva tutti? Fece per avvicinarsi, ma l’orso con un lamento indietreggiò:

-Non aver paura, voglio solo aiutarti, come tu aiuti sempre noi-

Riuscì ad accostarsi, e con delicatezza gli levò la lama, e poi lo curò con la terra e con le erbe. L’orso gli leccò il viso e restò accanto a lui tutto il giorno.

-Potessi parlare, amico mio, e dirmi cosa devo fare!-

Un’altra notte passò. Al risveglio l’orso era scomparso, ai suoi piedi il cadavere di uno scorpione e di un serpente velenosissimi. E una piccola pietra con l’effigie dell’orso buono. La mise in tasca. L’orso buono aveva vegliato su di lui e lo aveva salvato. Aveva recuperato il dono degli Animali.
“Dunque devo solo attendere -pensò- ma questo sole cocente mi ucciderà prima se non torno indietro, almeno avremo l’acqua!”. Tentennò! No, non doveva farlo, doveva recuperare tutti i doni, non doveva arrendersi! E ancora una volta, spossato e allo stremo delle forze, si sedette all’ombra della Pietra. E attese. Trascorsero tre giorni e prima ancora che giungesse la quarta notte, cadde stremato. Ma presto fu svegliato da un profumo forte e buono. Accanto a lui due sacchetti, uno conteneva la fertile terra, che profumava di messi ed erba fresca, nell’altro un seme. La Pietra del Rituale parlò:

-Hai recuperato il dono della terra e degli alberi, ma per essere completo devi piantare quel seme e attendere che il primo albero germogli-

-Ma… ci vorranno giorni, settimane… e non so se io ce la farò ad aspettare tanto, sono stanco e vorrei tornare a casa-

Ma la Pietra non parlò più. Rassegnato, mise il seme nel sacchetto della terra e si sedette alla solita scarsa ombra. Attese e attese ancora. Passarono i giorni, passò una settimana, pianse e si dissetò con le sue lacrime. E con le sue lacrime innaffiò il seme. Alla decima notte, aveva ormai anche gli occhi secchi ed era troppo stanco anche per dormire. Era buio, ma dopo un po’ si rese conto che era notte di plenilunio: la luce illuminava la Pietra e tutto quanto intorno. Faticosamente si sollevò e la invocò:
-O Madre Luna, non andartene, fa che la tua luce sia la luce del tiepido sole al mio risveglio!-
Mentre la guardava, gli parve che sorridesse. Crollò nuovamente a terra! Si svegliò all’alba ancora molto stanco, sentiva che le forze lo stavano abbandonando del tutto. Però… “Che è successo? il sole non brucia più, non più impietosamente torrido sul mio corpo. O Luna, mi hai ascoltato!”.
Sbirciò nel sacchetto: nulla, credette, ma guardando meglio vide una piccola punta verde che si faceva luce dalla terra! “Germoglia! si, germoglia!”. Mise delicatamente il sacchetto dentro la bisaccia, e mentre lo faceva, ai piedi della Pietra del Rituale scorse un sassolino luminoso, dentro racchiudeva il bacio della Luna e del Sole. Sorrise e lo mise in tasca.

“Bene, manca solo il vento, ormai, devo resistere, devo! Non posso arrendermi ora!”. E come sempre, si sedette all’ombra della Pietra, era estenuato, aveva tanta fame e sete e nemmeno un soffio a dargli sollievo.

Passarono i giorni, e le notti, non li contava più, adesso anche la noia sembrava sopraffarlo, le ore diventavano lunghissime. La mente iniziò ad annebbiarsi. “Se mi incammino, forse troverò ristoro, riprenderò le forze, porterò al mio popolo almeno questi doni” -pensava- “O Primo Creatore, cosa devo fare? Funzioneranno i doni anche se manca il vento? Avrò fallito. Devo attendere, qui, come fu detto e scritto!”.

Ormai non riusciva più neppure a sollevarsi da terra, ma la sera del ventesimo giorno un suono lo scosse, un suono noto, ma che giungeva da troppo lontano: era il sussurro del vento, che non riusciva ad arrivare sino a lui. Aggrappato alla Pietra, si rimise in piedi e ancora una volta invocò il Primo:

-Arriverà sin qui, Creatore? riuscirò a sentire sul viso il suo sollievo? O c’è qualcosa che devo fare? ho deboli forze anche per camminare!-

Nella tasca sentì muoversi le tre piccole pietre, come fossero ansiose di uscire, sbattevano l’una contro l’altra senza fermarsi. Mise la mano in tasca e le levò fuori. Immediatamente le tre pietruzze si librarono in aria, sbatterono sulla Pietra del Rituale e saettarono separate, ognuna sino a rimbalzare sulla Pietra originale, tornare alla Rituale e ancora ricominciare. Nel farlo, emettevano ogni volta un suono diverso, come diversa è la voce del vento secondo la sua potenza. Lo stavano chiamando. E appena tornarono nella tasca di Alaek, un soffio fresco e leggero diede sollievo al viso e al corpo devastati dalla lunga attesa. A terra, un’ampolla, dentro, il turbinio dell’aria. La mise nella bisaccia, a contatto della terra, dove ormai il seme era un verde germoglio con tre foglioline.
“Ce l’ho fatta! Ho tutti i doni!”. Si reggeva in piedi a fatica, ma ancora una volta l’aura della Pietra del Rituale lo avvolse e le energie lentamente tornarono.

Si incamminò per raggiungere la Pietra del Primo Creatore, che, appena lo vide, fece udire la sua voce:

-Hai fatto un ottimo lavoro, Alaek! Hai recuperato i miei doni per il tuo popolo! Hai cacciato, per ora, l’Avversario Avido! Tu, l’ultimo dei Khalai!-

-Creatore, io non ho fatto nulla, ho solo atteso-

-Lo credi davvero? Hai usato il settimo dono. L’amore e la fiducia non possono nulla se non sono cementati dalla Pazienza. Il contadino che ha fretta non farà mai un buon raccolto, il pescatore impaziente non avrà mai le reti colme! Vai, Alaek, consegna i doni, raccomanda di farne buon uso e vivi secondo la tua natura-

E così fu, e il popolo dei Khalai imparò la lezione e non trascurò mai più l’Avversario Avido, coltivò la pace, ma prestò sempre attenzione alle insidie che potevano annidarsi in ogni dove, in ogni cosa, in ogni parola, in ogni gesto, anche nel cuore della gente, imparò che il Tempo non muore con l’attesa, perché in ogni attesa c’è un’azione e un fine.

Ghito, che era rimasto incantato dalla storia, disse:

-Bello, nonno, ma cosa accadde dopo?-

-Cosa intendi, piccolo?-

-Alaek cosa fece dopo? cosa divenne? un grande saggio? un guerriero? uno sciamano? il Capo dei Khalai? cosa, nonno?-

-Non lo so, Ghito, la leggenda finisce così-

-Ma questa non è una fine, le storie non finiscono così!-

Il nonno lo guardò sorridendo e si alzò in piedi: sarebbe diventato forte e saggio, avrebbe imparato presto l’insegnamento delle storie.

-Lo credi davvero? -gli rispose- Guarda com’è piena la tua cesta! E guarda il sole, per quante notti ancora aspetterà la sua luna! Andiamo, la mamma sarà contenta di te, Ghito, come il popolo del suo giovane Alaek!-

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