Quando il ponte e le antiche case di Borghetto sul Mincio erano ancora circondati da sentieri poco frequentati e il fiume scorreva quasi indisturbato tra i mulini, si raccontava che nelle sue acque vivesse una ninfa di nome Nerida.
Abitava sotto una vecchia ruota di mulino, in un punto in cui l’acqua passava lenta tra le pietre, le canne e le radici degli alberi. Di giorno nessuno riusciva a vederla. Di notte, invece, quando le case si facevano silenziose e le luci si riflettevano sul fiume, Nerida usciva dal suo rifugio e camminava lungo la riva.
Portava sempre con sé un ago d’argento e un filo sottile, quasi trasparente. Con quel filo cuciva le piccole ferite del luogo. Riparava le crepe nei muri, i nidi caduti, gli strappi tra i rami e perfino i punti in cui il fiume sembrava perdere la sua luce.
Nerida era diventata una ninfa solitaria perché non si fidava più degli esseri umani.
Un tempo aveva creduto che gli abitanti del borgo rispettassero il fiume. Li aveva aiutati durante le piene, aveva guidato i pescatori nella nebbia e aveva insegnato ai bambini a riconoscere le voci dell’acqua. Poi, però, aveva visto gli uomini prendere dal Mincio tutto ciò che desideravano senza mai ringraziarlo. Avevano spezzato i rami, abbandonato rifiuti sulla riva e distrutto il piccolo giardino che Nerida aveva coltivato vicino alla sorgente.
Da quel momento aveva deciso di non mostrarsi più.
Una sera, mentre stava cucendo una crepa nella vecchia ruota del mulino, il filo le si spezzò tra le dita.
Nello stesso istante il Mincio diventò scuro e immobile. Le rane smisero di cantare, le lucciole scomparvero e persino il vento sembrò trattenere il respiro.
Nerida uscì dal suo rifugio e vide una creatura accovacciata tra le canne. Aveva il corpo coperto di piccole squame, le zampe sottili e due corna che sembravano rami secchi.
La ninfa pensò che fosse la causa di tutto e gli ordinò di andarsene.
La creatura, però, spiegò di non voler fare del male a nessuno. Disse di chiamarsi Moro e raccontò di essere stato, un tempo, il custode del fiume. Aveva protetto le acque e ricordato ogni storia del borgo, ma col passare degli anni nessuno aveva più pronunciato il suo nome. Quando anche l’ultima persona lo aveva dimenticato, Moro aveva perso la propria forma e il Mincio aveva cominciato a perdere la propria memoria.
Nerida rimase sospettosa. Aveva imparato che le parole degli uomini e delle creature potevano essere ingannevoli. Tuttavia Moro non le sembrava cattivo. Le pareva soltanto triste, come una creatura rimasta troppo a lungo senza essere ricordata.
La ninfa comprese che non sarebbe bastato ricucire il fiume con il suo ago. Prima bisognava ricucire una storia.
Per questo chiamò una bambina che abitava vicino al ponte. La bambina era solita raccogliere fili colorati e legarli ai rami, perché diceva che in quel modo gli alberi non si sarebbero sentiti soli.
Nerida le chiese di raccontare che cosa amasse di Borghetto.
La bambina parlò delle ruote dei mulini, delle case affacciate sull’acqua, delle pietre del ponte e delle sere d’estate in cui il paese sembrava uscito da una fiaba antica. Disse che, quando guardava il Mincio, aveva l’impressione che il fiume ricordasse tutto: i passi degli abitanti, le voci dei bambini e perfino i sogni di chi si fermava sulla riva.
Moro ascoltò in silenzio.
Quando la bambina ebbe terminato, la creatura alzò il capo e disse che il suo nome era davvero Moro e che, un tempo, era stato il custode delle acque e della memoria.
Il nome si diffuse sul fiume.
Le ruote dei mulini ripresero lentamente a girare, l’acqua tornò limpida e le lucciole riapparvero tra le canne. Il ponte smise di scricchiolare e il vento ricominciò a passare tra le foglie.
Nerida raccolse il filo spezzato e lo unì a un piccolo filo rosso che la bambina portava al polso. Il filo non tornò identico a prima, ma il nodo lo rese più resistente.
La ninfa capì allora che non tutto ciò che veniva dagli esseri umani era distruzione. Qualcuno poteva ancora ascoltare, ricordare e prendersi cura delle cose fragili.
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