02Giu
2012
lupus-agnus

Lupus et agnus

Fiaba di: marco.ernst

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La fiaba

Superior stabat lupus, inferior agnus”, così iniziava la favola originale di Fedro, ma, da quando furono scritte queste parole, sono passati oltre due millenni, anzi, quasi tre.

Oggi, invece, dopo l’estinzione dell’uomo, gli animali ne hanno preso il posto e, forse, i difetti: parlano, hanno sviluppato il pensiero e ne ripropongono la società.

Questa repentina estinzione di colui al quale l’Entità Suprema aveva dato le chiavi del regno della terra, ha lasciato anche un po’ spiazzata la natura stessa, che non ha saputo adeguare con altrettanta velocità i meccanismi evolutivi.

Così gli animali non sono ancora perfezionati in tutti i particolari della loro anatomia.

Ad esempio non tutti hanno ancora sviluppato la stazione eretta, e neppure il pollice opponibile, indispensabile per l’uso di molti attrezzi e per impugnare semplici, ma indispensabili strumenti, come quelli per la scrittura.

Gli animali, dunque, parlano, ragionano come facevano un tempo, non si sa quanto lontano, gli uomini e lavorano studiano e frequentano scuole, ma fra mille difficoltà.

I più evoluti mentalmente hanno sviluppato una memoria eccezionale, altri tentano di scrivere usando strumenti tenuti fra i denti, ma mancano comunque i libri, che sono la memoria di una popolazione.

Il mondo è abbastanza caotico e, spesso, gli animali hanno delle regressioni evolutive.

I maiali, ad esempio, non rinunciano a sporcarsi e sono poco propensi alla pulizia, cosicché, nelle comunità, essi vengono evitati ed isolati per l’odore che emanano.

Coloro che, ai vecchi tempi, erano classificati come predatori, sovente devono soffocare l’istinto di sbranare gli animali che essi ritengono inferiori a loro, o comunque creati colo per sfamarli, per cui vengono tenuti isolati per non indurli in tentazione.

Il discorso, però, non vale quasi mai per i cuccioli: loro sono quelli su cui l’evoluzione ha meglio agito; loro sono scevri da cattiveria, prepotenza e protervia, sempre che questi difetti di origine umana (che siano gli indispensabili effetti collaterali dell’evoluzione?), non vengano loro inculcati dai genitori.

In una piccola scuola elementare di campagna, come spesso succede, c’era un’unica classe mista, frequentata da tutti coloro che, un tempo, erano gli animali dell’aia; ci sono pulcini, i più simpatici e indifesi, ma amati da tutti per la loro tenerezza.

Poi ci sono i vispi, simpatici e un po’ monelli coniglietti, sempre in movimento, quindi ochette e gallinelle che non stanno mai zitte e che i maestri sono costantemente costretti a richiamare e, ancora, porcellini (seduti negli ultimi banchi per il loro odore), agnelli e, perfino, un giovane lupetto di nome Pippo (un lupo vero, non un cane lupo).

A fare loro da insegnanti, una serie di grandi animali adulti, alcuni dei quali ricordavano, o direttamente o tramite i racconti dei loro avi, i vecchi tempi.

Il preside è un anziano asino, l’agile cavallo insegna educazione fisica, il gallo le materie scientifiche, mentre una chioccia e una mucca si dividono grammatica, storia e geografia.

Un piccione viaggiatore insegna lingue straniere, poiché, nella sua qualità di viaggiatore, è quello che più ha girato il mondo.

E poi, ancora, il pavone dà lezioni di portamento, il castoro di educazione tecnica e via dicendo.

Come detto, i cuccioli vivono in armonia e amicizia ed hanno imparato in fretta a non discriminarsi per la loro specie.

Così le giornate nella scuola di campagna procedono in armonia, i piccoli imparano, si evolvono e si preparano, a loro volta, ad istruire quelli che saranno i loro discendenti.

Tutto va bene, ma andrebbe meglio se non ci fosse Pippo o meglio, se il lupetto non avesse un padre che gli racconta dei vecchi tempi, quelli del padre di suo padre, quando i lupi non dovevano cibarsi di grano e carote, ma davano la caccia agli animali più deboli ed insulsi, creati solo per questo scopo.

In particolare papà lupo gli racconta di quando i suoi avi decimavano le greggi di pecore e assaporavano la carne tenera e dolce degli agnelli.

Così l’inconsapevole Pippo cresce con quell’idea fissa che l’agnello Gabriele sia un essere inferiore e che dovrebbe, per lo meno, temerlo, visto che lui non lo vuole sbranare, anche perché oramai è vegetariano e non lo attira l’dea di mangiare un suo compagno di classe.

Ma tormentarlo con ogni tipo di prepotenza, quello sì, perché è così che deve andare, perché gli agnelli sono una razza inferiore ai lupi e, se non si fanno mangiare, si facciano almeno tormentare un poco.

Così Pippo iniziò a prendere di mira Gabriele, a rubargli le merendine, nascondergli le sue cose, fargli dispetti d’ogni genere, quali sgambetti, come inzaccherarlo lanciandogli il fango dell’aia usando le zampe posteriori, per poi farsi grasse risate allo spettacolo del candido agnellino lordo di fango, con quella sua vocetta stridula da adolescente non ancora maturo. Il piccolo agnello sopportava in silenzio, qualche volta piangendo, perché nella sua natura sopravviveva ancora la sopportazione. Però c’era l’evoluzione che gli diceva che tutto ciò non era giusto, che avrebbe dovuto ribellarsi perché nessuno ha diritto di fare prepotenze sull’altro. Così Gabriele si decise ad andare a lezione di difesa personale in una scuola gestita da ex cani e galli da combattimento.

In pochi mesi imparò judo, karate, kick boxing ed era pronto a non farsi più insultare e sbeffeggiare da Pippo il lupetto. Venne il giorno della gita scolastica; gli animaletti andarono alla sorgente del ruscello che passava presso la fattoria e qui si divertivano un mondo facendo capriole, giocando a nascondino e facendo colazione al sacco.

Ad un certo punto Pippo e Gabriele si allontanarono per andare a bere.

Il lupo a monte, l’agnello a valle.

Ehi, stupido animale – disse Pippo – non vedi che mi sporchi l’acqua che sto bevendo? Vattene subito via dal mio ruscello”. Rispose l’agnello: “Ma come faccio a sporcare l’acqua, se questa passa prima da te? E poi il ruscello non è tuo, ma di tutti”. “Questo lo dici tu! Noi lupi siamo esseri superiori, tu m’inquini l’acqua ed ora ti do una lezione!”. Detto fatto Pippo s’avventò su Gabriele che, però, invece di fuggire, lo attese a pié fermo e, quando questo fu a tiro, gli diede una sonora lezione usando le tecniche delle arti marziali che aveva imparato. Il lupo, pesto e ammaccato, imparò l’antifona: i tempi erano definitivamente cambiati e mai più i deboli si sarebbero fatti mettere sotto dai prepotenti.

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