Una storia di amicizia

Fiaba pubblicata da: maurapetrosino

Le porte del bus si aprirono,entrai, cercai il biglietto nella tasca del jeans ,lo timbrai,e mi avvicinai ad un posto libero per sedermi.

Ero  stanca,avevo bisogno di rilassarmi un po’.

Faceva caldo,era il mese di Luglio.  Avevo appena finito di   lavorare;sono barista in un cafè di una piccola cittadina vicino Salerno.Il mio nome è Marta.Nel servire ai tavoli,mi piace  anche parlare un po’ con il cliente soprattutto se è un habitué.

Il mio motto è:gentilezza.Cerco sempre di essere gentile  specialmente quando sono stanca e i clienti pullulano. Allora mi ricordo che entrare in un bar per il cliente e prendere un caffè,vuol dire fare un break antistress, perciò,in quel preciso istante, vedere una barista sorridente è fondamentale. Il mio lavoro richiede  velocità,gentilezza e attenzione, quindi, quando finisco il mio turno,sono sfinita.

Dopo essermi seduta nel pullman, il mio sguardo fu attirato dalla luce rosseggiante di un meraviglioso tramonto. Ero abbracciata da un tiepido calore e ciò mi  rilassava. I miei occhi si stavano socchiudendo, non avevo voglia di parlare con nessuno.

Ero pronta ad appisolarmi e a godermi quel tepore. Passarono pochi minuti quando il mio sonnellino fu disturbato  da una pallina di gomma che mi colpì in piena faccia . Aprii gli occhi, con l’aria di voler divorare il colpevole che  aveva interrotto il tutto,senza voler ricordare  più il  mio motto. Vidi dritto davanti a me ,un ragazzino che mi stava fissando e ridacchiava. Riflettei sul da farsi per un secondo  e poi decisi di usare la gentilezza,come d’abitudine. Gli   chiesi  di smetterla per favore perché volevo riposare; lui reagì con un’altra pallina.

Mi resi conto allora che dovevo proprio avvicinarmi e parlargli  in modo convinto e deciso.   “Perché sei così arrabbiato?”gli chiesi,”Lo sai che qualcun altro poteva darti uno schiaffo,non sfidare la sorte”,”Dai  provaci di nuovo,se proprio ciò ti fa stare bene”.Lui mi guardò e smise di sorridere. Tornai al mio posto, mi accorsi che qualcuno nel pullman aveva uno sguardo sconcertato,ma dopo qualche secondo il ragazzo mi venne a chiedere scusa. Ammiccai un lieve sorriso e  accettai le scuse;non fui più disturbata per tutto il percorso.  Finalmente,arrivai alla mia fermata,scesi dal bus. Ero a Salerno,presso il molo Manfredi.

Camminavo lentamente,persa nei miei pensieri sull’atteggiamento di quel ragazzo , ma nello stesso tempo mi consolavo sul mio programma  serale.

Un’amica mi aveva invitato ad un party sulla                                                                                                               navetta che da Salerno va ad Amalfi,via mare. Ero concentrata sull`abbigliamento da indossare e sulla  favolosa serata che mi aspettava.

Improvvisamente,fui colpita dietro la testa da qualcosa. Mi girai e vidi di nuovo la pallina di gomma,e il  ragazzino del bus che mi stava seguendo. Camminai verso di lui,dicendogli:”Stiamo andando allo stesso posto?” Lui,con voce flebile,mi chiese se potevo aiutarlo. Allora intuii che c’era qualcosa di più da capire. Gli chiesi se desiderava un gelato al bar,tanto per conoscerci meglio.

Lui annuì e ci dirigemmo verso un bar. Ci sedemmo ad un   tavolo,gli chiesi il suo nome,e l’indirizzo.”Sergio”,lui, mi   sussurrò     all`orecchio.

“Sto cercando il mio cane Dado. É un bastardino marrone di due anni ed è il mio miglior amico. Abito nella zona del Duomo,e l’ho perso   da questa mattina”.Sergio sembrava disperato,era un ragazzino di poche parole. Mi disse solo che quella gentilezza  che  avevo usato,gli aveva inspirato fiducia verso di me.

”Fiducia per cosa” gli chiesi ”Per trovare il mio cane”, lui replicò decisamente.

”Ho lanciato le palline  ad altre persone,e nessuno ha reagito come te,gli altri sono stati arroganti o indifferenti. Non puoi abbandonarmi Marta,ti prego”.Qualche lacrima gli cadde sul  viso.

A tale richiesta io mi sciolsi come un gelato,rinunciai alla mia serata in barca.

Attraversammo piazza Cavour e piazza S. Agostino,  entrammo nei vicoletti che portano al Duomo e dintorni. Sergio mi portò davanti casa sua, e  mi spiegò che ci abitava  con la nonna materna. Lui aveva un buon rapporto con lei, ma non aveva amici. Dado era l’unico compagno di giochi. Percorrendo le varie stradine vicino al Duomo, arrivammo a via Dei Mercanti.  Poi,ci spostammo a via Portanova. Chiedemmo un po’ in giro, ci scontrammo, letteralmente, con un bambino  che disse di aver visto un bastardino marrone verso il lungomare. Io e Sergio ci  mettemmo a correre come pazzi.

Sfrecciavamo tra le persone,chiedendo scusa per i piedi calpestati e le spallate,con l’attesa nel cuore di chi aspetta  qualcuno d’ importante che deve arrivare. Arrivammo a piazza della Concordia,guardammo sotto tutte le macchine del parcheggio;il mio cuore batteva così forte come un tamburo e anche Sergio era ansioso di riabbracciare Dado.

Qualcosa ci faceva capire che quella situazione sarebbe andata a buon fine. Era l’unità e la solidarietà che era nata tra noi,chissà!.Sta di fatto che quel ragazzino mi stava insegnando qualcosa:l’amore non finisce mai.

Mentre pensavo, mi avvicinai al bigliettaio del parcheggio,e gli chiesi  se avesse visto un cane marrone. Lui sorrise, nel frattempo si era avvicinato anche Sergio.Il bigliettaio guardò dietro di lui e disse:”Ehi,Dado,guarda chi c’è.”

Vedemmo il cane uscire dalla biglietteria,spaventato ma felice,che corse verso Sergio e lo buttò a terra con gioia. Il parcheggiatore conosceva il nome del cane perché era scritto sul collare.

Non stavo più nella pelle,provai una grande emozione e sentivo dentro di me una forza nuova, la forza  dell’amore per l’altro.

Ecco ciò che Sergio mi aveva insegnato. Da quel giorno, io,Sergio e Dado giochiamo insieme(naturalmente dopo il mio lavoro)siamo inseparabili ed  il lungomare  è diventato la nostra giostra personale.



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