03Apr
2013
kataplan

Kataplàn

Fiaba di: Silvana

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La fiaba

Ti narro la storia di kataplàn.

Gnomo grassottello con barba bianca e rosso cappello,
il quale occultò le origini malinconiche e avare e di notte, con la ramazza sulle
spalle entrava nelle dimore fischiettando un allegro motivetto frammentato da
queste parole:

“Io sono Kataplàn che tutto in fretta fa” (fischiettare)

Così, dando rapidi colpi di saggina, dappertutto spazzava e potevi esser
certa che neanche un granello in nessun angolino potevi trovarvi al mattino.
In alcune case però questa grascia durava assai poco, quando la massaia
diventava indolente e poltrona, allora non si sentiva più il suo allegro
canticchiare bensì modulava la voce in un roco tono di rimprovero, la sua ombra
diventava gigantesca e, minaccioso diceva:

“Credi di aver fatto fesso me? Guai a te, guai a te”.

Le riempiva la magione di un dito di pulviscolo.
La malcapitata ogni dì gettava gocce di sudore dalla fronte e lacrime
amare dagli occhi ma a nulla serviva che ella chiedesse perdono, non lo avrebbe più sentito.

Aver capito l’errore, questo era il dono e il benservito.

Ma quando la famiglia che vi abitava da lui nulla pretendeva e tra le mura il decoro
regnava, non soltanto ramazzava ma un soldino come premio lasciava.
Le abitazioni preferite erano le modeste, con tanti figli come bubboni
della peste ma gioia Kataplàn in cuor sentiva e non si affaticava affatto nel
togliere i rimasugli delle feste.

E quando una signora storceva il naso per la fortuna capitata a un suo vassallo,
di colpo in testa gli cadeva un vaso e imbizzarrir faceva il suo cavallo!

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