06Mag
2012
fata-piangeva-perle

La fata che piangeva perle

Fiaba di: marco.ernst

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

C’era una volta un villaggio talmente piccolo da non avere neppure un nome: tutti, infatti, lo conoscevano, oramai, semplicemente come “Il villaggio”.

Ma non era sempre stato così: un tempo c’era una fiorente miniera di carbone, con tanta gente che vi lavorava; poi, all’improvviso la miniera si esaurì e i minatori dovettero, per la maggior parte, emigrare.

Chi poté farlo, portò con sé anche la famiglia, ma molti se ne andarono da soli, ripromettendosi di farlo in un secondo tempo: qualcuno lo fece, altri no, altri non tornarono più e di loro nulla più si seppe.

Presso il villaggio non c’era solo la miniera, ma anche una importante segheria che dava lavoro ad operai e taglialegna, ma ben presto anche questa dovette chiudere, poiché si preferiva importare il legname dall’estero.

Questo causò altra emigrazione, così al villaggio rimasero poche famiglie, molte delle quali incomplete, e molti bambini crebbero senza il padre.

Chi era rimasto si arrangiava come poteva: lavori stagionali, un piccolo orto, la raccolta dei funghi in autunno negli ampi boschi che circondavano il villaggio.

Un giorno Fiorenzo, uno dei ragazzi il cui padre era partito molti anni prima e non aveva poi dato più notizie di sé, si era spinto, assieme a due amici, molto addentro in un bosco alla ricerca di funghi e frutti quando, ad un tratto, i tre s’imbatterono in una fata. Che fosse una fata era evidente: stava seduta a gambe incrociate, col dorso delle mani poggiato sulle ginocchia, solo che era seduta… per aria, a circa un metro dal suolo.

Fiorenzo, in particolare, rimase colpito dalla sua bellezza; la fata aveva lunghi capelli azzurri, un bell’abito di tulle rosa ma, soprattutto, due straordinari occhi blu: straordinariamente belli e straordinariamente tristi.

Chi sei? – ebbe il coraggio di domandarle Fiorenzo, anticipando la domanda dei suoi amici – e perché hai quell’aria così triste. Qual è la tua storia?”.

La fata rispose con una voce dolcissima, tanto da sembrare una musica, più che una voce umana, ma anch’essa era enormemente triste: “Mi chiamo Aqua e sono una fata di mare, solo che sono stata scacciata dalle profondità dove vivevo perché mi ero innamorata di un delfino, che era anche ambito dalla strega del mare, così ho dovuto lasciare il mio regno, i miei amici, la mia famiglia e rifugiarmi in questo bosco dove, da molti secoli, voi siete i primi esseri umani che vedo”.

Al ricordo della sua vita passata, la fata cominciò a piangere, solo che le sue lacrime, non appena sgorgate diventavano perle rare di ogni colore: ce n’erano bianche come la neve, azzurre come il cielo, rosa come il tramonto, nere come le notti di novilunio.

Gli amici di Fiorenzo non tardarono un solo momento a raccogliere quelle preziosità: altro che funghi e lamponi! Quello era un vero tesoro.

Ora dobbiamo andare – le disse Fiorenzo – la strada da percorrere è lunga, ma torneremo a trovarti, a farti compagnia: vedrai che non sarai più sola”. Aqua non rispose, ma chinò il capo e ricominciò a sognare il suo regno perduto. Tornati in paese, in poco tempo i due giovanotti avevano mostrato a tutti le perle e raccontato della fata.

Così il giorno seguente arrivarono a decine per vedere la fata: “Com’è bella”, mormorò qualcuno, “Com’è triste”, rispose Fiorenzo che s’era innamorato perdutamente di lei fin dal primo istante.  “Fata, bella fata del mare – disse una donna – tu forse mi puoi aiutare: mio marito è partito da sei anni e non ho più notizie di lui. Il mio bambino ha otto anni ed è malato da cinque. Non riesce più a camminare, solo che io non ho soldi per farlo curare”.

Sentendo una storia così triste, la fata cominciò a piangere, ed anche questa volta le sue lacrime divennero perle preziose che la donna raccolse e corse via col bambino in braccio: con quelle avrebbe potuto curarlo.

Fiorenzo avrebbe voluto restare solo con lei, parlarle, farle compagnia, togliere la tristezza dai suoi occhi, affinché fossero ancora più belli, ma oramai ogni giorno la gente aumentava e veniva anche dai villaggi vicini. “O dolce fata – le disse una donna anziana – io ho sempre lavorato per mantenermi, perché sono sola e senza una famiglia, facevo la tessitrice, ma ora con l’artrite le mie mani non riescono più a impugnare l’ago: come farò  a non morire di fame?”.

La fata si commosse alla storia della vecchia e pianse: a fatica la donna raccolse le perle, la ringraziò ad andò subito a venderle nella lontana città.

Oramai tutti avevano imparato come arricchirsi: bastava raccontare alla fata delle storie tristi, e questa piangeva perle rarissime: alcune delle storie erano vere (chi non ha una vicenda triste da raccontare?), ma altre erano inventate di sana pianta solo per avidità. Allora anche Fiorenzo si fece sotto, solo che lui non voleva arricchirsi, solo far capire alla fata un amore che non aveva il coraggio di confessare: “Dolce creatura del mare, se tu hai dei poteri, dimmi: come posso far capire a una donna l’amore che provo per lei?”.

Detto questo il giovane cominciò a piangere e la fata piangeva con lui: pianse come mai aveva fatto e, visto che il giovane esitava, tutti raccolsero le perle piante dalla fata.

Sembrava che questa non smettesse più di piangere: più delle storie di mariti lontani e bambini malati, quella le aveva ricordato il suo amore perduto. Pianse fino a non avere più lacrime da trasformare in perle; poi, ad un certo punto, lentamente scese fino a terra e vi si accasciò.

Tutti capirono che la fata era morta di crepacuore: “Oooh”, esclamarono le donne. “Oooh” fecero eco i bambini delusi.

Poi, visto che oramai non era più di nessuna utilità, se ne andarono: comunque tutti avevano raccolto abbastanza perle da non aver più problemi economici per il resto della loro vita. Rimase solo Fiorenzo a contemplare l’unica persona che avesse mai amato e che era morta senza sapere del  suo amore.

Così Fiorenzo cominciò a piangere sul corpo senza vita, e dai suoi occhi sgorgarono perle, perché il dolore sincero e profondo è la cosa più pura che ci sia al mondo, tanto da produrre le perle più belle.

Commenta la fiaba



Altre fiabe che potrebbero piacerti