23Set
2013
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Dudù, la farfalla generosa

Fiaba di: mariagrazia tumbarello

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La fiaba

Dudù era una farfalla nata male, non aveva colori.

Da che mise piede sulla Terra aveva capito che qualcosa in lei non funzionava; osservava le compagne librarsi leggere nell’aria con splendide tinte ad accarezzare il cielo, mentre lei era nata completamente bianca.

Capì della sua diversità tutte le volte che quelle dispettose delle compagne la tenevano alla larga, senza darle spiegazioni.

E allora lei, una mattina più triste del solito, prese coraggio e chiese all’amica di stanza, con una punta di dolore: “Perchè non parli mai con me? cosa hanno le altre che io non ho?”

“Guardaci, guardale; siamo tutte tappezzate di mille colori, tu non sei altro che una scioccherella tutta bianca, non puoi far parte del nostro gruppo; allontanati, vola altrove”.

E Dudù, di animo buono e sensibile, si appartava in un altro angolo di cielo in cui scorrazzava in tristezza e solitudine; con le sue splendide giravolte solcava colline, toccava i tetti, curiosava nelle case, saltava di ramo in ramo, senza mai infastidire nessuno.

Comprese che, se voleva essere accettata dalle sua compagne, doveva ad ogni costo diventare come loro; decise così che avrebbe trascorso i suoi giorni a trovare il modo per colorare il suo corpicino esile e affilato…

Purtroppo le idee non le venivano, ma era sicura che, se si fosse messa in ascolto della sua fantasia, qualche cosa avrebbe escogitato.

“Forse, potrei, potrei chiedere alla mia amica Amalia se ha qualcosa per darmi i colori” progettava tra sé e sè; la sua amica Amalia era una bambina di 6 anni, che abitava in una casetta nel bosco con il vecchio nonno e tanti uccellini di ogni colore; l’aveva conosciuta nel mezzo delle sue tante gite nel cielo, quando la fortuna la condusse da lei.

Era una mattina col sole che stentava a mostrarsi, coperto da un velo di nubi grigie che promettevano pioggia; Dudù si annoiava perché nell’aria dove sostavano le compagne non c’era niente da fare; le altre almeno avevano il loro daffare a inseguirsi e farsi dispetti, ma lei non era purtroppo ammessa nel gruppo per via del suo colore, per cui decise di spostarsi altrove.

L’aria intanto iniziava ad aprirsi e la lotta benevola intrapresa dal sole con le tenebre finì per renderlo vincente, e quando infine apparve la luce, era talmente forte da accecarla e costringerla ad abbassare il capino per non ferirsi nel tragitto.

Si aggirava senza meta e volteggiando con sicurezza e un po’ di tristezza nel cuore; di lontano scorse con gli occhietti minuscoli una casupola tutta di legno, da cui fuoriusciva la melodia armoniosa di un canto di bambina: era Amalia, che subito la nota nell’aria limpida.

Per paura che la bambina la aggredisca o che voglia strapparle le ali, come fanno tanti bambini per le ricerche di scuola o per custodirle nel segreto degli album o dei libri, Dudù vira all’improvviso a sinistra, rischiando di frantumarsi il corpicino aggraziato, e poi cade all’indietro , con uno scivolone e un urlo che fa vibrare le foglie degli alberi “OHHHHHHHHHHHHHHHHH, oplalllllà” esclama dolorante, mentre distesa raggiunge l’asfalto duro: “Aiuto, aiuto, aiutatemi”! soggiunge sconsolata e tutta ammaccata per la caduta. Non sento più le mie ali, ti prego bambina, aiutami!

Amalia dolcemente la raccoglie e la adagia sopra il tavolo della cucina, zeppo di cose per la colazione.

Amalia la sorregge con pazienza e la accarezza per lenirle il dolore; le porge un po’ di miele che il nonno ha lasciato nella brocca e poi con le dita cerca di liberarsi di lei per permetterle di correre di nuovo nella natura.

Ma Dudù non vuole andarsene così presto, proprio ora che ha trovato qualcuno che si interessa a lei.

Amalia ritorna alle sue faccende, disinteressandosi della farfalla, quando il respiro del suo corpicino accanto la costringe a osservarla.

“Ehi, sono qua, sono qua, voltati, ti prego!” cerca di attirare l’attenzione Dudù, ma la bambina non la sente, allora Dudù le gira intorno come una zanzara impazzita fino a che Amalia esclama: “bella farfalla, perché stai rinchiusa in questo posto buio e solitario, tu che puoi andartene libera per il mondo!?” sibila la bambina; “guarda quante cose belle ci sono in giro, gli alberi, le stelle, il sole!vai, tu che puoi!” sussurra sconsolata la bambina, con due gocce di lacrime che le coprono il viso.

In un attimo capisce; vede quelle gambine molli che non la sorreggono, il busto rigido e fermo. Amalia non può camminare; scorge anche la sua sedia a rotelle che ogni tanto abbandona per tentare due passi. Dudù si sente un po’ in colpa per avere abusato della sua gentilezza e tenta di consolarla.

Poi capisce dal suo sguardo che è meglio andarsene, per non approfondire la sua pena e lasciarle il tempo di riprendersi.

“Tornerò a trovarti, stai sicura, tornerò, aspettami” le urla nell’aria Dudù, di nuovo accecata dal sole.

E difatti Dudù, appena poteva, tornava dalla sua piccola amica e le raccontava le sue pene e le diceva le sue speranze, e anche la sua tristezza per il rifiuto delle compagne.

Ecco perchè, anche quel giorno, Dudù pensò che sola Amalia potesse aiutarla ad esaudire il suo desiderio.

Entrò in fretta e furia nell’abitazione, facendo sussultare la bambina che stava ricamando.

“Che c’è dudù? Mi sembri fuori di te!”osserva Amalia con lo sguardo basso.

“Ascolta Amalia, devi aiutarmi, solo tu puoi; ho bisogno che mi colori le ali di tante tinte diverse; solo così le mie compagne mi accetteranno!” sibilò d’un fiato Dudù.

“Sai bene come la penso, ma se proprio vuoi, va bene; aspetta solo un attimo, “ con la coda degli occhi Dudù osserva i movimenti lenti dell’amica che prende dal cassetto i suoi pastelli colorati.

Forza, avvicinati” dice con energia; e le stende i pastelli sul corpicino. Ora Dudù può vantare il capo rosso, le ali verdi e blu e le zampette giallo e rosa.

“Grazie Amalia, sei un tesoro, non so davvero come ringraziarti!” sussurra entusiasta la farfalla nell’atto di andarsene.

Fuori intanto si è scatenato un temporale improvviso, e gli alberi e le case vibrano senza sosta; potenti fulmini si liberano nell’aria, formando giochi di luce ad intermittenza.

Dudù cerca di sfuggire a quell’inferno, ma non trova riparo; il suo volteggiare disinvolto si fa più difficile, incespica e vola a terra, con le ali quasi spezzate.

A difficoltà riprende il volo e la scioltezza; vede le compagne da lontano intente a nascondersi all’ombra delle rocce; il temporale si è fatto uragano.

Una lucertola con la coda lunga si avvicina minacciosa alla roccia e tenta di attirare a sé col suo linguone biforcuto le farfalle intirizzite e impaurite.

Dudù in un attimo è verso di lei e cerca di attirare la sua attenzione; è un attimo e l’odiosa bestia la assale una, due tre volte, divorandola, per poi scomparire nella scarpata dietro la roccia, che la inghiotte per sempre. Il cielo ha ora recuperato il suo colore naturale e i fulmini hanno lasciato il posto al sereno.

Le farfalle, che hanno visto l’intera scena, sconvolte per l’accaduto, non sanno darsi pace per il loro egoismo e la loro cattiveria; ogni giorno e per lungo tempo conducono dinnanzi alla tomba immaginaria della farfallina una volta un pensiero d’amore, un’altra alcuni sassolini colorati a simbolo di quel sogno che aveva strappato Dudù alla vita; ogni momento del giorno le rivolgono in silenzio una preghiera, ricordandola per il suo altruismo e la sua generosità.

Amalia, senza lacrime per quella perdita irreparabile, ha sempre un pensiero buono per la dolce creatura e appena le gambe la sorreggono, si reca col nonno a portare un fiore fresco su quella roccia dura, che ha visto frantumarsi la vita di un’amica indimenticata.

Oggi, a distanza di anni da quel tragico evento, sulla parete dura abbattuta dai temporali e visitata dal tocco del sole, cresce periodicamente un involucro di mille colori, che assomiglia ad un tenero e acerbo bruco che spiega le ali per farsi farfalla.

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