30Mag
2016

Il paese delle aquile dorate: l’uovo ritrovato

Fiaba di: Milu87

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La fiaba

Gli zoccoli del suo destriero nero calpestavano la terra inaridita e qualche ciuffetto di erba gialla ricopriva di tanto in tanto quella landa desolata. L’armatura d’argento scintillava sotto il sole cocente di giugno.

Il cavaliere fermò di colpo il suo cammino, smontò da cavallo e si tolse l’elmo divenuto pesante come piombo. Girò su se stesso per qualche minuto.

Era quello, allora, il paese delle aquile dorate che suo nonno diceva fosse stato distrutto da un temibile mostro.

Le mura che circondavano l’ antica città erano intatte, alte ed imponenti. Ancora lì, nonostante il tempo trascorso. Suo nonno, quando era bambino, gli raccontava di uno splendido regno al sud della capitale dove fate e folletti vivevano in armonia con gli umani.

Avevano, insieme, costruito palazzi di vetro e costruzioni in pietre magiche provenienti da un luogo chiamato “ la valle delle pagine perdute”.

Si narrava che un giorno, l’arrogante figlio del re, avesse rubato un uovo nascosto sotto le acque di un lago.

Il re, suo padre, in cambio del valoroso gesto consegnò nelle sue mani il regno ma nel giorno della proclamazione le porte si erano spalancate e un mostro verde, strisciando ai loro piedi, aveva con le sue grandi fauci, detto:

“ Trasformerò ogni volto del regno in una maschera e resterete immobilizzati in questo luogo in eterno, finché un cavaliere lontano verrà a liberarvi. Questa è la punizione che vi spetta per avermi rubato l’ultimo uovo di aquila dorata che o custodivo nelle mie terre.”

Così dicendo andò via, lasciando nel silenzio quelle maschere in preda al terrore.

Nessun volto era più riconoscibile e tutti vagavano come se non avessero più casa.

Il mostro verde non aveva tralasciato alcun dettaglio; il cavaliere prescelto non avrebbe da subito riconosciuto la città perduta. Sole le mura sarebbero state visibili a tutti.

Bandì dal luogo ogni essere magico, tranne il più giovane dei folletti, Flock.

Solo se avesse saputo riconoscere il cavaliere e lo avesse aiutato nelle prove che avrebbe dovuto affrontare, l’incantesimo si sarebbe spezzato e le aquile sarebbero ritornate a volare alte nei cieli riportando il regno agli antichi splendori.

Flock aveva visto molti cavalieri che si erano avventurati in quelle terre, tentare di sfondare le mura ma al tocco della pietra le loro dita venivano immediatamente trasformate in ghiaccio e così i loro corpi, che, al sole, evaporavano nel giro di qualche ora.

La storia dei cavalieri scomparsi nel nulla arrivò all’orecchio di svariati principi che nel tentativo di risolvere il mistero inviavano i loro migliori cavalieri sul luogo del misfatto ma nessuno di questi vi faceva più ritorno.

Quella mattina, però, nell’aria c’era qualcosa che suggeriva a Flock che il momento era arrivato e che quello strano ragazzo dai capelli ricci, con i modi buffi che avanzava in groppa al suo cavallo nero, era il cavaliere che stava attendendo da anni.

Si chiese quale sarebbe stata la prima prova da superare ma quando vide il giovane ruzzolare in terra dopo essere inciampato su una pietra, rimase ancora un po’ ad osservarlo perplesso.

Si domandò se davvero potesse essere lui il cavaliere prescelto.

Nonostante i dubbi sentiva che il vento era cambiato e quello poteva significare solo una cosa:  quel giovane e goffo cavaliere era destinato a salvare il popolo imprigionato.

Flock si avvicinò con timore, non aveva idea di come potesse reagire alla sua vista, figuriamoci nell’ascoltare il suono della sua voce.

Si arrampicò a fatica aggrappandosi alla coda del destriero e messosi in piedi alzandosi sulle punte gridò al cavaliere, con tutto il fiato che aveva nei piccolissimi polmoni:

“ Salve cavaliere!”

Ma il giovane restò seduto in terra, scostando dal volto assonnato i riccioli ribelli.

Flock riprese ad urlare senza però avere un cenno dal ragazzo se non un grande sbadiglio rumoroso.

Così, aiutandosi con uno spesso e resistenze filo d’erba,  gli si lanciò addosso planandogli dritto sul viso.

Il giovane aveva appena chiuso gli occhi e stava sonnecchiando a bocca aperta quando Flock, a cavalcioni sul suo naso, gli tirò uno schiaffo con tutta la forza che aveva.

Al giovane, quello, sembrò più il fastidioso pizzicotto di una mosca un po’ troppo dispettosa ma aprì un occhio per scacciarla via.

Alla vista del piccolo folletto strabuzzò gli occhi e iniziò a correre giù per la vallata, finché calmatosi prese coraggio e, ben nascosto, dietro un masso, gli chiese chi fosse e cosa volesse da lui.

Fu così che Flock iniziò a narrargli la storia del popolo, del mostro e delle tre prove che avrebbe dovuto affrontare per liberarlo.

Pepe, questo era il nome del cavaliere, non si sentiva all’altezza di tale compito.

Lui era un semplice ragazzo di campagna, nominato cavaliere e messo in cammino alla ricerca di questo luogo poiché tutti i giovani del regno da cui proveniva erano spariti.

Non aveva ricchezze, né sapeva maneggiare la spada, l’unico possedimento era quel cavallo avuto in eredità da suo nonno e la piccola casetta di campagna a cui voleva presto far ritorno.

Flock pensò che la prima prova doveva essere quella.

Pepe non avrebbe potuto affrontare il muro magico se non avesse iniziato a credere che lui era il cavaliere predestinato.

Lo condusse, quindi, per primo alla fonte del lago Minerva, nella Valle delle pagine perdute, lì dove negli abissi era addormentato il mostro verde.

La fonte benediva i puri di cuore e Flock era sicuro che Pepe ne possedesse uno purissimo.

Giunti sul luogo gli disse di bere e gli mentì dicendo che grazie a quell’acqua avrebbe avuto la forza e il coraggio necessari per superare il muro.

Pepe bevve e tornati indietro, sicuro di essere protetto dall’acqua miracolosa, toccò con coraggio le mura che si aprirono finalmente davanti ai loro occhi.

Al di là del muro, tutto era rimasto intatto.

Gli uomini del regno vagavano senza meta girando in circolo, intrappolati nelle loro maschere bianche.

Pepe e Flock si aggiravano incerti per le strade della città, dovevano affrettarsi a cercare l’uovo che era stato rubato al mostro ma non potevano chiedere ad alcuna di quelle maschere senza espressione.

Si chiesero dove l’avessero potuto nascondere prima del maleficio e d’un tratto la loro attenzione venne attratta da uno strano albero.

Il tronco era piegato all’indietro e vi era scolpita una forma femminile con le braccia a formare rami e fronde.

Si avvicinarono ad esso. La sua superficie era liscia e battendo il palmo avvertirono il vuoto. Era dunque cavo e al suo interno, Pepe, vide l’uovo sbucare da uno scrigno dorato. Lo raccolse delicatamente e lo custodì in una coperta di lana rossa che ripose dentro la sacca di cuoio che portava a tracolla.

 

Di corsa, in groppa al destriero, i due raggiunsero nuovamente la valle delle pagine perdute. Svegliare il mostro sarebbe stata l’ultima prova da affrontare.

Sul fondo della fonte Minerva, Pepe, aveva notato un’iscrizione. Le parole citavano:

“ Se il mostro verde dovrai svegliare, le pagine perdute mi dovrai riconsegnare.”

Flock guardò Pepe negli occhi, il popolo avrebbe dovuto aspettare per essere liberato.

Ora dovevano concentrarsi nel ritrovamento delle pagine perse.

Restarono qualche minuto in silenzio. Da dove avrebbero iniziato?! Nessun indizio, al momento, era nelle loro mani.

Risalirono in groppa al destriero e si rimisero in viaggio verso una meta ancora sconosciuta.

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