09Lug
2012
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Omero, il gatto nero

Fiaba di: Kri2202

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La fiaba

Omero era un bel gatto dal pelo lungo e folto, lucido come seta. I suoi occhi erano dorati, fondi come pozzi e pieni di saggezza, e i suoi baffi lunghi e luccicanti. Aveva un graziosissimo naso rosa e orecchie a punta.

In effetti, Omero aveva un solo difetto, ed era il suo colore.

In verità, lui non ci trovava niente di strano, ma gli umani, chissà perché, ogni volta che lo vedevano cambiavano strada, o facevano strani gesti, e addirittura qualcuno aveva provato a tirargli dietro degli oggetti.

Il suo pelo, infatti, era completamente nero, dalla punta della coda alla punta del musetto.

Quando aveva chiesto in giro, alle sue amiche colombe o ai suoi amici cani, per quale motivo i bipedi temessero un gatto nero, bhe, nessuno aveva saputo spiegarglielo, e alla fine si era rassegnato ad essere scansato da tutti.

C’era solo una bambina che sembrava non avere nessun pregiudizio verso di lui, e si chiamava Agnese.

Agnese era molto bella: aveva lunghi boccoli biondi e grandi occhi color malva. Però era anche molto gracile e delicata; avrebbe avuto bisogno di cure e di mangiare bene, ma la sua famiglia era povera e non poteva darle più di quanto non facesse.

Omero si era affezionato alla piccola che ogni giorno, andando a scuola, gli dava qualcosa della sua merenda, nonostante gli amichetti le dicessero di stare alla larga da quella bestiaccia, che portava sfortuna.

Poi un giorno Agnese non andò a scuola, e neanche il successivo, e neanche quello dopo. Omero iniziò a preoccuparsi, e decise di cercarla.

Girò la città in lungo e in largo: chiese alle tortore, che scossero il capino; chiese alle lucertole, che sibilarono con la loro piccola lingua; chiese finanche alle minuscole formiche, che alzarono le zampette.

Infine, mentre cacciava nei pressi del porto, catturò un topolino. Lo prese tra i polpastrelli, e la creaturina squittì impaurita.

“Se non mi uccidi” disse “Ti indicherò dove vive la ragazzina che cerchi tanto!” Tutto contento, Omero lo liberò e si fece condurre dove viveva Agnese.

La casupola era piccola e fatiscente, e sorgeva vicino ai grandi capannoni del porto. Il gatto provò ad avvicinarsi senza farsi vedere, e riuscì ad affacciarsi appena appena da una delle finestre sgangherate. Era proprio la cameretta di Agnese! La piccola era a letto e respirava piano piano: pallida come la luna, sembrava molto malata! I genitori erano in piedi vicino a lei con il dottore.

“Deve mangiare meglio, e molto, o non guarirà mai” stava dicendo.

In quella, la mamma di Agnese alzò gli occhi e vide Omero.

“Vattene via bestiaccia!” prese a gridare “Porti il malaugurio nella mia casa!”Prontamente il felino fuggì, ma non aveva dimenticato le parole del dottore. Lui sapeva dove poteva trovare del cibo per Agnese.

Tutte le mattine le barche rientravano in porto cariche di pesce. Alcuni erano molto grandi e succosi: certo erano un pasto perfetto per la sua amica malata!

Omero sapeva che non sarebbe stato facile prenderne uno, perché i marinai più di tutti vedevano di cattivo occhio il suo pelo nero, ma per Agnese avrebbe tentato! Così,omero-gatto-nero-1 dalla mattina successiva, tutti i giorni Omero si recava al porto quando i motopescherecci rientravano, di buon mattino.

Aspettava pazientemente che scaricassero le reti poi, quando nessuno poteva vederlo, saltava nella cassetta più vicina e prendeva il pesce più bello che gli riusciva di arraffare! Oggi era una bella sogliola, domani un grasso merluzzo, dopo domani ancora un polpo succoso: non andava mai via a zampe vuote.

Poi si recava a casa di Agnese, e lasciava il pesce sul davanzale della sua cameretta.

La prima mattina, la mamma della piccola non riusciva a capire da dove piovesse tanta fortuna: dopo aver chiesto a tutti i vicini, convintasi che nessuno sarebbe venuto a reclamare quel cibo, aveva cotto per la bimba malata una zuppa squisita, e lei l’aveva mangiata tutta.

Piano piano, divenne abitudine trovare quella manna, e Agnese rifioriva giorno dopo giorno: nessuno più si chiedeva chi compisse quel miracolo quotidiano, ma continuavano a pregare per il misterioso benefattore.

Un giorno, quando la piccola era oramai quasi guarita, uno dei pescatori al porto vide dei movimenti sospetti intorno al suo carretto.

Avvicinatosi, scoprì Omero con una delle sue ventresche in bocca. Lampi e saette! Quel malefico gattaccio nero stava pasteggiando con il suo pescato! Fuori di sé dalla rabbia, l’uomo afferrò la rete e la gettò addosso al felino, che ebbe un bel divincolarsi per scappare: impigliato senza rimedio, fu facilmente catturato.

Tutti gli altri marinai accorsero, e iniziarono a gridare che era colpa di quella bestiaccia del malaugurio se le notti scorse il mare era stato burrascoso e se avevano pescato poco pesce: decisero così di affogare il povero Omero.

Lui aveva un bel miagolare e soffiare! Cosa poteva fare da solo contro tutti quegli uomini? Fu chiuso in un sacchetto e gettato giù dal molo, senza pietà.

a la sua storia non finisce qui.

Gli altri animali del villaggio sapevano tutti che da un mese a quella parte Omero portava il cibo per far guarire la piccola Agnese.

Sul davanzale della bimba si posava sempre un pettirosso: quel mattino, non vedendo arrivare il gatto nero, si mise in allarme e passò parola: il suo trillare si trasmise al piccolo topino, che corse a parlarne ai piccioni, che lo dissero ai gabbiani, che volarono subito al porto giusto in tempo per vedere il sacco in cui Omero era stato rinchiuso venire buttato in mare!

Con uno stridio allarmato, un gabbiano scese in picchiata e attirò l’attenzione di un delfino, che sgroppò veloce verso il molo e ripescò Omero giusto un secondo prima che smettesse di lottare e respirare.

Affannato, bagnato fradicio e mezzo morto di paura, il gatto volle però ugualmente andare a trovare Agnese: il gabbiano pescò per lui un grosso pesce da portare alla bimba.

La piccola stava molto meglio, e quel giorno era in finestra: vide arrivare il gatto e gridò di gioia.

“Mamma guarda! Ecco chi era il mio misterioso benefattore!” La mamma accorse e capì tutto, vedendo la bestiola infreddolita con quel grosso pesce in bocca. Si commosse, e si pentì per averlo cacciato da casa sua.

“Mi dispiace di essermi fatta condizionare dagli stupidi pregiudizi delle persone” disse, prendendolo in braccio “Da oggi in poi, starai in casa con noi” Così Omero trovò una famiglia e visse per sempre felice e contento: Agnese guarì e prese ad accogliere in casa tutti i gatti neri randagi, così che nessuno più li maltrattasse.

E a dispetto delle dicerie, niente di male le avvenne mai, e ogni benedizione cadde sempre su di lei e sulla sua famiglia.

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