22Mag
2013
capitan-cuor-ferro-albero-zuccherini

Capitan Cuor di Ferro e l’albero degli zuccherini

Fiaba di: Redazione

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

Il mare era calmo, il vento lieve, i marinai sonnecchiavano tranquilli sotto coperta sul vascello ‘True Life’ quando un pauroso ululato destò prima il Capitano e poi la ciurma.

Un ululato in mare aperto?

Si era Wolf il lupo che seguiva passo passo il comandante della nave ormai troppo vecchio per governare un intero equipaggio, ma ancora forte, sprezzante del pericolo, guardingo e terribilmente superbo, nessuno poteva contraddirlo mai.

«Wolf – intervenne Capitan Cuor di Ferro – che hai, non vedo nulla all’orizzonte?» e così dicendo se ne andò. Il lupo conosceva bene il capitano ed era ormai avvezzo alle sue sfuriate così quatto, quatto si rimise al suo posto, sonnecchiando vicino al padrone.

Pochi minuti, ed ecco un galeone avvicinarsi minaccioso: sull’albero maestro sventolava una bandiera con un inquietante teschio, a guardia della nave un gigantesco gabbiano a segnarne il passo nelle limpide acque e al timone un giovane pirata di origini asiatiche, Sakura.

«Sacripante – esordì il Capitano – quell’ululato doveva destare la mia attenzione, i miei occhi hanno perso diotrie troppo spesso bagnati dalle salate acque di mari ed oceani, quando si dice lupo di mare. Bravo Wolf hai fiutato l’assalto piratesco del mio più temuto nemico Sakura il ‘Filosofo dei 7 mari’». Ma cosa cercavano su quella nave i nostri pirati orientali?

Little Mozzo era da parecchi anni addetto alla cura e alla sicurezza dell’albero degli zuccherini, un magico bonsai dai frutti dolcissimi che consentiva a chiunque lo possedeva di individuare le aree nelle quali l’uomo avrebbe potuto danneggiare la natura.

«Capitano – disse Little Mozzo – metterò a repentaglio la mia vita pur di salvare il nostro preziosissimo alberello, ho già individuato un nascondiglio segreto dove nessuno potrà mai scovarlo». Il giovane sapeva che se avesse fallito la sua missione milioni di persone avrebbero sofferto vedendo le acque dei loro mari torbide, le spiagge abbandonate alla desolazione dei rifiuti, pesci e uccelli privi di forze per fronteggiare le maree inquinate dal nero inchiostro di mostruose seppie giganti. Ombre scure, erano queste, che affiancavano la nave di Sakura pronte ad un cenno del gabbiano Grasz ad accerchiare il nemico in scia al galeone.

Le due navi si avvicinavano, muovendosi leggere, a filo d’acqua, quasi danzando dirette da quel severissimo ed esigente maestro che è il mare; si sfiorano, quasi si toccano, i due Capitani si lanciano un gelido sguardo di sfida poi nulla, l’uno procede nella direzione opposta all’altro, il vento tra le vele ed il rollio del mare.

«Non è un incontro casuale – stride Capitan Cuor di Ferro – questa strana manovra di Sakura mi rende ancor più diffidente, devo comprenderne le intenzioni. Anni fa lessi un libro ‘Vita di mare’ scritto da una mia vecchia conoscenza, il burbero poeta, Capitano Greenwich, nel quale si raccontava la lotta estenuante intercorsa tra due ‘lupi di mare’ come noi, la dura vita dell’equipaggio e le lunghe stagioni che trascorrono lente e silenziose durante le navigazioni per oceani, una vera lezione di vita. Le mosse di Sakura non mi piacciono affatto, ho sempre diffidato delle persone astute come lui, questa sera monterete la guardia, un assalto del nemico è scontato».

Il Capitano scende sottocoperta, seguito dal fedele Wolf e dopo aver trangugiato un buon bicchiere di rum siede vicino al fuoco; sono entrambe preoccupati, la sinistra aria del galeone orientale li aveva resi irrequieti a tal punto da non riuscire a pensare con serenità.

Era ormai scesa la notte e sullo specchio d’acqua marino, sempre stranamente tranquillo a guisa di un’area lacustre, riluceva da un minuscolo ovale di vetro la vivida luce dell’albero degli zuccherini, vegliato dal vigile Little Mozzo. «Potete stare tranquilli – annuncia Little Mozzo al Capitano – nessuno potrà assaltare il nostro vascello ho messo in guardia i marinai. Quando saremo sicuri delle intenzioni di Sakura verso l’albero degli zuccherini io stesso provvederò a riporlo nel doppio fondo ricavato dalla stiva dove suole riposare Wolf».

Albeggia appena ed in mare aperto l’arrivo del nuovo giorno è salutato dal sorgere dell’aurea sfera solare poiché la vita degli esseri marini non conosce riposo notturno, in acqua si esige solo un rallentare del moto, mai la sosta degli uomini di terra e questo vale anche per chi ne solca le acque, furiose nelle tempeste e madide di candore nella calma.

Una nave è solo un vago spaccato di vita terrena qui il tempo scorre diversamente, le voci dell’aria fanno udire storie liete o tristi che giungono all’orecchio dell’uditore come un eco, gli occhi si riempiono di vaste, infinite visioni ma l’animo no, se perfido e infingardo si mantiene tale e così è per Sakura.

«Ai posti di comando – ordina Sakura ai marinai – dobbiamo assolutamente entrare in possesso del magico albero degli zuccherini sono sicuro sia nelle loro mani, ho studiato a fondo ed il piano che ho architettato deve per forza andare a buon fine, altrimenti saremo perduti per sempre. Quella testuggine d’acqua dolce del Capitan Cuor di Ferro, non ne fa buon uso, io devo essere l’unico padrone, con l’alberello in mio potere potrò danneggiare a mio piacimento l’odiosa Madre Natura, almeno in ambito marino».

Dopo una notte di viaggio il galeone giunge in porto, l’ancora cala nella secca dell’isola del Tradimento, un nome di cattivo auspicio. Stanchi e affamati i marinai fanno tappa alla ‘Locanda dei Pirati’ dove attendono il nemico, bevendo e mangiando i rinomati manicaretti dell’oste Marino.

«Avventori – esordisce l’oste – avete un conto aperto ancora in sospeso credo sia tempo di saldarlo, non voglio che un branco di creditori venga ad ormeggiarsi nella mia locanda, o pagate o filate». Sakura, stizzito reagisce violentemente, si alza dal posto a sedere e afferra per un braccio Marino, il quale ribatte: «Lasciatemi subito o vi butto a mare, non ho paura di voi e i vostri modi irruenti non serviranno a farmi tacere, chiaro!».

L’astuto Sakura prontamente risponde: «Non era mia intenzione discutere con te, volevo parlarti in disparte, lontano da questa marinaresca confusione per proporti un affare. Ti pagherò sonanti ghinee se servirai all’equipaggio di Capitan Cuor di Ferro rum della Giamaica, il migliore che tu abbia in cantina, edulcorato con poche gocce di liquido che sta in questa piccola ampolla. Il debito sarà saldato e tu avrai in me un riconoscente amico».

«E che sarà di loro – domanda l’oste – morranno?».

«Oh molla adesso – sibila Sakura – smettila, boia d’un mondo, ti sembro tipo da simili manigolde azioni? Dormiranno solamente un po’ più a lungo e più profondamente; non devi sapere altro, accetta o farò da solo».

Marino in verità non distingue una lancia da un brigantino, è un navigato cuoco, non è uomo di mare ma è un uomo di cuore ed a queste vigliaccherie risponde con la sottile diplomazia della difesa, asseconda Sakura per salvaguardare i marinai del ‘True Life’.

Sakura, certo d’aver trovato in lui un alleato, vilmente comprato dal denaro, si prepara a salire sul vascello, quando tutti gli uomini del Capitano giaceranno storditi dal sonnifero e, senza fatica, farà suo l’albero degli zuccherini.

«Un piano senza ostacoli, dunque – riferisce l’asiatico navigatore al gabbiano Grasz – ed ora va e con le tue volatili acrobazie, plana a fior d’acqua, confonditi tra la schiuma delle onde e dimmi dov’è ora il vascello».

In realtà il ‘Filosofo dei 7 mari’ è un uomo che affoga e si aggrappa ad una lama di rasoio, deve rischiare e lo sa.

L’ombra sinistra di un gigantesco gabbiano si allunga sul ponte coperto e sembra per un attimo oscurare la luce del sole, al suo grido risponde l’ululato di Wolf, quasi i due animali si parlassero in quel misterioso linguaggio sconosciuto all’uomo che li rende complici, a volte fautori delle scelte dei loro padroni.

«Avanti tutta – Capitan Cuor di Ferro al timone della sua nave dà ordini ai marinai – stiamo arrivando in porto e quando saremo lì potremo finalmente rifocillarci alla vecchia ‘Locanda dei Pirati’. Mi raccomando Wolf tu resterai a bordo e da qui veglierai come solo tu sai fare il nostro piccolo ma prezioso tesoro, affido alla tua cura la mitica pianta degli zuccherini, se dovesse sopraggiungere il nemico ulula più forte che puoi e il tuo Capitano arriverà da te, fedele amico».

     

Nel frattempo Grasz torna dal suo volo ricognitivo ed avvisa Sakura dell’imminente sbarco del Capitano e la ciurma di manigoldi si prepara ad accoglierli.

Tutto è pronto in Locanda, Sakura e l’oste sono di vedetta come due gabbieri di poppa e di bompresso: «Eccoli – dice Marino – possiamo cominciare a servire il nostro Capitano con dell’ottimo rum, dopo un lungo viaggio in mare avete bisogno di riprendervi, vi aiuterò io, restate qui e tra qualche minuto avrete la miglior bottiglia giamaicana mai bevuta».

Il meschino era riuscito facilmente ad avere la meglio sull’arguto Capitano che tuttavia aveva sentito subito un certo puzzo di menzogna, inconfondibile acre odore, si diffonde come in coperta quando i marinai per mettere in sicurezza il carico dalle tempeste lo legano saldamente e bruciano poi il capo della scocca per impedire che il serrato nodo si sciolga.

L’incontro tra il Capitano e Sakura si risolve in un freddo cenno di saluto e un’occhiata di sfida, nessuna parola intercorre tra i due, un silenzio, il loro, che ha punte aguzze e trapassa l’animo di entrambe.

Il rum che viene versato in stillanti coppe, in realtà non contiene alcun sonnifero, anche se il colore tradisce l’occhio attento di Sakura che lasciando la Locanda controlla l’oste, nei suoi pensieri suo complice.

«Perbacco ragazzo – dice il Capitano – che diavolo mi hai versato in questo calice? Ciurma, che nessuno beva, esigo un’immediata spiegazione».

Marino tremante, osserva guardingo il veloce allontanarsi dei marinai del ‘Filosofo dei 7 mari’ e solo una volta certo della loro dipartita rivela al Capitano il piano ordito da Sakura.

«Si fa presto ad imparare attraverso i nubifragi e le sciagure – esordisce Capitan Cuor di Ferro – avevo capito subito che quel maldestro cercava un modo per impossessarsi dell’albero degli zuccherini ma non potevo certo immaginare tale losca azione. Pensavo ad un agire più diretto da vero uomo e non da vile smidollato. Marino hai una mente salda ed un cuore generoso, non perdere mai queste tue doti ed ora pensiamo a come agire. Siamo dei navigatori e come tali dobbiamo individuare dove Sakura andrà a bordeggiare: una costa senza porti o piccole baie dalle grandi insenature?».

L’attesa è un nemico estenuante, il tempo scorre lento, calano le tenebre e dietro le finestre illuminate della Locanda ombre umane si muovono allegramente, anziché regnare una gelida quiete ‘soporifera’, sfavilla un’insolita animazione.

Grasz sempre in volo riesce a scoprire l’agire meschino e abietto di Marino il traditore, velocemente plana verso Sakura, riferisce quanto udito e suggerisce all’’amico’ come intervenire per raggiungere il suo scopo.

«Sakura – dice Grasz –  la situazione si complica, le nubi del cattivo intendimento hanno iniziato ad addensarsi sulla Locanda, colui che si diceva tuo complice ora è diventato alleato del Capitano; ho un’idea, però dovete lasciarmi piena libertà di agire altrimenti non se ne farà nulla. Decidetevi l’unica speranza che avete è fidarvi di me, dunque?».

Sakura ora è smarrito, non ha prospettive, ciò che vede è solo una buia e angusta stiva dove avrebbe voluto ficcarci impiccato Marino.

L’enorme gabbiano tratteggia velocemente il suo pensiero, parla a Sakura della fortuna avuta nel vedere la piccola finestra ovale dietro la quale si cela l’albero degli zuccherini aperta, ed il fulmineo agire nell’arrivare in volo e serrarlo strettamente tra il gigantesco becco.

«Eccomi – dice il gabbiano – ho compiuto la mia opera, il mio autentico coraggio e lo sprezzante amore del pericolo hanno fatto sì che tu, mio caro Sakura, entrassi in possesso del magico albero degli zuccherini».

«Il mio livore nei confronti di questi sciagurati – afferma Sakura – è tale da corrodermi sino al midollo, se mai li incontrerò non avranno scampo, terrò ben affilato il mio pugnale e sferrerò un attacco senza precedenti. Ti ho tanto ambito, albero degli zuccherini, i tuoi poteri avranno nuova vita, la melassa del buon agire non imbriglierà più né le tue foglie né i tuoi rami, saremo liberi di muoverci a nostro intendimento, senza più rincorrere i malvagi per ostacolarne le intenzioni contro Natura».

L’equipaggio del galeone taglia le gomene e via verso il mare aperto, il successo è stretto nelle malvagie mani di Sakura, mentre sul veliero increduli e storditi dall’accaduto giacciono impotenti Little Mozzo ed il lupo Wolf traditi dalla leggerezza d’aver lasciato filtrare uno spiraglio d’aria marina, quel benefico aere si è tramutato in grigia brezza scaturita dal potente battito d’ali del gabbiano usurpatore.

Il Capitano si sentì come portato dal vento, una nuvola coprì in pochi istanti la luna, gli sembrò come una mano scura davanti a un volto, quello stesso volto che aveva sfidato con lo sguardo ora l’aveva privato per sempre della meravigliosa pianta. «Dobbiamo riprenderla, farla nostra – rimbrotta il Capitano Cuor di Ferro – quella pianta ci appartiene, a tutti i marinai io chiedo e pretendo fedeltà e la promessa di riuscire nell’impresa più ardua, la vittoria su Sakura».

Quanta animosa acrimonia attorno ad una pianta tanto piccola, è dunque tale il suo potere da muovere velieri, galeoni, interi equipaggi per custodirne i segreti talenti?

Onde e pensieri si mescolano e con la memoria il Capitano approra al ricordo dell’avventuroso salvataggio di un gruppo di balene prossime allo spiaggiamento.

«Rare sono le testimonianze di chi ha condiviso tortuose rotte e lunghe traversate – spiega Capitan Cuor di Ferro – in segreta compagnia dell’albero degli zuccherini, sotto la sua guida si tracciavano le rotte per giungere a mete a noi sconosciute, dove lui sapeva che la mano nemica dell’uomo avrebbe minacciato la Natura, un faro di luce per scoprire i pericoli. Il fenomeno dello spiaggiamento ha origini ancora ignote, fa tristezza e paura vedere questi enormi cetacei dirigersi verso morte sicura ed è per noi uomini quasi impossibile poterli soccorrere; tutto cambiò all’improvviso quando riuscii a scoprire come al nostro equipaggio potesse essere d’aiuto un piccolo albero giunto sino a noi da terre lontane e per mano sconosciuta, l’albero degli zuccherini, fu lui la salvezza del branco alla deriva.

Anni fa, quando ero un giovane marinaio inesperto, alla guida di una piccola imbarcazione mi ritrovai a non sapere come il timone guidasse la mia nave, in modo da deviare la direzione di un gruppo di decine e decine di splendidi esemplari di balene grigie, inesorabilmente dirette sottocosta dove la marea è più pericolosa. Il futuro dei grandi cetacei era a rischio ed i poteri dell’albero degli zuccherini li salvò da uno spiaggiamento di massa, proprio servendosi della mia imbarcazione, presi coscienza di ciò solo quando mi venne segnalato l’accaduto dal Capitano Greenwich.

«Ora capite – continua il Capitano all’equipaggio – cosa significhi per me averlo perso, noi abbiamo il compito di salvaguardare la Natura ma anche questi meravigliosi giganti del mare».  I marinai rimasero a bocca aperta nel sentire il loro Capitano raccontare così animosamente le sue prodezze giovanili Little Mozzo era sbalordito ed intervenne: «Quanto abbiamo vissuto, il furto compiuto da Grasz  è da paragonarsi all’impatto con una tempesta nella quale, perse le vele, ne abbiamo messa una di fortuna ma non basta per governare la nave, abbiamo bisogno di riavere l’albero degli zuccherini per proseguire e ritrovare la rotta per futuri salvataggi».

Risuonava il pesante passo di Capitan Cuor di Ferro che sottocoperta affiancato da Wolf, camminava senza posa cercando di trovare una soluzione per ricondurre a sé l’albero degli zuccherini. E così come la nebbia si dissolve al giungere del sole, il Capitano fu colto da un presentimento, la sua collera simile al precipitare di una valanga si intrometteva tra i suoi pensieri e la lucida freddezza, necessaria per poter affrontare con determinazione la difficile situazione presente. «Wolf le mie speranze sono spente – sbotta il Capitano – ma come accade sempre, nei momenti più duri della vita, avere accanto un fedele amico che non ti abbandona nella disgrazia è di essenziale importanza per raggiungere lo scopo che ci siamo prefissi, rimani sempre con me qualsiasi cosa accada». Il presago lupo avverte l’imminente arrivo di una tempesta e con il suo ululato avverte il Capitano, la prontezza e l’intuito di entrambe riescono a mettere in salvo la nave e i marinai dal pericolosissimo incontro con un fortunale.

Qualche miglia più al largo, rispetto al vascello di Cuor di Ferro era il galeone di Sakura, sul ponte radunato l’equipaggio si festeggiava il furto del magico albero e accese le lampade per rischiarare la tetra notte si preparavano carteggi di navigazione per ostacolare l’opera perpetua della buona Madre Natura. La fretta conduce l’uomo alla rovina, ed era proprio lei la più assidua consigliera di Sakura.

D’un tratto, nel cupo silenzio di tenebre nere come l’inchiostro è un improvviso fragore, le vele si gonfiano come se in esse fosse giunto l’affannoso soffio di un gigante, le onde si levano alte ed il fuoco di un lampo acceca i marinai, i quali non badano assolutamente a tali sciocchezze e continuano i loro bagordi convinti di essere immuni al feroce ruggito del mare in tempesta grazie alla presenza dell’albero degli zuccherini.     

«Avanti altro rum – urla Sakura – bevetene sino a svuotarne tutte le botti, il nostro galeone, sfida il vento e lotta con le onde, nulla riuscirà a smuoverlo, siamo ancorati al liquido suolo marino. La nostra astuzia ci ha resi tanto forti da poter combattere ogni avversità».

Beffardo fortunale, il suo nome deriva dalla fortuna, dalla sorte amica o avversa alla quale i marinai si affidavano quando si trovavano ad affrontarlo.

L’aria divenne sempre più gelida, fulmini e tuoni saturavano la schiumosa atmosfera marina, un vento malsano soffiava con gemiti cavernosi nel mare tumultuoso, un vortice di straordinaria forza spingeva improvvisamente la nave verso il cielo, facendola di schianto ripiombare negli abissi.

In brevi attimi vennero divelti alberi e vele, la nave ormai ridotta ad un relitto vide disperdersi nella turbolenza della tempesta carico ed equipaggio, l’astuzia ingannatrice dell’uomo è pesantemente ammonita dalla forza della natura.

Un vitro campo di desolata battaglia, questa la triste visione che si presenta all’attonito sguardo di Capitan Cuor di Ferro e della sua ciurma, giunta a soccorrere il galeone di Sakura.

«Guardate – afferma con voce grave il Capitano –  il mare è onesto ti combatte a viso aperto, ma è benevolo con quanti ne hanno riverente timore. Ricordate con parole di sheakespiriana memoria: ‘Desideri e destini vanno in senso contrario tanto che i nostri calcoli son sempre rovesciati, nostri sono i progetti ma non i risultati’. Sakura aveva progettato tutto con malvagia soverchia prepotenza d’azione, dimentico come troppi uomini, del limitato ambito riservato al nostro caduco essere. Fermatevi come se d’innanzi alla vostra imbarcazione si innalzasse uno scoglio, non crediate di cavarvela pensando a voi stessi, considerando gli altri come un’entità inerte e lontana, Sakura lo ha fatto e per lui come per quanti ne seguiranno gli scellerati passi la giustizia non tarderà ad emettere la sua severa sentenza. Ed ora forza, calate le scialuppe e cominciamo a vedere se ci sono su persisti, mi raccomando fate molta attenzione e non dimenticate l’albero degli zuccherini».

Nulla e nessuno, nessuno e nulla, non si udivano voci di richieste d’aiuto, a fior d’acqua galleggiavano i pochi resti di quello che un tempo fu il galeone del ‘Filosofo dei 7 mari’. Gli uomini del Capitano dopo una ricerca lunga alcune ore tornarono a bordo del ‘True Life’ certi che tutto fosse perito in mare. Lo stridulo grido di un gabbiano riscosse l’equipaggio da quel doloroso torpore, non era un gabbiano qualunque, era Grasz.

«Eccolo imponente vola verso di noi – sussulta il Capitano – cosa cerchi qui, che vuoi da noi, ci hai amaramente traditi ed ora credi di poter tornare dopo la devastante tempesta?».

Nel potente becco, serrato con la tenerezza di una mano che stringe un passero, era l’albero degli zuccherini, privato di foglie e frutti dalla furia dei venti ma ancora ricco di vitale linfa.

«Capitano – sibila Grasz – ogni trionfo è uno di quei miracoli che non accadono senza la cooperazione di abili macchinatori ed io sono tra quelli. Potete giudicarmi e dovete diffidare se lo credete ma sono sincero ho cercato soltanto di riportarvi quello che avevo sottratto, così facendo in coscienza ho restituito al mare ed alla Natura quanto era stato rubato dal vendicativo Sakura. Gli uomini sbagliano e con essi gli animali che vivono della loro riflessa luce ma a tutti è concessa una sorta di inusitata redenzione».    

«Ti credo, le tue parole sembrano sincere – afferma Capitan Cuor di Ferro – il tempo e l’amore lo riporteranno alla vita e presto l’albero degli zuccherini ricomincerà a ricondurci in luoghi a noi sconosciuti, dove la mano dell’uomo possa divenire aiuto per la Natura. Se vuoi entrare a far parte del nostro equipaggio dovrai dimostrarti all’altezza, ricordati come gabbiano di mare che non dovrai mai abbandonare la tua casa, la nave, né la tua patria, il mare. Da questo momento sarai con noi, diamo le vele a vento, in viaggio, ricomincia il nostro cammino lungo i misteriosi meandri marini».

Commenta la fiaba



Altre fiabe che potrebbero piacerti