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Il mio migliore amico

Enya tende la mano verso Simba nel canile mentre il piccolo cane si avvicina con timida speranza in un'atmosfera serena

Simba era un piccolo cagnolino dal pelo color miele e dagli occhi dolci.

Per lui il mondo era sempre stato semplice: una casa calda, un appartamento pieno di rumori, un bambino vivace che correva ovunque lasciando giocattoli sparsi sul pavimento e una famiglia che, almeno all’inizio, sembrava amarlo.

Simba scodinzolava appena sentiva la chiave girare nella porta. Aspettava il momento delle passeggiate, delle coccole sul divano e delle risate del bambino che lo stringeva forte tra le braccia.

Lui non sapeva di essere diventato, col tempo, solo un passatempo. Un giocattolo che cresceva, abbaiava, sporcava e aveva bisogno di attenzioni.

Poi, un giorno, tutto cambiò.

Lo portarono in macchina senza dire una parola. Simba pensava fosse una gita. Guardava fuori dal finestrino felice, con la lingua fuori e la coda che batteva sul sedile.

Ma quando arrivarono davanti al canile, qualcosa dentro di lui tremò.

L’ambiente era freddo. Le pareti piastrellate erano sporche e l’odore di umidità riempiva l’aria. Si sentivano abbai lontani, guaiti tristi e il rumore dei cancelli che si chiudevano.

La famiglia firmò alcuni fogli.

Poi lo lasciò lì.

Simba rimase fermo a guardarli andare via. Aspettava che tornassero indietro. Aspettava di sentire il bambino chiamarlo ancora.

Passò un giorno.

Poi una settimana.

Poi mesi.

Ogni volta che qualcuno entrava nel canile, Simba alzava la testa pieno di speranza. Ma le persone sceglievano sempre altri cuccioli: quelli più piccoli, più vivaci o più belli.

Lui restava lì, nel suo angolo, con gli occhi pieni di tristezza.

Piano piano aveva smesso di fidarsi.

Finché un pomeriggio arrivò una bambina dai lunghi capelli scuri e dagli occhi profondi e gentili. Si chiamava Enya.

Non correva tra le gabbie come facevano gli altri bambini. Camminava piano, osservando ogni cane con dolcezza.

Quando arrivò davanti alla gabbia di Simba, lui non si mosse. Abbassò soltanto lo sguardo.

Enya si inginocchiò davanti a lui.

— Ciao… — sussurrò. — Anche tu ti senti solo?

Quelle parole furono diverse da tutte le altre.

Simba la guardò lentamente.

Negli occhi di quella bambina vide qualcosa che conosceva bene: tristezza.

Enya, infatti, si sentiva diversa dagli altri bambini. A scuola parlava poco, aveva pochi amici e spesso si chiudeva nel suo silenzio. Anche lei, come Simba, aveva paura di non essere capita.

La bambina infilò lentamente una mano tra le sbarre.

Simba esitò. Poi, piano piano, si avvicinò.

Per la prima volta dopo tanto tempo, qualcuno lo stava guardando davvero.

Quando la sua testolina si appoggiò alla mano di Enya, la bambina sorrise con gli occhi lucidi.

— Mamma… voglio lui.

Da quel giorno nacque qualcosa di speciale.

All’inizio Simba aveva paura dei rumori improvvisi. Dormiva poco e si spaventava facilmente. Enya, invece, aveva paura di aprirsi agli altri.

Così iniziarono a guarire insieme.

Ogni sera la bambina gli leggeva una storia vicino al letto.

Ogni mattina Simba l’accompagnava fino alla porta della scuola scodinzolando felice.

Quando Enya piangeva, lui le appoggiava il muso sulle ginocchia.

Quando Simba tremava per un brutto ricordo, lei lo abbracciava forte.

Erano diventati migliori amici.

Simba aveva ritrovato una famiglia vera.

Enya aveva trovato qualcuno che la amasse senza giudicarla.

E capirono entrambi una cosa importante:

A volte i cuori più feriti sono proprio quelli capaci di amare di più.