17Ott
2013
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Il Bambino e il Drago

Fiaba di: Massimo Ferrario

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La fiaba

Era un piccolo villaggio di montagna. Lo attraversava la strada che collegava la valle e per questo era frequentato ogni giorno da molti mercanti, che con i loro carri e i loro prodotti passavano da una parte all’altra della regione, dirigendosi al grande mercato della città distante una decina di miglia.

Da qualche mese la vita degli abitanti era diventata un inferno. All’entrata del villaggio, si diceva, si era insediato un drago.

Nessuno, per la verità, lo aveva visto. Ma di notte, bagliori di luce e di fuoco squarciavano il cielo. E poi, si sentiva un sibilo acuto, insistente, assillante, che non faceva dormire.

Tutti i mercanti erano spariti e la strada ormai era vuota e silenziosa.

Giravano storie terribili, di uomini che avevano tentato di aggirare il drago, per entrare in paese, ed erano stati bruciati vivi dalle lingue di fuoco dell’animale. Negli ultimi tempi, il drago si era fatto più aggressivo, avvicinandosi alle prime case e incendiandone più di una. In genere gli abitanti erano riusciti a salvarsi, ma l’ultima volta un’intera famiglia era morta tra le fiamme.

Il gruppo di saggi del villaggio decise che bisognava affrontare il drago e chiese se ci fossero dei volontari.

Si fece avanti un vecchio: disse che con la sua esperienza di vita avrebbe trovato le parole giuste per convincere il drago a lasciare il villaggio. Il vecchio partì e non tornò più.

Allora fu la volta di un giovane: disse che avrebbe sfidato il drago con la forza e il coraggio della sua età. Il giovane partì e non tornò più.

Il villaggio era disperato.

Si propose un bambino: disse che finora aveva conosciuto solo i draghi della favole e che voleva vederne uno dal vero. Ma tutto il villaggio rifiutò questa scelta: non si poteva combattere il drago con un bambino.

E così il drago continuava a incendiare le case e a tenere svegli gli abitanti sibilando tutta la notte.

Ma il bambino non aveva smesso di pensare alla sua idea di conoscere il drago. Così, un giorno, poco prima dell’alba, mise in atto il suo proposito. Si alzò dal letto senza far rumore, scese nella grande cucina di casa, riempì un sacchetto. E partì.

Non era preoccupato, ma curioso. L’animale sarebbe stato come quello che gli descriveva il papà quando gli raccontava le favole?

Non dovette camminare a lungo perché il villaggio era costituito da un pugno di case sparse lungo la strada.

Arrivò all’ultima casa del villaggio. In effetti constatò che era tutta bruciata e non vi abitava più nessuno. Il chiarore nel cielo annunciava l’alba: le ombre della terra si ritiravano.

Fece il giro della casa con circospezione, alla ricerca del drago. Niente.

Buttò lo sguardo nella valle, scrutando tra le piante del bosco. Gli alberi si confondevano ancora con il buio della notte, ma gli parve di intravvedere qualcosa sotto una quercia. Si incamminò in quella direzione.

Fu lì che lo vide.

Aveva l’altezza di un pony, ma era molto più lungo. Due ali enormi, il corpo rossastro, otto zampe, una coda di almeno due metri, le narici che emettevano scintille. Era accovacciato. Sembrava dormire e non essersi accorto di non essere più solo.

Il bambino ebbe un tuffo al cuore. Se lo aspettava più alto di un gigante, ma la sorpresa di poter osservare comunque un drago dal vivo gli fece trattenere il respiro. Rimase a esaminare l’animale.

Il drago, come se si sentisse visto, aprì un occhio. Poi subito l’altro. E si drizzò sulle zampe, emettendo fuoco dalle narici. Un sibilo spaventoso uscì dalla bocca, mentre digrignava i denti.

Il bambino ebbe l’impulso di scappare. Ma si trattenne: immobile. Continuava a fissarlo. Gli occhi non comunicavano paura, ma interesse, curiosità. Anche fermezza.

Il drago smise di sibilare e aprì le ali. Come volesse farsi ammirare in tutta la sua maestosità. Poi, lentamente, mosse le otto zampe verso il bambino. Quando fu a pochi passi, si bloccò.

Entrambi avevano gli occhi uno nell’altro e così stettero per alcuni minuti. In silenzio.

Poi il bambino porse al drago il sacchetto che si era portato da casa.

«Prendi, è per te».

Il drago sembrava non capire. Quindi si decise. Con le due zampe anteriori liberò il contenuto del sacchetto. C’erano un uovo, un grappolo d’uva, un biscotto.

«Sono le tre cose che a me piacciono di più. Magari piacciono anche a te», disse il bambino, allargando il viso in un sorriso.

Il drago non rispose. Fece uscire una nuvola di scintille dalle narici. Poi emise un sibilo.

Il bambino restò immobile. Continuava a sorridere.

«Non hai paura di me?», chiese il drago.

Il bambino rispose: «Non mi hai fatto nulla. Perché dovrei avere paura?»

Il drago divorò uovo, uva e biscotto. Il bambino si sedette sull’erba. E anche il drago distese il corpo in terra.

«In paese c’è il terrore», disse il bambino. «Anche la mia mamma e il mio papà temono che tu presto possa ucciderci. Il mio fratellino e la mia sorellina non corrono più nei prati. La gente non dorme di notte, spaventata dalle lingue di fuoco che tu alzi al cielo. Hai incendiato le case. Dentro c’erano anche bambini, come me. Hai tolto loro la possibilità di crescere, conoscere la vita, godere delle albe e dei tramonti, divertirsi, scoprire l’amore. Io credo che tu non sia cattivo. Ma ti comporti da cattivo. Perché?».

Il drago aveva smesso di emettere scintille dal naso. Era silenzioso.

Il sole si era alzato. L’aria si stava riscaldando. Il bambino pensò alla mamma, che non l’aveva trovato a letto e che certamente era preoccupata.

Il drago vide che il bambino si era voltato e stava per riprendere la strada di casa.

«Te ne vai già?», domandò. E dalla voce traspariva quasi una nota di tristezza.

Il bambino gli guardò le ali, il corpo lungo, il muso affusolato, la bocca da cui usciva la lingua scarlatta. Tutto comunicava forza, vitalità, aggressività.

«Sei davvero un bel drago», disse.

L’animale abbassò gli occhi, che dardeggiavano di luce accecante.

Poi subito chiese, quasi con un pizzico d’ansia: «Tornerai?».

Il bambino si era già incamminato. «Dipende da te», gli rispose.

* * *
Da una settimana al villaggio era tornata la calma. La notte, più nessun sibilo e nessuna spaventosa lingua di fuoco che saliva a bruciare il cielo. Niente più incendi di case e uccisioni di abitanti. E per strada, erano tornati i mercanti, con i loro carretti: si fermavano a chiacchierare ai due bar del paese, si rifocillavano e proseguivano per il grande mercato della città.

Si sarebbe potuto pensare che il drago avesse abbandonato il villaggio. Ma ogni tanto, quando calava il buio, qualche timido bagliore faceva capire che il drago era ancora là, che girava tra i boschi, tra le prime case del paese. E poi c’erano i suoi voli per la vallata, che distendevano ombre larghe e lunghe ovunque lui passasse.

Così, molti cominciarono, prima con prudenza e poi sempre più con baldanza, a recarsi all’inizio del villaggio, per vedere il drago. E poiché la voce della presenza del drago si era diffusa in tutta la regione, arrivarono anche dagli altri paesi.

Insomma, il drago era diventata l’attrazione alla quale non si poteva rinunciare. E venne organizzata una giornata speciale di festa.

Fu appunto durante questa giornata che il bambino ritornò a trovare l’amico.

Anche stavolta aveva con sé il sacchettino che conteneva un uovo, un grappolo d’uva e un biscotto.

Il drago fu felice di rivederlo e per l’occasione fece un sibilo che spaventò a tal punto i tanti che lo attorniavano che scapparono via tutti a gambe levate.

Naturalmente il bambino non era fuggito. E allora il drago, divenuto triste, gli confessò la sua confusione.

«Non sono più io: non so più chi sono», gli disse. E una grossa lacrima gli stava scendendo dagli occhi, non più lucenti, ma divenuti opachi e acquosi. «Tu mi hai fatto riflettere sui miei comportamenti. E’ vero, io non sono cattivo. E non voglio esserlo. Ma comportandomi da cattivo, prima, ero riconosciuto. La gente aveva paura di me, della mia forza, del mio fuoco, dei miei sibili. Non mi si avvicinava. E mi rispettava. Ora, invece …»

Il bambino sentì il dolore del drago.

«Ora invece…?»

«Mi vergogno a dirlo. Ma l’altro giorno, addirittura… un ragazzo mi si è avvicinato. E poiché io continuavo ad apparire buono e tranquillo, mi ha tirato la coda. E un altro cercava di infilarmi le dita nelle narici, da dove un tempo emettevo fuoco. E poi c’è chi giocherella con le ali, provando ad aprirmele quando io le ho chiuse per riposare. Insomma, ormai tutti mi prendono in giro, dicono che non faccio paura a nessuno…».

Il bambino provò rabbia. Come si permettevano di trattare così un drago? Non avevano mai letto una favola? Non sapevano del fuoco e dei sibili dei draghi?

Bisognava che il drago tornasse a essere drago.

Disse con decisione: «Devi reagire. Assolutamente. Tutti ti devono rispettare».

Il drago fu confortato dalle parole del bambino. Ma era più confuso di prima.

«Ma sei stato tu a farmi riflettere… Mi hai detto che non dovevo più incendiare le case, uccidere gli uomini…».

Il bambino ammise.

«E’ vero. E te lo ripeto anche ora».

«Ma allora?», chiese il drago.

Il bambino gli fece l’occhiolino.

«Ogni tanto qualche sibilo fa bene. E anche qualche lingua di fuoco. Basta solo che stai attento alle case…».

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Massimo Ferrario, 2013 – Rielaborazione creativa di una favola forse di origine indiana (anche riportata in Jean-Claude Carrière, ‘Il circolo dei cantastorie. Storie, storielle e leggende filosofiche del mondo intero’, Garzanti, Milano, 1998).

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