13Mar
2011
3bambine

Il profumo dell’inverno

Fiaba di: Mina

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La fiaba

C’erano una volta, tanti e tanti anni fa, tre bambine. Erano tre sorelline che si volevano molto bene e abitavano, con la loro famiglia: papà, mamma e nonna, in una vecchia casa nel cuore di una piccola e graziosa città.

Era una casa a tre piani che stava su perché si appoggiava alle altre case vicine che, come lei, erano piene di acciacchi. Erano delle vecchie, nobili signore un po’ decadute e senza possibilità di restauro per quell’epoca. I muri erano scoloriti, scrostati, un po’ rigonfi per l’umidità che veniva dai pluviali rotti. Le finestre con le griglie screpolate, non sempre chiudevano e per di più bisognava usare molta prudenza perché un colpo più forte avrebbe potuto scardinarle.

Ogni piano aveva tre finestre che si aprivano sulla via e una era finta, non si sa perché.

L’ingresso del vecchio stabile era una piccola porticina che dava su un lungo e stretto corridoio di mattonelle bianche e nere dal quale si dipartivano le scale. C’era nel corridoio un caratteristico odore stagnante a causa del retrobottega dell’oste e del formaggiaio. In fondo all’angusto corridoio, dietro ad una cancellata perennemente chiusa, vi era un cortiletto infossato nei muri delle case adiacenti. Quel cortile racchiudeva i sogni di libertà di quelle bambine, costrette a guardare dall’alto uno spazio a loro sempre negato.

 

Salita la prima rampa di scale, c’erano le cassette della posta, una diversa dall’altra, secondo il gusto dei proprietari. Al lato, una finestrucola con la grata di ferro e la rete metallica grasse di polvere, lasciava intravedere gli avventori dell’oste che vociavano fra fumo, carte e vino.

Le tre bambine, nonostante il severo veto, si soffermavano curiose a guardare giù dalla finestrella, ma bastava un piccolo rumore per farle scappare impaurite.

Al primo piano abitava una famiglia. Padre, madre e due bambine. Il genitore intollerante a qualsiasi rumore, austero e proiettato solo nella sua volontà di diplomarsi studiando al chiarore di una minuscola lampadina sulle scale, mal sopportava il passaggio delle persone e ancor più delle bambine. Al contrario sua moglie, svampita ed aerea, era gentile ma sottomessa e costantemente esausta per l’impegno di accudire le sue figlie.

Le tre sorelline, quando passavano davanti alla loro porta dovevano praticamente volare per non svegliare gli adorati angioletti.

Attraversato il pianerottolo del primo piano e salite altre due rampe di scale sconnesse, eccoci al secondo piano. Qui abitava una colta famiglia. Colta perché due dei componenti, ragionieri in banca lo erano già. Uno, padre di una stupidissima bambina viziata che per fortuna studiava altrove; l’altro, scapolo, era gentile e distaccato. Non altrettanto gentile era la sorella pellicciaia, che sfruttava le tre bambine come se fossero state dei manichini sui quali mettere in prova le sue creazioni pelose.

La signora , sposata e senza figli, aveva invece un marito che contava poco perché non era ragioniere; lui lavorava in fabbrica.

Per questa signora acida e insofferente, i piedini delle bambine sul pavimento erano sempre troppo rumorosi per le sue orecchie delicate; le voci sulle scale troppo alte e stridule, tali da impedire i suoi nevrotici riposini pomeridiani. Pertanto era diventata il bersaglio degli scherzi delle due bambine più grandi che, stanche di essere sgridate da tutti (familiari e vicini) e aiutate dall’amica del cuore, si vendicavano come potevano. A metà dell’ultima rampa di scale, proprio in corrispondenza della finestrucola dell’oste, c’era la grande finestra della cucina della signora Le bambine si appostavano in silenzio e spiavano……Se nessuno era in casa, poteva così succedere che sparissero le foglioline gustosissime di una pianta grassa che la signora curava con tanto amore, ma senza successo; oppure che sulla porta d’ingresso dell’appartamento apparissero, come per magia, delle anonime scritte irriverenti (tanto anonime poi non erano in quanto la calligrafia infantile era evidente).

Nonostante questo stato di cose, fra castighi e promesse, i rapporti fra adulti erano comunque cordiali e rispettosi.

Salite le due ultime rampe di scale (l’ultima era talmente ripida tale da mozzare il fiato) si arrivava all’abitazione delle tre sorelline. Per le bambine era la loro reggia, il loro rifugio, la casa più bella, più comoda e più confortevole. Al di là di una porta a vetri, e ancor prima di una in legno a due battenti, fissata con un rampone di ferro, vi era un appartamento di sei vani, strutturato in modo approssimativo. Tre camere da letto affacciate su una via centrale e un corridoio che divideva la sala dalla cucina. Un’altra stanzetta e un piccolo bagno, dominavano i tetti dal lato del cortile.

Il pavimento, ad eccezione della cucina, era di mattonelline esagonali rosse con qualche disegno di mattonelline grigie e bianche , rigorosamente lucidato a cera, un po’ sconnesso e nemmeno tutto allo stesso livello. Tanto che dalla cucina alla camera della nonna c’era un piccolo scivolo (ottimamente utilizzato per far rotolare le biglie). Oltre alla già citata camera da letto della nonna, con i suoi mobili da sposa, c’era la camera delle bambine, con tre letti di forma non uguale, un cassettone tarlato,ma di legno buono, con un piccolo specchio quadrato dove purtroppo non ci si specchiava. C’era poi la camera dei genitori bella, importante in stile “Chippendale” con l’armadio a tre ante, la toilette e il cassettone con specchiera, le poltroncine e lo sgabello foderati in stoffa azzurra. Anche il copriletto era azzurro damascato e aveva le frange a fiocchetti.

Un sofà rivestito di cretonne di cotone, un tavolo rettangolare antico, la credenza della nonna con l’alzata e gli sportelli a vetrini colorati, una poltrona stile “Impero” e un mobile con la radio, rappresentavano l’arredamento della sala da pranzo; una stanza piuttosto severa, austera, forse a causa degli enormi ritratti degli antenati appesi alle pareti. La stanza era posta a metà dell’appartamento, fra la camera dei genitori e la stanzetta-disimpegno.

Tutte le stanze erano comunicanti fra di loro. Le bambine sfruttavano questa possibilità come gioco, ma venivano subito fermate con la fatidica frase “c’è gente sotto”.

Il bagno era un minuscolo stanzino con una finestrucola. Non era altro che un ridottissimo locale di decenza dotato soltanto di un wc e un lavandino sostenuto da due mensole in ferro. Appesi alle pareti, uno specchio ovale con cornice bianca e un armadietto per i medicinali in legno grigio con dipinta sul davanti una enorme croce rossa.

Di fatto però la famiglia delle bambine era fortunata ad avere un bagno personale al contrario di tutte le famiglie dell’epoca che usufruivano di gabinetti comuni posti all’esterno delle abitazioni.

Completava l’appartamento una grande cucina con il pavimento a mattoni rossi e un grande camino. Quella stanza era il cuore della casa, quella dove si svolgevano quasi tutte le attività giornaliere della famiglia. C’era una stufa a legna, con la caldaia per l’acqua calda e i ferri, messi a raggiera sul tubo dei fumi, per asciugare i panni. Quella stufa non aveva età né colore, perché ogni anno si arrangiava qua e là e si riparava un po’, ma che durante l’inverno era l’unica fonte di riscaldamento. C’era anche il camino, ma veniva usato per scaldare l’acqua per i bagni nel mastello e per il bucato che il martedì la mamma e la nonna facevano con la lisciva. Il camino era gestito dalla nonna che, oltre alla classica polenta, preparava anche il pentolone con la mistura “Super-Iride” per tinteggiare a nuovo i vecchi abiti consunti. Alla fine di ogni lavoro al camino, la nonna era talmente accaldata tanto che la sua faccia risultava di un bel colore viola acceso. Quel camino era causa di non poche apprensioni. Gli spazzacamini c’erano, ma quella cappa non l’avevano mai visitata e qualche volta la fiamma della fascina era decisamente troppo alta. Risultato: la cappa del camino si incendiava e tutta la famiglia pregava perché il fuoco si spegnesse e non si propagasse così ai soprastanti solai interamente in legno.

Nel corridoio dei solai, proprio in fondo sulla destra, c’era una porta con una ripidissima scala di legno che conduceva ad una terrazzina appoggiata sulla sommità del tetto. Era un luogo proibito per le tre bambine e solo in occasioni eccezionali era loro concesso di salire con un adulto,in genere il loro papà, fin lassù. Aperta la porta sgangherata, posta in cima alla scala, lo spettacolo che si presentava era quello di una grande favola. La neve con il suo candore copriva i tetti delle case e dai camini, cento, mille camini, uscivano fumi dai colori mai uguali. I rumori pochi, lontani, giungevano ovattati.

Nell’aria frizzante il profumo dell’inverno; un profumo particolare, rassicurante, piacevole che sapeva di fuoco, legna, caldarroste e letto riscaldato con la bottiglia di ferro piena di acqua calda o col mattone refrattario scaldato nella stufa. Col calare del buio lassù tutto era magico, irreale. La notte non era nera, ma assumeva le tonalità del blu e si riuscivano a distinguere i profili dei tetti innevati che si stagliavano nel cielo dicembrino. L’unico rumore era il fruscio dei fiocchi di neve che si posavano gli uni sugli altri. E in quell’atmosfera così suggestiva era facile per le tre sorelline sognare ad occhi aperti.

Era comunque nella cucina che si svolgeva la vita pratica della famiglia: si mangiava, si lavorava, si facevano i compiti, si pregava e si ascoltava la radio. In particolare alle bambine piacevano le fiabe raccontate da “Mastro Lesina” che, alle 16.30 del pomeriggio iniziava cantando…..

Io son Mastro Lesina, son ciabattin
faccio scarpette di tipo assai fin
con raspa e martello che bel lavorar
mentre lavoro mi piace cantar
e ai bimbi buoni le fiabe narrar

Durante i lunghi inverni di allora il padre si improvvisava ora ciabattino, ora elettricista e poi muratore, idraulico, spaccalegna, insomma tutti i lavori che erano necessari alla manutenzione della casa. Quello che però amava veramente fare, era costruire le gabbie per i canarini di cui era un appassionato. Era abile, ne fabbricava di grandi, artistiche con torri e nidi e l’immancabile divisoria che veniva tolta a S:Giuseppe perché gli uccellini mettessero su famiglia.

Anche le bambine “aiutavano” il loro papà nell’eseguire i lavori, più per gioco che per vera collaborazione. Erano sufficienti le scatolette dei chiodi (vecchi vasetti di vetro col coperchio di latta dei lucidi per scarpe e il gioco si creava da solo, con una grande fantasia che solo i bambini posseggono.

Durante il periodo che precedeva l’arrivo della S.Lucia, le tre bambine cercavano di essere più buone, ubbidienti e servizievoli. Del resto la santa si aggirava nelle case per verificare il comportamento dei bambini! Costava andare in solaio a prendere la legna, oppure scendere fino al primo piano a portare la spazzatura, specialmente se era buio. In quella casa oltre agli abitanti legali vi erano anche dei clandestini. Dei magnifici grassi toponi che scendevano dai solai e andavano in cortile nelle ceste del formaggiaio. Erano talmente abili ad infilare le code dentro le latte vuote del tonno e a succhiarsele immediatamente dopo! Si poteva inciampare sulle scale buie in un incontro un po’ troppo ravvicinato di quel tipo.

Capitava sovente che il padre col suo camion ritardasse il rientro a casa a causa della nebbia. Allora la famiglia si riuniva e pregava, poi le due bambine più grandi andavano al Bar del Mastro, perché lì c’era il telefono, e chiedevano notizie al portinaio della ditta. Al rientro del genitore tutta la famiglia ringraziava il Signore e la pace tornava.

Finito di cenare, (minestra di patate o riso e latte) il papà raccontava alle bambine che rientrando col camion, nella nebbia, aveva incontrato S:Lucia tutta vestita di bianco con un lungo velo, un lumicino e un campanello. Vicino a lei l’asinello con il carretto pieno di doni. Le bambine erano emozionantissime e si chiedevano se la Santa si sarebbe ricordata anche di loro. L’emozione cresceva fino alla sera del 12 dicembre quando le sorelline, dopo aver cenato, deponevano sul tavolo della cucina le loro scarpe lucidissime, un po’ di pane secco e dell’acqua per l’asinello. Poi a letto nella trepida innocente attesa di una notte fatata. Subito gli occhi chiusi, perché la Santa avrebbe messo la cenere in quelli dei bimbi che non dormivano e….piano piano il sonno arrivava.

I primi suoni giungevano il mattino seguente ancora nel dormiveglia: suoni familiari ai quali le bambine erano abituate: gli spalatori che liberavano i marciapiedi dalla neve, il tram che effettuava la sua prima corsa e dalla cucina lo spezzare della legna e il crepitio del fuoco nella stufa accesa di buonora dal papà. D’incanto, dal sonno alla veglia, dal sogno alla realtà, le bambine impazienti ricevevano il permesso di alzarsi perché “qualche cosa di strano nella grande cucina era successo”.

Gioia, felicità, riconoscenza a quella Santa che, perdonate le marachelle, aveva lasciato quei doni. Lettini argentati per le bambole, odoranti di pittura proprio come quella che si usava per tinteggiare il tubo della stufa. Bambolette con abitini di lana fatti a mano con gli stessi colori dei golfini della festa delle tre sorelline. Caramelle, mandarini, frutta secca, insomma una festa! Anche i grandi erano felici e nei loro occhi umidi di commozione, si poteva leggere la soddisfazione compensatrice di tanti sacrifici.

S.Lucia, primo mercante di neve……E la neve arrivava copiosa, soffice e bianca. Andando a scuola le bambine lasciavano le loro orme sulla candida coltre ed il calpestio produceva un suono simile ad una musica ritmata. L’aria gelida faceva venire il pizzicore al naso e intorpidiva mani e piedi. Era una sensazione impagabile scaldarsi al calore della stufa dopo aver tolto guanti e scarponi bagnati!

Intanto anche dicembre scorreva e si avvicinava il.Natale. Le bambine erano eccitatissime.Si sentiva nell’aria l’approssimarsi delle feste..

Il padre in quel periodo rientrava frequentemente dal lavoro con dei pacchi. Erano regali, dolciumi, panettoni e generi alimentari; riconoscimenti di servizi resi dal genitore a varie persone, che approfittavano della circostanza natalizia per sdebitarsi. Quello che però più le stupiva e le rendeva orgogliose, erano i regali di un megadirettore, un sottoposto dell’allora cancelliere di Stato tedesco. Sicuramente originale e megalomane, adorava una certa poltrona e questa poltrona lo seguiva nei suoi spostamenti. Vista l’ importanza attribuita era indispensabile che l’oggetto venisse affidato ad una persona di fiducia: il padre delle bambine. L’illustre personaggio era un omone possente e corpulento che, in occasione del Natale si recava personalmente dalla famiglia per portare regali ed auguri: scatolette di latta verdi contenenti le sigarette “Truman”, sigari e dolciumi tedeschi. Le bambine erano affascinate dalle forme e dai colori di questi dolci molto speziati, ma si limitavano a guardarli perché li trovavano decisamente disgustosi. Comunque tutta quella roba veniva messa ordinatamente in bella vista sull’étagère, un mobile a ripiani della sala da pranzo e anche i ritratti degli antenati sembrava sorridessero a tale abbondanza.

La vigilia di Natale il padre portava l’abete. Saliva faticosamente le scale con l’albero sulle spalle e lasciava dietro di sè un acre odore di resina. Poi aiutato dalla mamma lo collocava nell’angolo della sala da pranzo proprio vicino ad una finestra strana che non dava all’esterno come si potrebbe pensare, bensì nella camera dei genitori, attigua alla sala in questione. Tutta la famiglia si radunava intorno all’albero per addobbarlo. Si appendevano i mandarini, rigorosamente legati con lo spago, poi le caramelle col filo, qualche altro dolcetto avanzato da S.Lucia, qualche torroncino, qualche figurina di cioccolato. Poi con la massima attenzione si aggiungevano le palline colorate; erano di vetro e bastava un nonnulla per mandarle in frantumi. Qualche filo dorato e per ultime le candeline di cera infilate in speciali mollettine di ferro da attaccare ai rami del pino. I grandi accendevano le candeline e spegnevano le luci. L’albero diventava irreale e le piccine, con i nasini rivolti all’insù lo vedevano altissimo, immenso, fiabesco. Un vecchio carillon che suonava “Addio mia bella Napoli” veniva caricato per dare quel tocco musicale anche se in verità il tipo di musica nulla aveva a che vedere col Natale. La famiglia rimaneva in silenziosa contemplazione qualche minuto, poi venivano spente le candeline perché non si consumassero troppo presto.

L’indomani mattina, giorno di Natale, mamma e nonna andavano insieme alla Messa Il papà faceva funzionare la stufa in modo superlativo, senza risparmio di legna, poi a sua volta con le bambine si recava in chiesa. La tavola di Natale era sempre bellissima. La tovaglia bianca e i tovaglioli con le cifre della mamma, con i piatti e i bicchieri delle feste e sopra ogni ben di Dio per quell’epoca. Antipasti, raviolini in brodo, bollito con mostarda, cappone ripieno, lumache , panettone e frutta secca. Al termine del pranzo, la famiglia abituata ad una mensa assai più parca, era sfinita dalla fatica del pranzo.. Un po’ per tradizione, un po’ per smaltire il cibo, il pomeriggio andavano a piedi a visitare il presepio. Un presepio meraviglioso costruito con perizia dai frati. Era rappresentata la Natività con una dolcezza infinita dovuta anche agli effetti speciali di allora: l’alternarsi del giorno e della notte in un magico gorgogliare di fontane e ruscelli d’acqua. Per le bambine una fiaba nella fiaba.

 

La fiaba di tre sorelline, racchiusa in un passato lontano semplice e felice, vive ancora nei loro ricordi e soprattutto nell’amore che le unisce.

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