05Mar
2013
celestino-mingherlino-omino-tempo

Celestino Mingherlino e l’omino del Tempo

Fiaba di: Martina Vecchi

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

Già da una settimana sul bosco cadeva una pioggerella incessante e malata, di quelle che impregnano l’aria di umido, un umidiccio fastidioso che ti si insinua nelle ossa e ti fa venire tutti gli acciacchi.

Celestino Mingherlino si sentiva così, stanco, malaticcio e acciaccato.

Era un po’ preoccupato, lui sempre così arzillo e allegro e scattante, si ritrovava col mal di schiena e con uno strano umore sospeso tra la pigrizia e la noia: cominciava le cose e le lasciava a metà, andava alla finestra, andava a fare la pipì, tornava in salotto, si sedeva, si alzava, intrappolato in un’impazienza che non esplodeva in nulla di creativo.

Le settimane successive fu anche peggio: la pioggia si alternava ad acquazzoni violenti, con certi fulminacci e certi tuoni che ti facevano sobbalzare da sotto uno spesso strato di coperte, proprio mentre eri lì lì per cascare nel sonno.

Accadde che Celestino cascò dal letto, invece, e si prese una paura blu.

Pioveva a dirotto, e Celestino era di pessimo umore. Triste, mogio, infastidito.

“Mi preparo una camomilla calda”, pensò “anzi no, una tazza di latte col miele, a vedere se mi addolcisco un po’….”.

E si era seduto nella sua solita enorme poltrona, coi gatti che sonnecchiavano acciambellati ai suoi piedi, il canarino Clo che becchettava un osso di seppia, il fuoco scoppiettante nel camino.

Ma qualcosa molestava la quiete domestica: uno spiffero gelido soffiava da sotto la porta, con un sibilo sinistro.

Celestino andò a rovistare nel ripostiglio alla ricerca di qualcosa per turare la fessura. Ne uscì con uno strano serpentello di stoffa imbottito, che l’omino applicò proprio in fondo alla pesante porta di legno. Niente più spiffero, niente più fischio.

“Meno male”, pensò Celestino.

E intanto, prima di sedersi di nuovo in poltrona, andò in cucina a prendere dei biscotti caserecci al cacao, i suoi preferiti, quelli per le emergenze, le rare volte in cui Celestino si sentiva giù.

Il barattolo era pieno: Celestino se lo portò in salotto, davanti al camino, e cominciò a sgranocchiare, e a fare la zuppetta nel latte col miele.

Meno di due minuti dopo  si era appisolato, ma un PLIN lo fece sobbalzare.

Un gelido plin plin sulla fronte. Un plin sulla coda di Nuvola che rizzò il pelo e le orecchie e con un MIAO! schizzò via.

“Ma cosa…” Celestino alzò il naso e vide un bel buco nel tetto. Nel SUO tetto sopra la SUA casina, che aveva costruito personalmente, tutta da solo.

“Uffa…” pensò, sconsolato.

E rialzati, e ritorna nel ripostiglio, e rovista.

Un ombrellone da spiaggia vecchissimo e colorato, che Celestino aveva usato una volta sola per andare al mare, la prima e unica nella sua vita. Si era ustionato, gli erano venute delle strane bolle sulla faccia, gli era entrata la sabbia dappertutto…

“Mai più”, aveva pensato. E così al mare ci era tornato solo un paio di volte in inverno, a fare lunghe passeggiate ben imbacuccato nella giacca a vento. In realtà preferiva la montagna.

Chi avrebbe mai detto che quell’ombrellone sarebbe tornato utile in simili circostanze.

“Speriamo che le tarme non abbiano mangiucchiato la tela…”.

Impossibile: le tarme e i tarli avevano troppa paura dell’ordine e della pulizia di Celestino, per fargli visita.

Celestino prese una scala a pioli, l’appoggiò al muro e, imbracciato l’ombrellone, salì fino al sottotetto.

Sulla superficie dell’ombrellone stese un’ampia cerata impermeabile, che fissò con alcuni mollettoni, dopo di che inserì l’ombrello nel buco e lo aprì: funzionava. Per sicurezza sistemò sul pavimento, in corrispondenza del buco, una grande bacinella, sai mai che l’ombrellone non tenesse.

Celestino ebbe comunque un sonno discontinuo e agitato, popolato da incubi in cui il tetto crollava e la casina si inondava d’acqua.

Si svegliò alle 6.30 di un mattino, indovinate un po’, piovoso.

Celestino si sfregò gli occhi e mise a fuoco l’immagine che gli si presentava ogni giorno, da ormai qualche settimana.

Una fitta coltre di nuvoloni grigiastri lasciava intravvedere un celo petrolio.

Celestino allungò un braccio fino al comodino e accese la sua radiolina portatile, che sintonizzò sulla solita frequenza.

La signorina Nuvolari, la meteorologa del bosco, aveva già cominciato a dare le previsioni.

Celestino sorrise nell’immaginarsela. Alta alta, secca secca, con un naso lungo e appuntito, dei capelli rossicci e striminziti e quegli improbabili enormi fiocchi che si metteva in testa, e gli orecchini a forma di palla. E gli inconfondibili occhiali a farfalla.

La voce nasale della Nuvolari tradiva un nota di apprensione.

Il bollettino non era buono:

-Ancora pioggia su tutto il bosco e il paese, ehm ehm- si era schiarita la voce- è stato dichiarato lo stato di emergenza, si temono esondazioni, frane, allagamenti. L’assessore si è mobilitato per prendere le adeguate precauzioni. La protezione civile è stata avvertita.  Intanto si invitano gli abitanti a evitare escursioni nei boschi, a uscire solo se necessario, muniti di stivali, impermeabile, ombrello…-

Celestino spense la radio, amareggiato.

Era tappato in casa da settimane. Non ne poteva più si faceva portare la spesa a casa e aveva a malincuore dovuto rinunciare alle sue solite passeggiate, alla tanto attesa escursione per funghi, alla raccolta dei marroni. Avrebbe voluto fare le caldarroste per quel fine settimana, e preparare risotto di zucca e fiori di zucca fritti, come ogni autunno, per la consueta tavolata con gli amici. E invece niente. Uffa.

Celestino si alzò e indossò subito la vestaglia. In cucina, fece colazione controvoglia.

Chiamò Luciano, a letto col raffreddore. Telefonò a Vinicio, quasi afono e con la febbre.

“Tutti ammalati”, si dispiacque Celestino.

Si preparò un beverone multivitaminico, per scongiurare il pericolo del raffreddore, e si sedette a tavola a pensare.

Un’idea ce l’aveva.

Un’ideuzza che gli si era accesa già da qualche giorno. Celestino si era preso del tempo per meditare, deciso a mettere in pratica il suo proposito.

Eh, non c’è niente da fare, Celestino ha i nervi saldi come l’acciaio, la testa dura come il marmo.

Spalancò l’armadio e ne tirò fuori, in ordine. Un maglione a collo alto (anzi, a collo roulé, come amava precisare) color verde petrolio; pantaloni da montagna, idrorepellenti; scarponi pesantissimi da scalata; giubbottone imbottito; berrettone di lana, che sostituì la sua solita cuffiona lunga col pon pon; sciarpa.

Si vestì con metodo e precisione, e si preparò a uscire.

– Andiamo a trovare l’Omino del Tempo -, si disse.

Pioveva ininterrottamente da ormai tre settimane: il sindaco e l’assessore, il bosco, il paese, i meteorologi erano molto preoccupati, e avevano contattato l’Omino del Tempo per avere spiegazioni. In fin dei conti era lui il responsabile di tutto.

Il sindaco era molto preoccupato.- Forse l’Omino del Tempo è arrabbiato, ce l’ha con noi, e ci sta punendo. Ma perché? Cosa abbiamo fatto? Siamo degli onesti cittadini, noi…-

L’Omino del Tempo però non si trovava, non rispondeva alle telefonate, né ai fax, nemmeno alle mail.

La notizia più sconvolgente, però, l’aveva comunicata alla radio e sul canale satellitare la signorina Nuvolari:- Edizione speciale, abbiamo notizie dell’ultima ora dai nostri inviati alla Torre di Controllo del Tempo: pare che l’Omino del Tempo sia in sciopero, le porte della sede base sono sprangate, e un video amatoriale realizzato col cellulare avrebbe addirittura ripreso un grosso cartello con la scritta “sciopero”. Si attendono maggiori dettagli…-.

Celestino aveva spento la radio, furibondo.

Aveva un conto in sospeso con l’omino del Tempo, da alcuni anni: Celestino l’aveva praticamente salvato dal linciaggio dopo che lui aveva scatenato senza pietà un’alluvione nelle vicine campagne, causando danni gravissimi all’agricoltura e alle abitazioni dei contadini. “A buon rendere”, gli aveva detto l’Omino del Tempo.

Celestino era deciso a dirgliene quattro in faccia, e non sarebbero stati certo i malumori dell’Omino, a spaventarlo.

Celestino uscì, diretto verso il Monte Alto.

La Torre di Controllo del Tempo si trovava proprio sulla sommità.

L’Omino del Tempo poteva godere di un’ottima visuale, e svolgere il suo lavoro con regolarità.

La sua casa era proprio adiacente alla stazione tempo base, una casa piccolina e funzionale, da cui tenere monitorato il tempo anche nei giorni festivi.

Celestino faticò non poco a salire fino in cima, malgrado il percorso facilitato nuovissimo, realizzato da appena sei mesi per favorire il tragitto degli escursionisti, e semplificare i contatti tra l’omino del Tempo e le autorità competenti.

Celestino però si portò fino in cima.

Per prima cosa fece il giro della stazione base. Deserta. I comandi sembravano impazziti. Lo schermo al plasma non dava segnali. Il Grafico del Tempo era in picchiata verso il basso.

La poltrona di postazione dell’Omino era vuota. Naturalmente, dell’Omino del Tempo neanche l’ombra.

E c’era anche il famoso cartello con scritto “sciopero”, appeso ai battenti della porta dell’ingresso principale.

“Qui gatta ci cova”, pensò Celestino.

Arrivò fino alla piccola casa dell’Omino.

Persiane chiuse.

Celestino bussò.

Niente.

Bussò ancora.

Ancora niente.

Celestino cominciava a spazientirsi.

Bussò con più vigore:- Virginio, sono Celestino!-.

Nulla.

-Virginio, apri, lo so che sei lì!-

Dei passetti leggeri sempre più vicini. La chiave girò nella serratura. Una fessura si aprì.

Un omino stilizzato, dal colore indefinibile, fece capolino: – Celestino, ma sei tu! –

– E chi vuoi che sia, perdindirindina?! Dì un po’, mi prendi in giro? –

Virginio è l’Omino del Tempo. Sarebbe difficile descriverlo, perché è trasparente, ma si vede: più che trasparente ha una strana colorazione azzurrina molto tenue, un po’ rosata, si ha come la sensazione di trovarsi di fronte a uno specchio brillante. Ebbene, questo è Virginio.

Celestino notò ai suoi piedi uno strano paio di scarpe:- Beh, che pagliacciata è questa? Dico, ma hai una vaga idea del putiferio che hai scatenato qua fuori?-

– Ehm, entra, dai, ti posso spiegare…- rispose timidamente Virginio.

Una volta in casa, Celestino notò che l’Omino del Tempo aveva spostato tutti i mobili contro al muro, creando un ampio spazio al centro.

– Vedi- cominciò Virginio- sono troppo impegnato con le prove, per occuparmi del tempo… Ma scusa, non c’è nessuno che possa sostituirmi?-

– Prove? E prove di che cosa ?- chiese Celestino.

– Di tip tap! Tra meno di una settimana ho la gara! Se quest’anno non la vinco, perdo il primato di Miglior Ballerino di Tutti i Tempi!-

Celestino si sentì improvvisamente molto confuso. Ebbe un capogiro, e dovette sedersi.

“Una gara di ballo…”, pensò, stranito.

-Ma… Ma.. Non ne ha mai saputo nulla nessuno!- esclamò, contrariato- e ti sembra il caso di abbandonare tutto per una gara di ballo?!-

-Ma non è una semplice gara, accidenti! Parteciperanno ballerini da tutto il mondo! Devo assolutamente vincerla!-

-E noi come facciamo? Diluvia da settimane, nessuno esce più di casa, sono tutti ammalati, credi di poterti comportare così?  Se non fai qualcosa subito verrà un’alluvione!-

Virginio si dispiacque della costernazione di Celestino, in fondo aveva ragione: da settimane era tappato in casa a provare, e si era completamente dimenticato del suo lavoro: nemmeno si era accorto del temporale che infuriava là fuori.

– Facciamo così – provò a contrattare – Io sistemo la questione, a patto di potermi prendere qualche giorno di permesso per poter partecipare alla gara: in fin dei conti ho sempre lavorato con la massima efficienza, e non mi si può certo rimproverare di essermi tirato indietro: ti ricorderai, vero, di quell’uragano nei Caraibi, sei anni fa…-

– Va bene, va bene, ma non provare a impietosirmi. E poi non è a me che le devi chiedere, le ferie, ma ai tuoi superiori: speriamo non siano troppo arrabbiati, altrimenti addio gara, e ti dovrai arrangiare! – lo sgridò Celestino.

Ma poiché non riusciva a rimanere arrabbiato per più di cinque minuti, finì col chiedere a Virginio un saggio della sua bravura.

L’Omino del Tempo eseguì una successione di passi, con quel toc toc sul pavimento, e Celestino si divertì un mondo.

Nei giorni seguenti, Celestino dovette intercedere per Virginio: era sempre lui, pur così mingherlino, a essere sempre coraggioso e onesto.

Fu concesso a Virginio qualche giorno di permesso per potersi allenare e partecipare alla gara, ma il sindaco volle un posto in prima fila per godersi lo spettacolo.

Un mattino di novembre, Celestino si svegliò e notò subito qualcosa di nuovo: non aveva ancora sentito il rumore della pioggia che scrosciava sul bosco. Scattò in piedi e si precipitò alla finestra: un mattino sereno e sgombro di nuvole dava il buongiorno a tutti gli abitanti.

Celestino accese la sua radiolina, e già la vocetta della signorina Nuvolari annunciava cinguettando che: “Finalmente torna il bel tempo: dopo quasi un mese di acquazzoni l’omino del Tempo ha salvato tutti noi dal rischio alluvioni. Gli facciamo un grosso in bocca al lupo per la sua gara di ballo”!

Celestino si vestì e si recò alla Sala da Ballo in paese, per sedersi in prima fila accanto al sindaco e gustarsi un brillante spettacolo di salti e piroette.

Uno scroscio di applausi salutò Virginio come il vincitore, e una grossa coppa fu il premio per tanto impegno.

Commenta la fiaba



Altre fiabe che potrebbero piacerti