05Feb
2016

L’orsacchiotto che arrivò a Lesbos e poi girò mezzo mondo.

Fiaba di: Lauretta

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La fiaba

Faceva un gran freddo e Zakiy l’orsacchiotto fluttuava nell’acqua gelida, trascinato dalle onde che lo sbattevano a destra e a sinistra, lo tiravano giù, giù, giù e poi lo riportavano a galla. Zakiy era impaurito, cos’era successo? E soprattutto, che cosa ci faceva lui lontano da casa, lontano dalla sua piccola umana Kareema? Possibile che la sua vita da pupazzo dovesse finire in quel mare agitato? Ad ogni nuova ondata credeva proprio di affogare anche se sapeva bene che gli orsacchiotti non affogano.

Gli orsacchiotti di peluches come lui non sono particolarmente fifoni, ma insomma, questa era una situazione complicata. Dopo un certo tempo l’acqua finì, miracolosamente e Zakiy si ritrovò a riva, sui freddi sassi bianchi. Si sentiva così pieno d’acqua che pensò che il suo pelo non si sarebbe più asciugato.

Provò a guardarsi intorno e si accorse subito di avere un grosso problema: uno dei due bottoni che fungevano da occhi, si stava staccando; con il bottone destro riusciva a vedere il filo che gli penzolava sul muso e si preoccupò parecchio. La mamma di Kareema glielo avrebbe sistemato in un lampo, con l’ago e quelle sue mani veloci. Ma dov’era lei? Dov’era Kareema e dove erano tutti?

Doveva ricordare, ma ricordare non è la cosa che gli orsacchiotti sanno fare meglio. Perciò si sforzò, parecchio. Ecco. Era notte, dormiva insieme alla sua piccola umana, come sempre, al calduccio. Poi all’improvviso c’era stata una grande, grandissima esplosione (erano abituati alle esplosioni, ma quella era stata di gran lunga la peggiore che avessero mai sentito). Tutto era confuso nella mente di Zakiy, ma ricordava bene le grida, la mamma che tirava via dal letto Kareema e i suoi fratellini, il papà che urlava come un pazzo e poi il freddo della notte, una volta che si erano ritrovati tutti per strada. Ecco, ora riusciva anche a ricordare che la mamma di Kareema aveva cercato di strapparlo via dalla bambina mentre lui se ne stava avvinghiato a lei, ma la piccola si era ribellata e non lo aveva mollato, stringendolo forte a sé. Poi una notte si erano ritrovati su una strana cosa galleggiante, stretti stretti, schiacciati da altri umani, al freddo. Sì sì, ora era chiaro tutto. Tranne che non era chiaro perché lui si trovasse lì, da solo. Lo sforzo che aveva fatto per ricollegare gli eventi passati, lo aveva stancato. Gli orsacchiotti non sono propriamente forti, sono piuttosto delicati, specie quelli di morbido panno bianco come lui.

Ah! Ora gli tornavano in mente anche le parole che la piccola gli aveva sussurrato in uno degli orecchi morbidi: “Hai paura? Io soltanto un po’, perché mamma e papà non permetteranno che ci accada nulla di male. Ti tengo stretto, non ti lascerò mai, sai? Neanche quando arriveremo. Mamma dice che stiamo andando in Grecia, non so dov’è, ma dice che è vicina e siamo quasi arrivati.”

Grecia? Zakiy non conosceva la Grecia, ma del resto non conosceva neanche la Turchia e nemmeno la Siria. Sapeva che c’era un mondo, quello sì. E in che parte del mondo fosse adesso la sua piccola umana, quello, non lo sapeva. Si sentiva triste. E bagnato. E avvertiva anche un certo dolorino ad una gamba; cercò di sbirciarla con l’unico bottone ancora funzionante, sembrava ferita. Accidenti, che guaio.

Dopo un po’ di tempo, quanto non avrebbe saputo dirlo perché gli orsacchiotti di peluches non hanno orologio, percepì un rumore diverso da quello dell’acqua che sbatteva sui sassi: passi, ecco, erano passi. E all’improvviso una spaventosa figura incappucciata, con uno stravagante giubbotto giallo acceso, gli si parò davanti. In quel momento Zakiy ebbe proprio paura. L’incappucciato gli disse qualcosa, ma Zaky non conosceva quella lingua. E comunque non avrebbe potuto rispondere perché è noto che gli orsacchiotti parlano soltanto con i bambini. Mentre ancora tremava spaventato, la figura incappucciata lo sollevò e lo strinse forte fino a strizzargli via tutta l’acqua, ma non gli fece troppo male. Poi tirò delicatamente il filo da dove penzolava l’occhio-bottone e lo sistemò alla buona al suo posto. Infine gli tolse alcune alghe appiccicate dalle gambe e dalle braccia. E poi, tenendolo in braccio, s’incamminò.

L’orsacchiotto vedeva il mare allontanarsi mentre lui e l’incappucciato si avvicinavano ad un gruppo di persone, vicino a delle case che però non erano case. Sembravano di stoffa, lui non ne aveva mai viste di simili. Del resto Kareema gli aveva detto una volta che il mondo è grande e ognuno ha abitudini diverse.

Appena arrivati, la figura che lo aveva portato fin lì, si tolse il cappuccio dalla testa. Tò! Era un ragazzo! Non era un mostro come quelli delle fiabe che leggeva Kareema. Il suo salvatore era un ragazzo e gli stava sorridendo. Il ragazzo-salvatore-di-orsacchiotti. Proprio quando Zakiy si stava finalmente rilassando, un po’ dispiaciuto perché non poteva restituirgli il sorriso, il ragazzo-salvatore si avvicinò ad un grande fuoco di legna, che ardeva tra le strane case.

“Oh no! Non voleva salvarmi, vuole darmi fuoco! Oh Kareema, dove sei? Il tuo Zakiy sta per bruciare…”

Se avesse potuto avrebbe pianto, ma i bottoni non fanno lacrime e Zakiy non piagnucolò. E non piagnucolò perché si rese conto che il ragazzo-salvatore non aveva nessuna intenzione di farlo ridurre in cenere, no. Lo stava asciugando! Il calore del fuoco asciugava l’acqua e Zakiy riscaldato si sentì subito meglio, si sentì quasi felice. Di sicuro si sentì quasi amato, come quando Kareema si prendeva cura di lui.

Per un sacco di tempo, dopo l’asciugatura, Zakiy passò di mano in mano, dai ragazzi ai bambini, ma tutti lo guardavano e scuotevano la testa. Entrò in tutte le tende (un bambino che parlava la sua lingua gli spiegò che si chiamavano così quelle case di stoffa) e fu mostrato a tutti gli altri umani che popolavano quel posto. Una piccola umana lo tenne stretto un bel po’ di tempo. A guardarla bene gli sembrava di averla vista, forse, da qualche parte. Ma la sua delicata memoria si era già sforzata troppo per rammentare il suo naufragio e quindi non gli riuscì di capire se la conosceva davvero. E poi, diciamolo, agli occhi dei pupazzi di peluches, i bambini sono tutti uguali. O quasi.

In ogni caso la piccola, dopo averlo squadrato bene, gli disse: “Tu sei il pupazzo di Kareema, ti conosco.” Poi urlò, rivolta a tutta la gente: “E’ Zakiy! E’ il pupazzo di Kareema, la mia amichetta!”.

Cosa? Quella bambina conosceva Kareema? e cosa aspettava a portarlo da lei?

“Andiamo, andiamo, non c’è tempo da perdere, umani!” pensò Zakiy.

Ma di tempo invece ce ne sarebbe voluto molto, per arrivare a Kareema.

Dalla bambina, che scoprì provenire dalla stessa città della sua umana, Zakiy venne a sapere che la sua umana e la sua famiglia avevano già lasciato l’isola, erano partiti il giorno prima per il continente…

Il continente? E cos’era questo continente? E dove si trovava? Zakiy si abbacchiò e la bimba se ne accorse. E lo disse al ragazzo-salvatore. Che però parlava un’altra lingua e allora chiese ad una ragazza la traduzione delle sue parole. L’orsacchiotto era triste senza la sua Kareema e di sicuro Kareema stava piangendo senza il suo orsacchiotto. Bisognava fare qualcosa.

Fu così che iniziò l’avventura più avventurosa che mai un orsacchiotto di peluches avesse fatto. Il ragazzo-salvatore lo affidò alla bimba amica di Kareema, lo accarezzò e gli disse qualcosa. La bambina strinse l’orsacchiotto e gli disse: “Stasera dormirai con me. Il ragazzo, che si chiama Luca, dice che farà di tutto per ritrovare Kareema e per restituirti a lei! Ora ti spiego: siamo tutti qui in attesa di poter andare verso altri Paesi, perché non possiamo più vivere a casa nostra, c’è la guerra… io per esempio devo andare in Germania. Invece Kareema e la sua famiglia sono partiti ieri perché loro vogliono andare in Svezia…”

“Germania? Svezia? Mondo? Universo?” Zakiy non ci capiva un bel niente, ma credette senza riserve a tutto quello che la bimba gli diceva. La cosa più bella che aveva sentito era che lo avrebbero aiutato a ricongiungersi con la sua umana. Questo gli bastava.

Passò un po’ di tempo, non sappiamo quanto. Zakiy in questo tempo viaggiò molto. Dall’isola dove era approdato, che si chiamava Lesbos, arrivò in Grecia. In Grecia, passando di mano in mano, arrivò all’aeroporto, che era un posto dove enormi uccelli di ferro spiccavano il volo, dopo aver raccolto molti umani. Una umana molto simpatica lo prese dalla braccia del ragazzo-salvatore e lo infilò dentro una busta.

“Ehi! Ma così mi mancherà l’aria! Aiuto, non potete chiudermi qui dentro!” poi si ricordò che gli orsetti di peluches non respirano e si tranquillizzò. Forse lo avevano chiuso là dentro per non farlo sporcare, forse doveva ringraziarli. Quando il ragazzo-salvatore lo salutò, Zakiy capì ogni parola, anche se non conosceva la sua lingua. Ma quando spinsero la busta che lo conteneva in una scatola di cartone, bé, a quel punto si impressionò molto. Ah, se avesse avuto le lacrime! Un bel pianto sarebbe stato necessario, perché ora era davvero in trappola: non poteva più vedere nulla, le facce, le cose, il mondo! Come avrebbe potuto vedere la sua Kareema?

Passò altro tempo, chissà quanto, e Zakiy dalla sua scatola di cartone sentì finalmente delle voci e poi si sentì sollevare e poi rotolare e infine sbattere contro qualcosa. Volevano sbarazzarsi di lui? Quando rivide la luce del giorno, dopo che un umano aveva aperto la sua scatola, strizzò i suoi bottoni, quasi accecato. Chissà dov’era… non c’era traccia del ragazzo-salvatore né della piccola umana amica della sua Kareema. Rimase diversi giorni (che per lui potevano essere ore oppure anni) appoggiato su una mensola, in un ufficio (che per lui erano una tavola in una casa). Ogni tanto qualcuno che passava di lì lo guardava, lo toccava, ma poi scuoteva la testa e se ne andava.

L’orsacchiotto Zakiy non sapeva di essere all’aeroporto di Stoccolma. Non sapeva neanche che c’era tanta gente che cercava la piccola Kareema e la sua famiglia, proprio per riconsegnare a loro il pupazzo. Non sospettava nemmeno che qualcun altro avesse fatto affiggere dei manifesti con la sua foto, nella speranza che qualcuno lo riconoscesse. Per cui se ne stava mogio e sconsolato sulla mensola, a rimuginare tra i suoi pensieri. Era preso da sensazioni contrastanti: era abbastanza felice perché da quel giorno che era naufragato a Lesbos non aveva più sentito né gli spari, né i colpi di mortaio che incutevano tanto terrore, ma era anche abbastanza triste perché aveva perso l’umana più preziosa che aveva.

Dopo qualche mese, anche se per Zakiy il tempo passava e non passava, una mattina sentì parlare la lingua che conosceva. Aveva ancora i bottoni chiusi ed era insonnolito e quindi pensò che stava sognando, finché non si sentì sollevare da qualcuno. Aprì subito i suoi occhi-bottoni e vide un ragazzino magro magro, sdentato e sorridente che saltellava dalla gioia. “Sì, io lo so di chi è questo orsacchiotto!” diceva nell’unica lingua che Zakiy conosceva.

“Allora abbiamo fatto proprio bene a mettere i manifesti in giro per la città! Lo sapevo.” rispose un umano grande; l’orsacchiotto non lo capì, ma il bambino sì perché gli rispose: “Infatti abbiamo visto il manifesto stamattina io e mio padre. L’ho detto subito che quello era l’orsacchiotto di Kareema, perché l’ho visto mille volte a casa sua quando andavo a giocare con i suoi fratelli. Quando abitavamo ancora a casa nostra…” il ragazzino si era rattristato, a Zakiy dispiacque, ma appena un po’. Aveva capito perfettamente che il piccolo umano conosceva Kareema e la sua famiglia e gli importava solo di quello.

E poi accadde tutto in fretta: Zakiy venne preso da una umana grande che cominciò a spazzolarlo energicamente, poi con ago e filo strinse bene le cuciture di entrambi i suoi bottoni e, già che c’era, gli spruzzò addosso qualcosa di profumato e tremendamente dolciastro. Se avesse potuto starnutire, lo avrebbe fatto. Ma i pupazzi di peluches non starnutiscono.

Così, bello pulito, pettinato e profumato, l’orsacchiotto lasciò l’ufficio in braccio al ragazzino, che lo portava orgoglioso, mentre tante mani li salutavano al passaggio. Zakiy si sentiva euforico, capiva che quello era un momento importante e avrebbe voluto rispondere ai saluti e ringraziare per l’ospitalità, ma non erano cose che sapeva fare.

Poco dopo, quando Kareema lo strinse fra le sue braccia fin quasi a soffocarlo, Zakiy si commosse, ma si commosse così tanto che sentì qualcosa di umido scendere giù da un bottone. La sua piccola umana lo guardò stupita: “Oh, orsetto del mio cuore! Sembra che tu stia piangendo!”

“So piangere!? Allora posso imparare a fare anche altre cose. Questo viaggio mi ha reso un orsacchiotto nuovo. E felice, perché ti ho ritrovata…” le rispose lui, nella lingua che parlavano soltanto loro due.

°°°

Tempo dopo, a casa sua, il ragazzo-salvatore ricevette una lettera. Dentro la busta, insieme ai ringraziamenti, c’era anche una foto che ritraeva una bellissima bambina con il suo orsacchiotto di peluches bianco. Sorridevano entrambi.

Sì, sorrideva anche Zakiy. Se aveva imparato a far scendere le lacrime, non c’era ragione per non imparare anche a sorridere.

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