19Apr
2014
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La strega che mangiava i bambini

Fiaba di: marco.ernst

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La fiaba

C’era una volta, in un tempo e in un luogo lontani, un piccolo villaggio dove tutti si conoscevano e si volevano bene eppure, in quello sperduto villaggio, nessuno era felice.

Non erano felici i nonni, non lo erano i genitori, non lo era chi doveva sposarsi e, ancor meno, lo erano i bambini.

Nei pressi del villaggio, infatti, c’era un bosco, un bel bosco che, però, non era felice neppure esso, tanto che uccelli, scoiattoli, cinghiali, cervi e tutti gli animali che normalmente abitano, o abitavano a quel tempo, i boschi, se n’erano andati da un pezzo, spaventati dalla nera presenza che dominava nel bosco e che terrorizzava il villaggio.

Nel folto di questo, infatti, c’era una radura, che non era una radura naturale, ma si era creata perché ovunque la nera ombra sfiorava le piante, queste morivano.

Nella triste radura, c’era una stamberga fatta di ardesia e di tronchi marciti e maleodoranti nella quale viveva LA strega: non una strega qualunque, ma la peggiore che mai occhio umano avesse visto e che memoria umana ricordasse.

La strega era una vecchia malvestita, brutta e puzzolente, capace, però, di incantesimi talmente potenti che, a volte, essa stessa ne aveva paura.
In effetti neppure essa conduceva una bella vita: nessuno l’avvicinava o le parlava, non aveva mai occasioni per divertirsi e, come è facile intuire, nessuno l’amava.

Così la strega sfogava la sua frustrazione, che datava centinaia di anni, facendo del male a chi non aveva colpe, portando dolore dove c’era felicità e pianto dove prima c’era un sorriso.

Se gli abitanti del villaggio se ne guardavano bene dall’avvicinarsi alla stamberga nel bosco, anche la strega non si avvicinava al villaggio: per lei vedere gente che si amava, bambini belli, giovani attivi ai quali piaceva ballare e divertirsi, sarebbe stata una visione insopportabile.

Perché mai, dunque, se ognuno se ne stava per conto suo, il villaggio non era felice?

Non lo era perché su di esso gravava una tremenda minaccia da parte della strega: questa, infatti, prometteva di distruggere il villaggio e ogni forma di vita in esso presente se una volta all’anno, in occasione del suo compleanno, essa non fosse stata festeggiata a dovere con il suo piatto preferito: carne di bambino!

A lei non importava che si trattasse di un maschietto o di una femminuccia, purché la sua età non fosse inferiore ai due anni e non superiore ai sei.

Prima dei due anni, infatti, i bambini puzzavano di escrementi e di latte rigurgitato, mentre dopo i sei la loro muscolatura cominciava ad indurirsi troppo, tanto più che a quell’età i più avevano già cominciato a dare una mano ai genitori nei lavori agricoli, principale risorsa economica del villaggio.

Invece, nell’età compresa fra i due estremi, le loro carni erano dolci, profumate e si scioglievano in bocca da tanto che erano tenere, cosa importantissima per chi, come lei, non aveva oramai che un solo, misero dente in bocca.

Così, un mese prima del suo compleanno la strega scendeva al villaggio e tutti gli abitanti dovevano accoglierla schierati ai lati della strada principale, per meglio dire l’unica, del paese, con i bambini in braccio o per mano.

La strega li toccava con quelle sue orribili mani dalle dita contorte e nodose come i rami di un ulivo esposto ai venti e sceglieva il più tenero e saporito; di lì a un mese questo sarebbe stato consegnato alla strega, dopo essere stato, in quel periodo, nutrito a dovere così da ingrassare al punto giusto.

Avuto il bambino, la strega provvedeva ad ucciderlo personalmente con una mannaia e, smembratolo, ne faceva le parti più grasse arrosto.

Altre, poi, venivano conservate e, via via, lessate, oppure salate ed essiccate in modo da durare fino all’anno e al compleanno seguenti.

Qualcuno sosterrà che un bambino all’anno non è poi un così grande sacrificio, ma andatelo a spiegare ai genitori dei bambini in tenera età, che vivevano tutto un anno nel terrore e questo si sarebbe poi rinnovato per almeno altri quattro anni.

L’alternativa sarebbe stata non fare più figli, ma in tal caso la strega avrebbe sfogato la sua ira distruggendo il villaggio e tutti i suoi abitanti, dunque il sacrificio di uno serviva a salvare l’intera comunità.

Quando il bambino era ormai scelto, gli abitanti del villaggio davano tutto l’aiuto possibile alla famiglia, ma, nello stesso tempo, sorvegliavano che i genitori non facessero un colpo di testa, magari fuggendo, sì da mettere tutti loro in pericolo.

Giunto, poi, il giorno fatidico, il sindaco del villaggio provvedeva di persona a portare il bambino, legato, nella radura, mentre le donne anziane facevano una veglia funebre presso la casa degli sfortunati genitori.

La famiglia di Pietro, il taglialegna, era composta da lui stesso, la moglie Tabita, Zara, la figlia maggiore che aveva appena compiuto i nove anni e Igor, il più piccolo, che, avendo quasi quattro anni, era in età pericolosa.

Zara era scampata per quattro anni alla scelta, visto che era una bambina alta e magra, mentre la strega preferiva i bambini cicciotelli, con la carne tenera come burro fresco di zangola.

E venne così il maledetto giorno della scelta: i bambini tremavano, gli adulti piangevano e il sole si coprì di nuvole, quando la strega venne in città.

La megera cominciò a percorrere la strada col suo odore insopportabile che la precedeva e seguiva come un fedele servitore ed era dato dal fatto che da almeno trecento anni ella non si lavava, né si cambiava i vestiti, oramai ridotti a stracci dal colore indefinibile.

Davanti ad ogni bambino in età papabile, la vecchia si fermava, gli strizzava le cosce, l’addome e passava al successivo.

Giunta al termine della strada tornava sui suoi passi e si fermava davanti al prescelto, indicandolo con un dito deforme, con l’unghia talmente lunga da essere ricurva e talmente sporca da sembrare nera come un tizzone di carbone.

A questo punto c’erano, immancabilmente le urla, i pianti e le suppliche dei poveri genitori, ma mai la strega era tornata sulla sua decisione.
Quella volta la strega puntò, senza esitazione, il suo osceno dito sul piccolo Igor, dopo di che tutti tornarono mestamente, per quanto sollevati dall’averla scampata per quell’anno, alle loro modeste abitazioni, spesso tappandosi le orecchie per non ascoltare i pianti e le urla dei genitori sventurati.

Tutti, comunque, accettavano passivamente il destino e la decisione della strega e mai nella storia alcuno aveva cercato di opporsi alla vecchia tiranna.

L’unica che, in cuor suo, si ribellò alla scelta della strega, fu la piccola Zara che, amando moltissimo il fratellino, non voleva rassegnarsi a perderlo e si mise a pensare cosa lei, pur essendo solo una bambina, avrebbe potuto fare.

Così venne anche il giorno della consegna del bambino; il sindaco si avviò nel bosco col piccolo in braccio, mentre molti degli abitanti trattenevano i disperati genitori.

In questo caos, la piccola Zara sgattaiolò, non vista, dietro al sindaco e giunse, contemporaneamente a lui, alla stamberga della strega.

Mentre questa usciva per prendere in consegna il suo pranzo dei prossimi dodici mesi, Zara s’infilò alla chetichella in casa e si nascose dentro uno sportello della credenza, non prima di aver fatto sparire la micidiale mannaia della strega.

Questa rientrò in casa e, dopo aver rinchiuso il bimbo in una stia da galline, si sdraiò sul suo giaciglio per riposare: “Eh – sospirò la megera – sto cominciando ad invecchiare: ho sempre meno appetito, tanto che ho ancora un po’ di carne essiccata dello scorso anno. Inoltre ho sempre sonno. Un pisolino mi stuzzicherà l’appetito”.

A Zara batteva forte il cuore: non aveva un piano, solo il suo amore per Igor e il suo coraggio, quello che era sempre mancato ai suoi compaesani.
Dopo un po’ uscì dal suo nascondiglio e si avvicinò, col cuore in gola, al giaciglio della vecchia e alzò la mannaia per decapitarla, ma al momento decisivo non ebbe la forza di abbassare la lama sul collo raggrinzito.

Così tornò al suo rifugio e pianse per la propria vigliaccheria; poi s’addormentò.

Quando si risvegliò era l’imbrunire e la strega si era svegliata.

Zara spiò dallo sportello socchiuso e vide la strega che si affannava a cercare la sua mannaia.

Non trovatala, la vecchia megera prese da un cassetto un grande coltellaccio da macellaio e si avvicinò alla stia dove Igor piangeva spaventato.

Fu allora che Zara, visto il fratello in pericolo, schizzò fuori dal nascondiglio e, presa la pala del forno, colpì al capo con tutte le sue forze la strega cannibale.

La vecchia stramazzò stecchita a terra.

Zara liberò il fratello e uscì dalla catapecchia.

Poi ci ripensò, rientrò in casa e, a fatica, trascinò all’esterno il cadavere; abituata ai lavori manuali, costruì una specie di slitta di rami intrecciati sulla quale caricò le squallide spoglie.

Ci mise un giorno intero a trascinare il suo carico in paese, dove fu accolta trionfalmente.

Nella piazza del villaggio fu allestito un banchetto e, in un pentolone enorme, fu cucinata la strega come fosse una vecchia gallina da brodo.

Tutti ne mangiarono e, malgrado la sua carne centenaria fosse amara e stopposa, agli abitanti del paese e, soprattutto, alle mamme, parve dolcissima.

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