07Mag
2013
signora-tempo

La signora del tempo 23 // Un amore senza barriere

Fiaba di: marzia.o

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La fiaba

Qui tutte le puntate.

L’ufficio era pieno di libri, fogli sparpagliati e quaderni, tutto, però era in perfetto ordine come ci si poteva aspettare da una personalità severa, come quella del direttore di una scuola militare.

Il direttore era immerso nella lettura delle credenziali dell’uomo che aveva davanti.

Si era trovato a scegliere due nuovi insegnanti, a quanto pareva i due che doveva sostituire, avevano avuto problemi famigliari quasi contemporaneamente, ma fortunatamente era riuscito a rimpiazzare abbastanza velocemente, una volta finito la sua lettura ripose la lettera nella sua busta e la restituì all’uomo poi con un leggero sorriso gli disse.

“Benvenuto fra noi professor Smith”.

“La ringrazio preside Milton”.

“Mi dica professore, ha già un alloggio?”.

“Purtroppo no, mi chiedevo se lei può indicarmi una locanda per prendere una camera”.

“Se per lei non è un problema, abbiamo delle stanze a disposizione per i nostri insegnati, in questo modo non pagherà nessuna quota per camera”.

“Oh sarebbe una soluzione più che accettabile preside Milton”.

Il preside suonò il campanello e poco dopo arrivò una giovane donna un po’ paffutella, vestita di nero, con un grembiule bianco in pizzo, e una cuffietta sempre dello stesso materiale che tratteneva i capelli neri del giovane. Il preside ordinò alla ragazza di portare il bagaglio del professor Smith in uno degli alloggi destinati agli insegnanti, poi chiese al professore di seguirlo, per fargli conoscere gli altri insegnanti. Mentre camminavano verso la sala degli insegnanti Milton, disse:

“Professor Smith, i suoi colleghi sono tutti insegnanti capaci”.

“Non lo metto indubbio signore”.

“Certo, ma la devo informare che fra essi c’è anche una donna”.

“Una donna signore?”.

“Sì, miss Braun, Luce Braun”.

“Sono perplesso signore”.

“Sì, lo ero anch’io quando l’assunta, non solo per la qualità dell’insegnamento, ma anche per le tensioni che si sarebbero create con gli altri insegnanti, perche miss Braun è…”.

>.

“Bellissima, certo lei non fa nulla per far risaltare la sua bellezza, ma è innegabile che lo sia. Quindi capirà il mio scetticismo. Ma ho dovuto ricredermi, la sua classe è fra le migliori, e inoltre con i colleghi è sempre molto riservata. Certamente è sempre molto gentile e cortese, e disponibile nell’aiutare un collega se questi non sa come affrontare un argomento, ma di se non parla, noi crediamo che stia cercando di dimenticare qualcosa o qualcuno che la fatta soffrire”.

“Capisco, alloggia qui, nella scuola?”.

“No, ha preferito, acquistare un piccolo villino, a poca distanza dalla scuola. Ma io le ho assegnato comunque una stanza”. Erano arrivati davanti alla sala degli insegnanti, il preside aprì la porta e lo fece passare. La sala era grande, attaccate ai muri cerano diverse mensole, con alcuni libri e oggetti, in un angolo un piccolo fornelletto dove il bollitore dell’acqua per il the stava soffiando, accanto al fornelletto c’era un tavolo con un servizio da the in porcellana e pasticcini, uno degli insegnanti spense il fornelletto e preparò il the. Il professor Smith fece scorrere lo sguardo su i suoi nuovi colleghi, erano tutti uomini sulla cinquantina, chi più chi meno stava sbirciando la giovane che era in piedi davanti alla finestra di profilo. La sua snella figura era avvolta in un abito nero e austero, ma come aveva rilevato Milton, non faceva che risaltarne la forma, i capelli color biondo rame erano legati a doppia coda di cavallo, allacciati poi con un nastro di velluto nero. I suoi lineamenti erano delicati e volitivi allo stesso tempo, le labbra ben disegnate, solo gli occhi non si vedevano, perché socchiusi nel seguire il libricino che aveva in mano. Sì Milton aveva ragione miss Braun era bellissima, e il cuore del Professor Smith stava già battendo nel suo petto all’impazzata, a mala pena sentì il preside chiedere l’attenzione dei colleghi, per presentarlo. La ragazza chiuse il libricino e guardò verso di lui ed egli si sentì trasportare in un cielo azzurro e meraviglioso, strinse la mano agli altri quasi come un automa, ma quando Milton li presentò ufficialmente lui, non riuscì a trattenersi nel dirle dopo d’averle baciato la mano:

“Miss Braun è un vero onore conoscerla, mi perdoni l’audacia e la sfacciataggine, mi permetta di dirle che lei è bellissima”.

“Lei è troppo galante professor Smith”.

“Miss Braun, ho l’abitudine di dire sempre ciò che penso”.

“È ciò che gradisco di più in una persona”, la campana che segnava l’inizio delle lezioni suonò e la giovane gli disse: <stanno per cominciare, e se non abbiamo la stessa classe, credo che lei debba restituirmi la mano”.

“Oh, sì, ha ragione…che sbadato”, rispose lui con un sorriso imbarazzato.

La giovane sorrise e si allontanò per raggiungere la sua classe.

Clarissa entrò nella locanda che Luce le aveva indicato, si guardò attorno. Nessuno fece caso a lei, si sedette a un tavolo, una cameriera le domandò cosa poteva servile e lei rispose che una tazza di the sarebbe andata bene. Si sentiva sull’orlo delle lacrime, era da sola nell’anno 1913, del dottore non c’era traccia. Quando lei aveva chiesto se la trasformazione sarebbe stata dolorosa, lui le aveva detto “Sì tremendamente doloroso”, e l’era stato davvero, a tal punto che se avesse saputo dove mettere le mani avrebbe fermato la macchina, subito dopo il dottore si era addormentato, e anche lei sfinita dalla tensione aveva fatto lo stesso. Quando si era risvegliata il dottore, non c’era più, vi era solo una luce rossa che lampeggiava, una volta schiacciato il pulsante era apparso il volto del dottore con le istruzioni per proteggere e aprire l’orologio che conteneva la sua essenza, ma per dirla tutta la frase più ricorrente era: “Se hai dei dubbi, chiedi a Luce”, che equivaleva dire, “Lascia fare tutto a Luce”. Mentre rifletteva su ciò una ragazza, un po’ paffutella si avvicinò e le domandò:

“Scusa posso sedermi qui con te, non c’è un tavolo libero, e poi gli altri sono tutti occupati da degli uomini”.

“Ma certo, mi chiamo Clarissa”.

“Grazie, molto piacere Clarissa io mi chiama Megh, sei nuova di queste parti, è la prima volta che ti vedo?”.

“Sì, sono appena arrivata, ero in viaggio”.

“Da sola?”.

“No, con, lascia stare è una lunga storia, tanto più che ora sono sola”.

“Oh scusa sono stata inopportuna”.

“Megh, mi chiedevo se qui ci fosse la possibilità di un lavoro?”.

“Be’ sì, so che alla scuola militare, dove lavoro, io cercano una cameriera, la ragazza che lavorava con me prima è partita due mesi fa, il perché non lo so. Sai è stata una cosa un po’ strana, perché come lei sono partiti anche due insegnanti, ora, però il corpo docente è al completo ed io ho un bel da fare”.

.

“Oh sì, per dire il vero siamo in diversi domestici, ma una cameriera ci farebbe comodo, oppure potresti chiedere a miss Braun se ha bisogno di una cameriera, lei abita in un villino a pochi metri dalla scuola”.

“Miss Braun?”.

“Sì, una dei due nuovi insegnanti. Incredibile vero? Una donna insegnante, ma la sua classe è la migliore”.

“Già, hai detto una dei due nuovi insegnanti?”.

“Sì, l’altro è arrivato questa mattina. Devo dire che finalmente il preside ha scelto un insegnante abbastanza giovane e affascinante, al massimo avrà trentacinque anni, capelli castani tendenti al rosso, occhi verdi, slanciato. E vuoi sapere un’altra cosa?”.

, chiese Clarissa.

“Penso che si sia già innamorato di miss Braun”.

“Ma dai”, sorrise Clarissa felice, di sapere che i due signori del tempo erano insieme.

“Oh sì, e penso che anche lui abbia fatto breccia nel cuore di miss Braun”.

Clarissa aveva scelto il tavolo più vicino alla porta quindi quando si aprì, vide chi era entrato in quel momento, e si sentì ulteriormente sollevata. Luce dopo le lezioni uscì dalla scuola e si diresse nel piccolo villaggio, che sorgeva a mezzo miglio dall’istituto, dove insegnava, Yaris era arrivato quindi Clarissa doveva essere nella locanda. Il villaggio era composto dalla locanda, un emporio, dove vi si poteva trovare un po’ di tutto, dalla chiesa, dall’ambulatorio medico, da un negozio di sartoria da una scuola per i figli dei paesani e i contadini, e da piccoli villini. Quando era giunta il suo Tardis per nascondersi si era trasformato appunto in uno di quei villini. Luce entrò nella locanda e si guardò attorno, vide Clarissa seduta a un tavolo con la cameriera della scuola e silenziosamente si avvicino al tavolo, udendo le ultime frasi della loro conversazione, e facendo cenno a Clarissa di rimanere in silenzio disse a Megh:

“Megh, chi avrebbe fatto breccia nel mio cuore?”.

“La bontà, miss Braun”, si affrettò a rispondere Megh.

“La bontà?”.

“Ecco vede miss Braun, Clarissa è arrivata da poco e si chiedeva se lei potesse assumerla come cameriera, oppure mettere una buona parola con il Preside Milton perché la assuma”.

“Capisco, sì l’idea non è malvagia, parlerò con il preside”.

“Grazie miss Braun”, ringraziò Clarissa.

Il giorno dopo Clarissa era vestita di nero, con un grembiulino bianco e una cuffietta, e prestava sevizio nella scuola. Luce e Clarissa ebbero il tempo di parlare, e di decidere dove tenere l’orologio con l’essenza del signore del tempo, Clarissa lo mise in cassetto dello scrittoio nella camera del professor Smith. Nei giorni che seguirono Yaris guardava Luce da lontano, aveva paura d’offenderla, o di esse in opportuno, così si unì alla schiera degli altri insegnanti che l’ammiravano silenziosamente. Luce era divertita di vederlo così timido, e soprattutto nessuno si era accorto dei suoi sguardi carichi di preoccupazione per ciò che stava per accadere, ma si sa la sottile arte degli sguardi femminile è più discreta che quella maschile. Contatti fra loro erano sempre molto rispettosi e sempre in presenza degli altri insegnati, ma circa a metà della seconda settimana dal suo arrivo la trovò da sola mentre preparava il the per l’intero corpo docente, con molta cautela le si avvicinò e le chiese:

“Posso esservi d’aiuto miss Braun?”.

“Siete molto gentile mister Smith, vorreste essere così cortese da appoggiare sul tavolo questi dolcetti, vi chiedo scusa se approfitto della vostra disponibilità in questo modo, ma Clarissa è stata chiamata a occuparsi di un’altra faccenda”.

“Certamente miss Braun, posso dirvi che avete dato a questa stanza un tocco raffinato”.

“Vi ringrazio, in questa stanza passiamo molte ore della giornata, ho pensato di renderla più confortevole”.

“Certamente ci siete riuscita”.

“Grazie, sono felice vi piaccia mister Smith”. Luce aveva cambiato un po’ la stanza, degli insegnati, coprendo il tavolo con una tovaglia di pizzo bianco con un centrino al centro color rosa antico, e sopra di esso aveva messo un cesto di rose rosse, tende alla finestra e qualche altro oggetto per rendere tutto più piacevole, all’inizio tutti erano rimasti perplessi, il preside aveva cercato di protestare, ma luce lo aveva azzittito dicendogli: “Preside Milton, questa scuola ospita i figli delle famiglie nobili del Regno Unito, e inoltre questi ragazzi saranno degli alti ufficiali del nostro esercito, ritengo che come insegnanti dobbiamo dimostrare di esserne degni”. A quel punto il preside non se più cosa dire, così accettò la situazione, e alla fine anche lui ne fu piacevolmente soddisfatto. Yaris aveva visto Clarissa sorridente quando l’aveva incrociata così domandò:

“Miss Braun, mentre venivo qui ho sentito che parlavate di una commedia con la cameriera?”.

“Sì, questa sera a teatro, nella cittadina qui accanto ci sarà una rappresentazione, della commedia di Shakespeare, “Un sogno di mezz’estate”, io e Clarissa pensavamo d’andarci”.

“Capisco, anche se mi sembra strano che a una cameriera possa interessare Shakespeare”.

“In genere vi darei ragione, ma Clarissa non è come le altre cameriere, la sua cultura non si limita a saper giusto leggere un po’ e a far di conto per lo stretto necessario”.

“Davvero? E di grazia cosa sa fare secondo voi?”.

“Non secondo me, è un infermiera, e se volete il mio pare ne sa più di qualche medico”.

“Ma cosa mi dite miss Braun? E come finita a far la cameriera?”.

“È una lunga storia, e oltre tutto dolorosa”.

“Capisco, stavo pensando, cosa ne pensate dell’infermiera Loson?”.

“Ecco, forse in passato sarà stata in gamba, ma ora, mi spiace dirlo ma la trovo inadeguata”.

“Se parlassi al preside di farla sostituire da Clarissa voi mi appoggereste”.

“Certamente mister Smith, anche se ritengo che il preside ascolterà più voi che me”.

“Già, stavo pensando che non posso lasciarvi andare da sole. Due giovani donne che se ne vanno in giro di notte da sole, non è conveniente, se me lo permettete vi accompagnerò a teatro questa sera”.

“Ne sarò felice, e anche Clarissa ne sarà contenta”.

“Allora è deciso, chiederò la carrozza della scuola al preside e vi accompagnerò”.

Luce si limitò ad annuire, quando Yaris domandò la carrozza al preside questi rimase perplesso, Yaris spiegò che le sue intenzioni non avevano secondo fine, era solo per non lasciare due giovani donne da sole, dopo un momento di esitazione il preside acconsentì, in fondo non vi era nulla di male se lui accompagnava le due ragazze, d’altro canto la presenza di Clarissa garantiva che il professor Smith si comportasse in modo adeguato nei confronti di miss Braun. Naturalmente Yaris parlò anche delle sue perplessità per il comportamento dell’infermiera Loson, e si accorse che il preside gli dava ragione, la loro conversazione fu sentita anche da altri insegnati, che anche loro espressero parere negativo sull’infermiera, Yaris spiego cosa avesse saputo su Clarissa, a quel punto il preside chiese:

“Mister Smith è sicuro di questo?”.

“Sì, miss Braun mi ha detto che Clarissa si è diplomata con il massimo dei voti”.

“Perché no la detto quando si è presentata?”.

“Forse perché vi era già la signorina Loson, e in quel momento lei cercava un lavoro per mantenersi”.

“Comprendo, miss Braun, non vi ha detto altro al riguardo?”.

“No, credo che miss Braun abbia rispettato riservo di Clarissa”.

“Bene dica a Clarissa di presentarsi domattina da me con il suo diploma”, concluse il preside.

La sera passò piacevolmente, Clarissa era felice d’essere insieme a Yaris e a Luce, si tenne a qualche passo di distanza per non disturbare la coppia. Yaris mentre andavano a teatro riferì la sua conversazione con il preside e disse a Clarissa di presentarsi all’indomani nell’ufficio dell’uomo con il suo diploma. Poco prima di entrare Yaris si rese conto di non avere il biglietto per entrare e disse a Luce.

“Temo di essere stato un po’ sventato miss Braun”.

“Per quale motivo dite questo mister Smith?”.

“Mi sono proposto di accompagnarvi ma non ho il biglietto, e sicuramente voi avrete quello per voi e per Clarissa”.

“Ecco posso essere sfacciatamente sincera mister Smith”.

“O si certo miss Braun”.

“Se non lo aveste proposto voi, io ve lo avrei proposto”.

“Davvero, perché io?”.

“Non lo sapete mister Smith”, sorrise Luce.

Clarissa era un po’ preoccupata non aveva alcun diploma da presentare al preside, ma Luce le andò in aiuto, e il giorno dopo a metà della mattinata Clarissa non aveva più la divisa da cameriera, quella da infermiera, e tutti cambiarono il loro atteggiamento nei suoi confronti. Passo un mese dal loro arrivo e degli inseguitori non vi era traccia, Clarissa cominciava a dubitare che sarebbero mai arrivati, ne parlò una sera con Luce, ma lei le confermò che stavano arrivando. Ne stavano ancora parlando quando il professor Smith passò accanto alla recinzione del villino, non aveva visto Clarissa, che si eclissò all’interno del Tardis mentre lui chiamava Luce:

“Miss Braun, la serata è fresca andate in casa, o prenderete un malanno”.

“Siete molto cortese a preoccuparvi per me mister Smith”.

“E solo che non vorrei portarvi dei fiori mentre siete ammalata”.

“Fiori, come quelli che avete in mano”.

“Si ecco, mmmh. Mi chiedevo se domani. Poiché domani non vi è scuola. Io, mi chiedevo se vi facesse piacere. Sempre che vi vada…”.

“Se mi vada cosa mister Smith?”.

“Di venire a passeggiare con me, sul sentiero che porta verso il bosco di querce, mi hanno detto che è molto bello in questa stagione”, disse il professor Smith tutto d’un fiato, poi aggiunse: <imbarazzo, potrebbe chiedere a una delle cameriere di venire con noi”.

“Mister Smith verro molto volentieri a passeggiare con voi, e non c’è bisogno che nessuno ci accompagna, o voi avete delle male intenzioni?”.

“Oh no, vi assicuro, che la mia richiesta è solo per avere il piacere di poter passeggiare accanto a voi”.

“Allora così sarà”.

“Grazie miss Braun”, cosi dicendo si allontanò, ma aveva fatto pochi passi che lei lo richiamo.

<>

“Sì, miss Braun?”.

“I fiori”

“Che sbadato”.

“Mister Smith, il mio nome è Luce”.

“Mi autorizzate a chiamarvi per nome?”.

“Sì, io posso chiamarvi Yaris?”.

“Né sari estremamente felice”.

“Allora buona notte Yaris”.

“Buona notte Luce”.

Questa volta Luce lo lasciò andar via, sorrise mentre annusava i fiori, Clarissa uscì dal Tardis e le disse.

“Mamma mia, non ho mai visto il dottore così teso”.

“Non ti dimenticare che lui ora è un essere umano, anche se penso che quando sia un signore del tempo, sia comunque timido, lo maschera bene con quell’aria spavalda che ha sempre”.

“Come fai ad affermare una cosa simile?”.

“È pur sempre lui, in alcuni atteggiamenti non sembra nemmeno cambiato, sono convita che in questo momento vediamo la parte più nascosta del dottore, la parte che non gli fa oltre passare il lato oscuro della sua personalità”.

“Credo d’aver capito cosa intendi dire. Una volta lui mi disse che una parte dei suoi geni erano umani, adesso che la sua parte aliena e rinchiusa noi, vediamo solo quella umana. È per questo che avete due cuori, uno per parte”.

“Esatto, il nostro sistema cardio circolatorio è binario, ma diventa uno quando si addentra negli altri organi”.

“Ho capito, santo cielo sto imparando più cose sulla medicina con te che studiare sui libri, mi dici perché hai detto che diventerò un medico delle stelle”, luce stava per rispondere ma lei continuò: <sei stata nel futuro e ci siamo incontrate, solo che tu ti ricordi perché sei stata la mentre per me deve ancora accadere”.

“Già, ora sarà meglio andare a dormire”.

Il giorno seguente trascorse molto piacevolmente, Yaris si comportò da perfetto gentiluomo, sempre cortese e attento alle esigenze di Luce, parlarono molto, e Luce comprese d’aver avuto ragione nel affermare che la parte umana del signore del tempo era quella che teneva a freno l’impeto della sua parte aliena. Rientrarono verso metà del pomeriggio e si sedettero su una delle panchine del giardino della scuola, Luce si appoggiò allo schienale della panchina e sorrise fra se, e lui le disse:

“Siete così bella quando sorridete Luce”.

“Solo quando sorrido, sono bella?”, gli domandò lei maliziosamente.

“No, voi siete sempre bella, deliziosa, e misteriosa”.

“Misteriosa? Oh ma perché pensate questo?”.

“Il vostro sguardo, sembra guardare sempre oltre a ciò che vede”.

“Non mi ero mai accorta di questo, ma anche voi avete uno sguardo lontano, oggi siete stato sempre molto spiritoso e brillante, ma il vostro sguardo cela una preoccupazione, cosa vi sta tormentando Yaris?”.

“Non so se il caso che vi affligga con i miei tristi pensieri”.

“Vi prego confidatevi”. Lui la guardò un istante incerto, poi le chiese:

“Avete mai avuto la sensazione di essere incompleta, come se vi mancasse una parte di voi stessa?”.

“Sì, fino a qualche anno fa, mi sentivo così, e non ne comprendevo il motivo”.

“Fino a qualche anno fa? Ditemi come avete risolto?”.

“Accettando una parte di me che fino l’ora non conoscevo. Una volta abbracciata quella parte, sono stata completa”.

“Sembra quasi una cosa fisica”.

“Si lo è stata, ma non stavamo parlando di voi?”.

“Avete ragione”.

“Allora coraggio parlate, ditemi perché vi sentite incompleto?”.

“È un po’ complicato, spero di esprimermi bene”.

“Continuate, sono certa che vi spiegherete benissimo”.

“Durante il giorno cerco di fare del mio meglio come insegnate, e di essere sempre cortese gentile e disponibile, con i colleghi e gli alunni, ma ciò nonostante è come se fossi incompleto, come se mi mancasse una parte vitale di me. Poi arriva la notte, e con essa quei maledetti sogni assurdi e incomprensibili. La cosa più assurda è che nei sogni io mi sento completo, come se i sogni fossero davvero la mia vita. Avvolte, mi sento così confuso che …”

Luce cominciava a capire perché il Tardis avesse scelto il suo vero nome da affiancare al cognome che usava quando non voleva rivelare la sua identità. Il processo del cambiamento molecolare era avvenuto, ma il signore del tempo non voleva dimenticare completamente così Tardis aveva rinchiuso i ricordi sotto forma di sogni, e anche il nome con molta probabilità era stata una scelta inconscia del dottore, Luce avrebbe voluto abbracciarlo, ma gli disse:

“Volete parlarmi dei vostri sogni?”.

“A dire il vero non so da che parte cominciare. Penso che forse potrei mostrarvi il diario dei miei sogni”.

“Tenete un diario dei vostri sogni?”.

“Sì, ma forse non siete interessata”.

“Oh no, mostratemelo”.

“D’accordo aspettate qui”. Yaris si allontanò, torno con un libro dalla copertina nera, tornò a sedersi e le disse: <avvertirvi che negli ultimi sogni ci siete anche voi”.

.

“Sì, leggete e guardate”, poi con passo veloce si allontanò.

Luce non aveva bisogno né di leggere né di guardare, lo sfogliò soltanto, disegni meravigliosi anche se alcuni distruttivi. Poi c’erano alcuni disegni riguardanti lei, il suo ritratto di profilo davanti alla finestra, anche in quel ritratto si sentiva un sentimento proprio intenso come in quello all’interno del Tardis Yaris. Luce richiuse il diario, ma mentre tornava vero il suo Tardis dovette fermarsi, chi aveva seguito il dottore sarebbe arrivato nella notte, presto il signore del tempo sarebbe risorto.

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