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Hansel e Gretel fanno indigestione

Fiaba pubblicata da: Martina Vecchi

Forse non tutti sanno ciò che condusse Hansel e Gretel nel bosco quel giorno.

C’è un antefatto di notevole importanza. Quando i figli si sentono trascurati, la colpa sembra sempre dei genitori. Eppure c’è qualcosa di più sottile, di obliquo. Qualcosa che si chiama affetto familiare. O sopravvivenza.

Hansel e Gretel avevano trascorso i primi otto anni della loro vita tra stenti. Il papà Joseph era un taglialegna poverissimo che aveva perduto la moglie quando i bambini avevano sei anni, e si era risposato dopo pochi mesi per poter affiancare ai figli una figura materna, nella speranza che i piccoli non soffrissero troppo per la mancanza della madre.

Antonia la nuova moglie era una donna taciturna, schiva, poco avvezza alle effusioni materne, ma non per questo cattiva. Era ben consapevole che i due fratellini attraversavano una fase della loro vita difficile e molto delicata, erano piccoli e già troppo esperti della vita, necessitavano di un punto di riferimento, di un sostegno, e lei non si sentiva all’altezza.

Voleva bene ai bambini, ma avvertiva dai loro sguardi che la consideravano un’estranea, e mai sarebbe riuscita a colmare il vuoto lasciato dalla morte della mamma naturale.

La situazione economica in cui versava la famiglia, d’altronde, lasciava poco spazio al calore familiare, e contribuiva ad allontanare tra di loro moglie, marito, bambini. Mancava sempre qualcosa, il cibo prima di tutto. Hansel e Gretel crescevano malati e pallidi, e ogni qualvolta entrava del pane in casa, il taglialegna e la moglie se ne privavano per sfamare i bambini. Joseph era sempre più debole, e le forze gli venivano meno di giorno in giorno, tanto che a un certo punto non riuscì più a lavorare, e dovette licenziare il ragazzo che lo aiutava, perché non avrebbe saputo come pagarlo.

– Cosa faremo, papino?- chiedevano tutti i giorni i bambini.

Antonia, al colmo della disperazione, iniziò a darsi da fare, e si improvvisò cuoca, stiratrice, cameriera, lavandaia, per cercare almeno di far curare il marito.

Un giorno, mentre si trovava al fiume a lavare alcuni panni, il signor Kramer, proprietario di un locale di grido, passò di lì. Non poté fare a meno di ascoltare la splendida voce di Antonia.

La donna cantava da sempre, anche quando era bambina. Ultimamente cantava mentre lavava i panni, per distrarsi, e cantava più forte per ricacciare indietro le lacrime che arrivavano a tradimento. Cantava e le sembrava che la vita fosse più facile. Aveva davvero una bella voce, ma non ci aveva mai fatto caso.

Era anche di bell’aspetto: alta, dalla carnagione chiara, occhi scuri e profondi, capelli corvini. Se non fosse stata così povera e avesse avuto il tempo e i soldi per pensare a se stessa, sarebbe stata una bellissima donna.

Ebbene, il signor Kramer rimase colpito da quella lavandaia così diversa dalle altre, e che nonostante fosse vestita di stracci e avesse un fazzoletto in testa, aveva una grazia e un’eleganza che la elevavano al di sopra di tutto e di tutti. Era un piacere osservarla anche solo stendere i panni. Si avvicinò con decisione per rivolgerle la parola.

– Ehm, mi scusi signora, non voglio importunarla- la rassicurò Kramer, avendo visto lo sguardo sospettoso e distaccato della donna- Senta, lei fa la lavandaia di professione? Un lavoro così umile e faticoso per una donna bella come lei, che potrebbe essere una principessa, anzi una regina… Arriviamo al dunque. Ecco, io l’ho udita cantare, e non avevo mai sentito una voce così calda e soave, così emozionante, così…. Perdoni la schiettezza, ma le interesserebbe cantare nel mio locale? Io mi chiamo Kramer, Hermann Kramer. Le lascio il mio biglietto da visita. Non occorre che mi risponda subito, ci pensi su, la prego. La paga è molto buona, il lavoro è serio e non la impegnerebbe più di tanto. Sono sicuro che sarebbe la perla delle serate e che attirerebbe il doppio degli avventori, che già sono numerosi, per mia fortuna…-.

Antonia era stordita e confusa:

– Ma io.. ma io… Non so cosa dirle.. Cantare? Non ci ho mai pensato… Non ho frequentato nessuna scuola di canto.. Io… Non saprei proprio cosa risponderle…-.

– Ci pensi su con calma, non c’è fretta, si prenda il tempo che vuole. Ha il mio indirizzo. Venga a trovarmi quando crede. Arrivederci e buona giornata-.

– Buo…. Buona….- Antonia non riuscì a dire nient’altro. Che intenzioni aveva quell’uomo? Non gli aveva neanche detto il suo nome. Cantare… Che follia.. Eppure. Tuo marito è stanco e privo di forze, i bambini devono crescere sani, giocare, studiare, essere felici, bisogna mandare avanti la casa, e conduci una vita d’inferno. Potresti anche solo andare a vedere. In fondo che ti costa?

Antonia credeva in Dio, e nel destino, e quell’incontro non era stato casuale. Forse la vita avrebbe cominciato a sorriderle. Chissà.

L’indomani Antonia si alzò prestissimo, indossò l’unico vestito buono che aveva, si spazzolò i capelli, lucidò le scarpe, si mise lo scialle di sua madre, quello bianco morbido fatto con l’uncinetto.

Fece un respiro profondo e uscì di casa.

Il locale era situato nel centro della città, ben distante dalla catapecchia in cui viveva Antonia col marito e i bambini. Ci volle un po’ per imboccare la strada giusta. Antonia non era abituata al caos cittadino, e si sentì un po’ spaesata.

Alla fine ecco il locale. Ecco il “Roseblu”. Che nome. “Speriamo non sia chiuso, con tutta la strada che ho fatto”, pensò Antonia, leggermente scoraggiata.

L’esterno era abbastanza insignificante, ma l’interno era magico. La porticina dava su una rampa di scale che scendeva, ricoperta da un pesante tappeto di velluto blu. Alla fine della scala, Antonia si trovò davanti a una pesante tenda anch’essa di velluto blu. La scostò e le si presentò un ambiente enorme e magnifico.

C’era una moltitudine di tavolini rotondi ricoperti da tovaglie blu. Sopra di essi  lampade in stile liberty con paralume in vetro blu, e quattro rose blu in ogni vaso.

In fondo di fronte a lei, Antonia notò  un lungo bancone dietro al quale si ammassava una quantità infinita di bottiglie, moltissimi bicchieri blu e un sacco di altri oggetti che la penombra impediva di vedere. Sulla destra, infine, un palcoscenico di medie dimensioni. Le quinte erano ovviamente tende di velluto blu, come all’entrata. C’era un che di vissuto e coinvolgente in quel locale, che dava ad Antonia la sensazione di esserci già stata. Da una quasi invisibile porticina accanto alla quinta di destra uscì un uomo che si rivelò essere il signor Kramer. Questi aveva un sigaro in bocca e l’aria corrucciata. Non appena vide Antonia si bloccò. Il sigaro gli cadde dalla bocca, sporcando di cenere il pavimento. L’uomo non ci fece caso e si avvicinò lentamente ad Antonia, che rimase ferma non sapendo con quali parole esordire. L’uomo la invitò a sedersi e le offrì un analcolico all’anice. Aveva un sapore delizioso. Antonia non riuscì a trattenere le lacrime, e nel giro di qualche secondo raccontò al signor Kramer tutta la sua vita, marito, bambini, assoluta indigenza. L’uomo parve profondamente colpito, e fu ben lieto di assumere Antonia, che avrebbe potuto cominciare non appena fosse riuscita a imparare un repertorio di canzoni da proporre durante le serate.

– Non si preoccupi per i testi e gli abiti da sera, per adesso le daremo qualcosa noi, almeno fino ai primi guadagni, quando potrà provvedere a se stessa. Venga con me, le presento i miei collaboratori, le ballerine, i costumisti, tutto lo staff, e le spiegherò come funziona-.

Antonia uscì dal locale con le gambe molli. Era contenta, ma anche preoccupata. Cosa avrebbe detto al marito? L’aveva tenuto all’oscuro di tutto. Come avrebbe reagito? Era un tipo così all’antica.. E i bambini?

Con calma, un problema alla volta. Antonia andò a casa.

– Che cosa?!- Joseph era sdraiato sul divano, febbricitante, con la borsa del ghiaccio sulla fronte. Balzò a sedere con la faccia stralunata- Ma ti rendi conto? La cantante al Roseblu? Ti rendi conto? Moglie mia, tu non ragioni. Quell’uomo ti vuole sfruttare! Altro che cantante! È una copertura! Lo sai che fine fanno le ragazze che si presentano come cantanti? Le sguattere all’osteria! È così che vuoi risollevare le sorti della famiglia? Non se ne parla. Assolutamente no. Appena mi sarà scesa la febbre andrò personalmente da questo signor Vattelapesca…-.

– Kramer..- disse Antonia con un filo di voce- Si chiama Kramer-.

– Insomma, vado da questo Kramer e gliene dico quattro. Anzi, ci vado subito. Sto già molto meglio. Al diavolo l’artrite giovanile. Domattina stessa ricomincio a spaccar legna.  Dico a Kurt di tornare a lavorare con me. E tu avrai la vita che meriti. È l’uomo a doversi ammazzare di lavoro, non le signore come te. La cantante, ma come ti viene in mente….-

– Ascolta. Se credi possiamo andare a parlare assieme col signor Kramer. Ma non rinuncerò a quell’impiego. I soldi ci servono. Ha detto che la paga è buona. Lasciami almeno tentare. E poi non si tratta di un’occupazione definitiva. Solo fino a quando ti sarai rimesso, poi potrai spaccare legna finché vuoi e io.. Beh, io arrotonderò di tanto in tanto. Adesso calmati. Ma ti sei visto? Non sei certo nelle condizioni migliori per poter uscire. Pensa ai bambini. Devono mangiare. E studiare. Non impedirmi di fare le mie scelte, siamo una famiglia moderna, no?-

Insomma, a forza di dai e dai Antonia riuscì a convincere il marito, a condizione però di essere accompagnata tutte le sere al locale con bambini al seguito ( “Tu guarda se mi tocca portare i miei figli in quel postaccio per tenerti d’occhio”), di non indossare abiti troppo succinti, e di non truccarsi troppo. E di non dare confidenza ai clienti.

Beh, quello che all’inizio si prospettava come un tentativo disperato di risollevare le sorti della famiglia, l’ultima carta, si rivelò un successo interplanetario. Il locale registrava il tutto esaurito tutti i venerdì e i sabato sera, tanto che Kramer propose alla cantante di esibirsi con più frequenza (nonostante le colorite proteste del povero Joseph). Antonia era diventata famosa, e presto la sua popolarità si estese oltre i confini della città. Alcuni famosi produttori le proposero un contratto e alcune tournée, ma Antonia sentiva che non era fatta per la vita da star. Kramer era addolorato che un così grande talento non fosse interessato al successo, alla fama, ma tutto ciò che voleva veramente Antonia era essere felice con la sua famiglia.  Intanto Joseph si era rimesso in salute e aveva ricominciato a tagliar legna alacremente. Era così efficiente che aveva adesso addirittura due collaboratori, e presto avrebbe messo su un’azienda.

E Hansel e Gretel?

Beh, si dà il caso che i bambini si sentissero trascurati dai genitori. All’inizio cercavano di prendere ottimi voti per attirare l’attenzione del padre. Avevano vinto gare di poesia, si erano iscritti al corso di teatro  della scuola, ma i genitori erano troppo impegnati, chi col canto, chi con la legna, per dar loro retta.

Purtroppo i bambini erano troppo piccoli per capire la premura dei genitori nell’arrabattarsi per dare loro metà della vita che meritavano. Ancora non conoscevano esattamente il valore del lavoro e della fatica. E forse non riuscivano a misurare l’affetto e la preoccupazione dei genitori verso di loro. Soprattutto sottovalutavano Antonia.

Ed è altrettanto difficile per due genitori poveri riuscire a spiegare ai figli il motivo delle loro scelte, spesso contraddittorie con l’amore che provano per loro.

E, a dire la nuda verità, perché bisogna proprio dirla, non è che i due fratellini fossero proprio delle aquile.

Un bel giorno, al ritorno da scuola, i bambini non trovarono nessuno in casa. Joseph era al lavoro, Antonia era ancora fuori per la spesa.

– Ehi, sorellina, che ne dici di farci un giretto nel bosco? Torneremo a casa in tempo per il pranzo- propose Hansel.

– Sembra una buona idea, fratellino- acconsentì Gretel.

I due si incamminarono per il bosco, cogliendo more e mirtilli per la torta che avrebbe preparato Antonia in occasione di una festa cittadina. Si erano inoltrati parecchio, ed era quasi ora di pranzo.

– Ahi ahi, mi sa che si è fatto tardi. Dobbiamo rientrare- disse Gretel.

– Ma io sono stanco. Abbiamo camminato parecchio. Sediamoci cinque minuti sotto quel grande albero, poi riprendiamo la camminata.

I bambini si diressero verso un grande albero pere riposarsi. Nascosta dalla folta vegetazione, c’era una casetta piccola piccola, l’unica di tutto il bosco, della quale i due fratelli non si erano accorti fino a quel momento. Era una casa molto particolare, fatta tutta di marzapane, con le finestre  di zucchero, la porta di biscotto, il tetto di scorza di cioccolato.

– Mmm, sembra deliziosa- Hansel aveva l’acquolina in bocca- Guarda, dal camino esce lo zucchero filato!-.

– E se ne assaggiassimo un pochino?- propose Gretel- in fondo è ora di pranzo.

I due fratelli si misero così a mangiucchiare un po’ della casa, aveva un sapore squisito.

Mangiavano e mangiavano, si fecero fuori la porta, metà per uno. Hansel si pappò da solo un’intera finestra, mentre Gretel era riuscita ad arrampicarsi fin sul tetto, si era seduta a cavalcioni e si era fatta fuori tre tegole e un bel po’ di zucchero filato.

Intanto Antonia era ritornata dalla spesa, carica di borse, e nel vedere la casa deserta si allarmò: i bambini erano sempre puntualissimi e molto obbedienti, avrebbero lasciato sicuramente scritto qualcosa, ma non trovò nessun bigliettino. Pensò subito al peggio. Andò a cercare Joseph al lavoro.

– Si saranno fermati da qualche amichetto, cosa vuoi che sia, sono bambini, lascia che si divertano. Non saranno lontani, stai calma-

In realtà sia Joseph che Antonia erano totalmente ignari di quello che stava accadendo ai bambini nel bosco.

Hansel e Gretel, infatti si erano divorati quasi l’intera casetta, e adesso erano sdraiati agonizzanti sul prato, in preda agli spasmi colitici.

– Aiuto, come faremo, ahi ahi ahi…- si lamentò con un filo di voce Hansel.

– Io voglio la mamma….- piangeva Gretel.

– Io devo andare in bagno…- mugolava Hansel.

La proprietaria della ormai ex casa era una Strega Buona di nome Susina, e si trovava nei dintorni a raccogliere fiori.

Per tutti quelli che hanno sempre pensato che una strega cattiva avesse adescato i bambini con l’inganno, è doveroso chiarire come si svolsero in realtà i fatti.

Susina non era affatto una strega cattiva. Al mondo esistono anche streghe buone.

È pur vero che son rare, ma questo è il caso di una di quelle.

Susina faceva la fruttivendola. Aveva un banco di frutta e verdura al mercato rionale. Per arrotondare sfornava certe torte famose in tutto il paese.

Aveva sentito i lamenti dei bambini e si era precipitata a vedere cosa fosse successo. Trovò i piccoli distesi sull’erba e deliranti.

– Oplà, ecco di nuovo due piccoli stolti che si pappano casa mia. Qui ci vuole una bella magia-

In men che non si dica Susina fece apparire una nuova casa, più grande della precedente, stavolta tutta di mattoni, onde evitare che qualche altro bimbo golosone se la mangiasse tutta.

– E per quel che riguarda voi due bimbetti – disse la Strega Buona – altro che magia. Qui ci vuole una bella tisana bollente digestiva.. e pollo e patate lesse per almeno una settimana!-

Susina si premurò di accogliere i due fratellini presso la sua dimora. I bambini bevvero un bicchierone di tisana e subito il loro pancino smise di fare i capricci.

Si addormentarono per una buona mezz’ora, e quando si svegliarono trovarono la casa circondata da volanti della polizia che avevano setacciato a sirene spiegate la città per tutto quel tempo, alla loro ricerca. Antonia, preoccupata, non aveva potuto fare a meno di rivolgersi alle autorità, mobilitando anche Joseph- Rapiti, li hanno rapiti! Lo sapevo, lo sapevo, che genitori snaturati che siamo, non sappiamo badare ai nostri figli! Disgrazia, sciagura!-.

Joseph era furibondo:- Da quando hai accettato quello stupido lavoro va tutto male! Lo dicevo che dovevi lasciar perdere, adesso sei talmente svampita da scordarti dei bambini!-.

– E tu allora? Con le tue stupide idee retrograde, sei solo geloso perché sono diventata una donna indipendente. Guarda che me ne sono accorta, sai, che da un po’ di tempo torni a casa ubriaco. Ti puzza l’alito e hai il naso rosso…-.

La Strega Buona Susina, placida, cercò di mettere pace tra i due litiganti.

Raccontò l’accaduto in tutta tranquillità, e Antonia fu subito sollevata, e molto grata alla donna di essersi presa cura di Hansel e Gretel.

La strega buona preparò uno dei suoi famosi dolci, quello alla cannella, che sembrò calmare le acque.

Joseph, invece, saltò di nuovo su accusando Susina di essere un’irresponsabile- Ma si rende conto dello spavento che ci siamo presi? Non ha neanche contemplato l’idea che i bambini potessero avere dei genitori?-

Dopo una serie di incomprensioni e di battibecchi, Susina invitò i coniugi e i figli a stemperare la tensione facendo un barbecue in giardino quella sera stessa.

Hansel e Gretel ci misero un po’ a uscire dallo shock e ad afferrare la situazione (d’altronde non erano aquile), ma poi compresero. E tutto sommato furono felici che la situazione si fosse risolta per il meglio.

La sera stessa venne improvvisata una grigliata nel giardino della nuova casa di mattoni di Susina. Il magico profumo sprigionato dalla carne cucinata sapientemente dalla Strega Buona arrivo fino ai nasi più fini del paese, e chiamò gente curiosa. Nel giro di poco si radunò una discreta folla di persone per gustare quelle prelibatezze. Il barbecue diventò un’allegra festa paesana.

Poco tempo dopo le cose migliorarono.

Joseph si rimise in piedi e riacquistò le forze. Riassunse Kurt per aiutarlo a spaccar legna. Gli furono commissionati diversi lavori dal paese, che gli permisero di mantenere la famiglia al cinquanta per cento con Antonia. Che nel frattempo continuava a cantare, riscuotendo un enorme successo. Kramer era entusiasta. Mai il suo locale era stato così affollato.

Antonia ricevette una proposta discografica, che accettò.

Divenne un’artista apprezzata e stimata, e presto partì per il suo primo tour a livello europeo.

La Strega Buona Susina continuava a fare la fruttivendola e a preparare dolci.

Niente la rendeva più soddisfatta.

Joseph si era convinto che fosse tutto merito suo e delle sue magiche leccornie, che addolcivano gli animi e dissipavano i malumori, ristabilendo l’armonia.

E in cuor suo sperava che avrebbe continuato a prepararne ancora per un bel po’.



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