Tutte le fiabe che parlano di "ricordi"
La più completa raccolta di fiabe, favole e racconti brevi che parlano di "ricordi", tra le migliaia inviate da tutti gli autori di "Ti racconto una fiaba".
Il tempo rinchiuso in una bolla di sapone
C’era una volta il tempo rinchiuso in una bolla di sapone. Per essere più precisi, si trattava di un frammento di tempo che, per incanto, è stato rinchiuso in una bolla di sapone. Ma questo già fa parte della storia che sto per raccontarvi.
Io, Cuniberto, di anni ottantacinque, all’epoca ne avevo sette di anni, troppi per giocare con i miei due fratelli mocciosi di due e quattro anni, e pochi per giocare con
mio cugino Lodovico, che ne aveva quattordici. Come fa uno a chiamarsi Cuniberto o Lodovico, vi domanderete di sicuro voi che vi chiamate: Bryan, Nicole, Asia o Vivien?
Beh, erano altri tempi. Le madri davano il nome ai figli seguendo una nota abitudine familiare: il figlio prendeva sempre il nome del nonno, la figlia quello della nonna e poi: “te lo tieni per tutta la vita”. Mi chiamavano Cuni, e il mio nome mi piaceva.
Le regole del mondo
Martina è una bambina di dieci anni, frequenta la scuola elementare e comincia a leggere speditamente e a fare i conti con profitto.
Le sue giornate sono scandite dalle regole che la sua famiglia le ha dato e lei ci si trova bene: le accetta e vive la sua giornata con pieno interesse e partecipazione.
La sera ripensa a ciò che ha fatto in classe con la maestra ed i suoi compagni e viene colta da un impeto di gioia: il mondo è come un enorme parco giochi dove lei può girare a piacimento a patto che segua le regole che le sono state date.
Vent’anni dopo Martina è la top-manager di un’industria chimica che produce fitofarmaci per l’agricoltura. I suoi obbiettivi sono quelli di aumentare la penetrazione dei prodotti dell’industria per cui lavora nel mercato europeo e nord-americano.
L’odore del sole
Con l’età i ricordi lontani affiorano, è pura verità, sta succedendo anche a me infatti ricordo l’odore de sole che percepivo nell’ora della siesta, obbligata, quando ero bambina sfollata in Piemonte.
Mentre aspettavo l’ora di sgattaiolare fuori seguivo il raggio di sole che entrava dagli scuri accostati da mia mamma, che pensava dormissi, invece rilassatissima odoravo il sole che mi portava odore di polvere pulita formata dalla terra frantumata dagli zoccoli dei buoi passati al mattino, quando la terra era ancora umida dalla notte mentre le ruote del carro l’incidevano profondamente formando un binario dal fondo e pareti lisce, lucide.
Ancora odoravo il mio raggio amico che mi portava odore del vecchio legno degli scuri riverniciati decine di volte e ormai irrimediabilmente screpolati e ruvidi come la pelle di un elefante sotto il sole e per ultimo, battendo il mio raggio sul materasso riempito di foglie secche delle pannocchie del granturco, emanava pure quello un odore di caldo sole estivo.












