21Lug
2013
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C’era una volta…

Fiaba di: Lauretta

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La fiaba

Una mattina luminosa e gelida del freddo mondo dell’anno 2159, due bambini arrancavano su per una strada che era una lastra di ghiaccio: Enea camminava barcollando come un ubriaco, rischiando continuamente di scivolare.

Sua sorella, Penelope, si teneva al gancio della sua giacca termo-riscaldata e lo seguiva, timorosa anche lei di finire per terra.

-Vai piano- si lamentava -altrimenti scivoliamo e ci bagniamo-

-Non posso camminare più lentamente di così, siamo in ritardo! Ulisse ci sta aspettando già da un po’, saremo gli ultimi, vedrai-

Enea e Penelope erano sgattaiolati fuori di casa mezz’ora prima; i loro genitori erano in missione e nessuno poteva accorgersi di quella fuga. Ma non avevano potuto prendere il moto-jet, perché il sistema di sicurezza li avrebbe tracciati e scoperti. Il loro amico Ulisse li aveva contattati la sera precedente perché qualcuno del gruppo aveva fatto una scoperta interessante.

Dovevano incontrarsi tutti al rifugio quella mattina.

Quando i due fratelli arrivarono, affaticati ed intirizziti dal freddo, il gruppo era già riunito: c’erano Ulisse e Lavinia, Priamo e Telemaco, Elena e Paride. Erano seduti attorno all’ologramma di un tavolo e contemplavano un oggetto che fluttuava al centro.

-Cos’è?- chiese Penelope, – una scatola?-

-Non lo sappiamo. Sembra molto antico, non vi pare?- rispose Priamo

Enea allungò la mano che fermò a mezz’aria chiedendo -Posso toccarlo?- Gli altri acconsentirono, muovendo la testa. Il ragazzino sfiorò l’oggetto misterioso con le dita, provò a pigiare delicatamente l’indice sulla superficie, ma non accadde nulla.

-Non risponde al touch, non è un computer- lo informò Telemaco.

Allora Enea sollevò delicatamente quello che sembrava essere un coperchio. Al di sotto di quel coperchio non c’era un dentro, c’erano altri strati di un materiale delicato e sconosciuto.

-Sembrano lastre sottili, ma di che cosa sono fatte?-

Il materiale che ora Priamo sfiorava con le dita sembrava fragile.

-Ci sono dei simboli sulle lastre… segni di una lingua sconosciuta forse…Chissà che cosa significano. Ma dove lo avete preso?- Chiese allora Penelope.

Lavinia abbassò la testa e si schiarì la voce: era in imbarazzo e ci pensò su, prima di parlare. La guardavano tutti e aspettavano.

-Mio nonno se ne è andato qualche giorno fa. Insomma lui ora non c’è più. Io non volevo certo rubare nulla, ma quando sono rimasta sola nel suo sito abitativo, ho curiosato un po’. Nonno non possedeva molte cose, però nascosto nella sua cella dormiente c’era questo oggetto… l’ho preso per ricordo e l’ho portato qui. Non mi rimane nient’altro di lui.-

Scivolò una lacrima e gli altri ragazzini si affrettarono a consolare la bambina. Sembrava molto triste, era normale che soffrisse, anche se i grandi dicevano che non bisognava piangere quando qualcuno se ne andava, perché aveva portato a termine il suo percorso e la fine era un evento naturale.

Nel 2159 la vita sulla Terra aveva subito profonde trasformazioni: settanta anni prima, a causa della rapida desertificazione e di svariati conflitti per l’approvvigionamento dell’acqua, molti esseri viventi si erano estinti; alcune popolazioni di uomini avevano raggiunto a fatica le zone artiche del mondo, dove il ghiaccio che rimaneva poteva garantire l’acqua per la sopravvivenza. Gli scienziati di ogni dove lavoravano incessantemente alla ricerca di una alternativa all’acqua, perché ormai le riserve andavano esaurendosi anche ai Poli. Di conseguenza tutta la vita era cambiata.

Le case non erano più tali, c’erano i siti abitativi, corrispondenti a miniappartamenti situati in grandi alveari di policarbonato e altri materiali tecnologici perennemente riscaldati. Nel sito abitativo ognuno aveva la sua cella per il sonno; le celle si chiudevano automaticamente all’imbrunire e si riaprivano il mattino seguente. Dalle terre d’origine nessuno aveva potuto portarsi dietro ricordi personali, oggetti, suppellettili, giocattoli: non c’era stato il modo né il tempo.

Ma evidentemente il nonno di Lavinia che settanta anni prima era stato un bambino di dieci anni, qualcosa aveva portato con sé, altrimenti non si spiegava la presenza di quell’oggetto che ora i ragazzini stavano contemplando. Fu di Elena l’idea di conoscere il significato di quei simboli con il traduttore visuale inserito nei loro smart-phone. Non appena sullo schermo apparve la traduzione, Enea lesse per tutti : -Significa C’era una volta… ma io queste parole le ho già sentite! Certe volte mio nonno Anchise ci racconta delle fiabe e…- arrossì, guardando sua sorella.

-Fiabe? Cosa sono?- chiesero gli altri in coro.

Penelope tossì piano prima di parlare a sua volta. -Non dovremmo dirlo, è un segreto tra noi e lui- disse arrabbiata a suo fratello che ammutolì.

Nessun altro parlò per un po’. Ulisse, con delicatezza, continuava a sfogliare gli strati dell’oggetto.

-Vorrei sapere come hanno fatto ad imprimere i simboli su questo materiale-.

Enea si scusò ed uscì per un po’ fuori dal rifugio. Quello che loro chiamavano rifugio, in realtà era un sito abitativo vecchio e abbandonato da una decina di anni. Un giorno Priamo e Telemaco lo avevano perlustrato e insieme avevano deciso di portarci gli amici, per divertirsi insieme.

Tutti e sei i ragazzini avevano mantenuto la promessa di non farne parola con i propri genitori perché doveva restare un loro segreto, ma potevano andare raramente al rifugio perché non avevano molto tempo libero. La loro esistenza era scandita da regole piuttosto rigide: quando la mattina le cellule dormienti si aprivano, sgusciavano fuori, prendevano la dose quotidiana di ossigeno e si preparavano ad uscire. A gruppi si recavano al Centro Addestramento Culturale, dove restavano otto ore. In quelle ore, di volta in volta, le conoscenze scientifiche umane venivano insegnate loro tramite file immessi direttamente nelle loro teste, attraverso delle cuffie. Tutto il sapere, che una volta si studiava sui libri, lì veniva riversato sugli allievi sotto forma di pensieri già precostituiti. I giovani immagazzinavano le notizie e le facevano proprie senza rendersene conto. I libri, nel 2159, non esistevano più, ed erano stati dimenticati.

Quella mattina incontrarsi era stato facile: tutti i genitori erano coinvolti in una missione di ricerca in una zona inesplorata, così i giovani la sera prima si erano dati appuntamento per quella evasione dalla Scuola.

Enea rientrò, guardò i suoi amici e comincio’ a parlare.

-Mio nonno ci racconta delle fiabe… Sono favole, sono storie, sono belle. Parlano di persone e animali, di altri mondi, di cose vecchie. Sono racconti inventati.- I ragazzini lo ascoltavano mentre Penelope sembrava un po’ risentita perché il fratello stava confidando quel segreto. Enea non se ne curò e decise di continuare lo stesso: -Insomma nonno Anchise inizia sempre con queste parole, C’era una volta… dice proprio così e non smette finché qualcuno non ci richiama. Ci racconta di Alice, una bambina che una volta diventò grande grande, poi diventò piccola piccola e incontrò uno strano coniglio…

-Oppure dice C’era una volta e parla di una bella bambina che aveva la pelle bianca come la neve e di sette piccoli omini che la aiutavano…e poi di un ragazzino che volava su un’isola che non c’era…- stavolta era stata Penelope a parlare, non aveva resistito. -Nonno dice che con la fantasia si può viaggiare- concluse orgogliosa.

Paride allora prese la parola per chiedere: -Ma allora potremmo far vedere questo oggetto a vostro nonno, che ne dite? Sono sicuro che lui saprà dirci a cosa serve-

Passarono diversi giorni prima che i ragazzini potessero portare il signor Anchise al rifugio.

Enea e Penelope lo avevano invitato ad accompagnarli fino al sito segreto, dove gli altri bambini li aspettavano.

L’espressione del vecchio non appena vide l’oggetto misterioso, lasciò tutti di stucco: era meravigliata, estasiata, commossa. Anchise si portò le mani sulla faccia e sussurrò: -No, non ci posso credere… Un libro!-

-E che cosa sarebbe?- chiesero subito i ragazzini.

-Ecco… tanti tanti anni fa, quando ero poco più che un bambino, tutto il sapere era rinchiuso lì dentro, in oggetti come questo. I libri. Sui libri c’era scritto tutto. Si leggeva per apprendere, si studiava, si leggeva per divertirsi, per scoprire nuovi mondi, si leggeva per non essere mai soli…Le favole che spesso racconto ai miei nipotini… le ho lette sui libri!-

I bambini non capivano tutto quel sentimento per un oggetto. -Ma di che cosa è fatto? Questo materiale non lo conosciamo- chiese Telemaco.

-E’ fatto di carta- rispose Enea.

-Carta? Cos’è la carta?- chiese allora sua nipote.

L’uomo si avvicinò lentamente al libro e rispose. -Tanti anni fa, su questo pianeta, esistevano gli alberi…-

E così raccontò loro degli alberi, del loro colore, della loro bellezza e della loro utilità. Spiegò loro che era a causa della scomparsa degli alberi se adesso, una volta al giorno, la gente doveva rifornirsi di ossigeno.

-Gli alberi erano verdi, erano belli, erano vivi e dalla lavorazione dei tronchi gli esseri umani impararono ad ottenere la carta. Le lastre, come le chiamate voi, sono fogli di carta, sono pagine-

Enea invitò Anchise ad osservare meglio quel libro e il nonno si avvicinò, controllò bene la copertina, la accarezzò.

-Non si legge più il titolo, peccato. Questo libro è più vecchio di me! Ma vediamo un po’…-. Delicatamente sfogliò le prime pagine e appena trovò quello che cercava restò imbambolato, proprio a bocca aperta.

-Che c’è nonno? Stai male?- chiese Penelope preoccupata.

-No, cara, sto benissimo! Questo è Pinocchio! E’ Pinocchio!!!-

Prese il libro e lo abbracciò teneramente, come se fosse un bambino, stringendolo al petto. Qualche lacrima scivolò sulle guance e sgocciolò fino al pavimento.

-Non pensavo di rivedere un libro prima di morire… che emozione. Un libro scritto nella nostra antica lingua. Mi avete fatto un regalo bellissimo e per sdebitarmi ve lo leggerò.-

I bambini erano stupiti. Loro erano abituati a vivere un’esistenza fatta di informatica e di robotica, di automi e di congegni tecnici, di telecomandi e touch screen. Il mondo che li circondava era fatto di ghiaccio, solo ghiaccio a perdita d’occhio, ma attraverso sofisticati dispositivi e pannelli olografici, bastava un tocco per entrare nella realtà virtuale e dimenticare quello che c’era fuori, però il loro era e restava un mondo freddo. Nonno Anchise guardò i ragazzini; fece cenno loro di sedersi e si accomodò anche lui. -Ora ci scaldiamo il cuore con una bella lettura…- disse. Poi aprì il libro e cominciò:

-“C’era una volta…

-Un re!- Diranno subito i miei piccoli lettori.

No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno…”-

Da allora, ogni volta che era possibile, nonno Anchise arrancava fino al rifugio dove sei ragazzini entusiasti lo aspettavano, per continuare la lettura di quella storia che parlava di un burattino, di un Gatto furbo ed una Volpe scaltra, di un terribile Mangiafuoco e di una dolcissima Fatina azzurra. I bambini sognavano mentre ascoltavano e seguivano le parole dell’antica lingua stampate su quelle lastre che il nonno chiamava pagine. L’ambiente si scaldava davvero, quando Anchise leggeva.

-E’ bella questa fiaba. Perché i libri non esistono più, signor Anchise?- chiese Elena un giorno.

-Ecco vedi, ad un certo punto, tanti tanti anni fa, la gente ha smesso di leggere. Non aveva tempo, era interessata ad altro, tv, internet, computer. La tecnologia ha trovato il modo di non usare più la carta, permettendo a chi voleva ancora leggere, di farlo sui propri smart-phone. Poi man mano l’uso stesso della scrittura è andato scomparendo. I cellulari e i tablet davano la possibilità di scrivere con poche lettere frasi intere e grandi e piccoli passavano il tempo libero sui social network. La poesia è morta piano piano e così le grandi e le piccole storie, i romanzi e le favole. Le biblioteche, che erano grandi spazi pieni di libri accessibili a tutti, chiusero tutte. Senza i libri, tutto è finito. Così abbiamo dimenticato quanto è bello leggere tenendo un volume tra le mani, quanto è bello sfogliare le pagine e poi, la sera, appoggiare il libro sul comodino prima di addormentarsi.-

-Possiamo fare qualcosa, noi?- Chiesero in coro i ragazzini.

Da quel giorno, molti altri bambini furono invitati ad ascoltare la fiaba di Pinocchio, letta con passione dal vecchio Anchise. E quando il racconto fu terminato, il nonno prese a raccontare altre storie, tutte quelle che ricordava: Cenerentola, Il gatto con gli stivali e poi Cappuccetto Rosso e Aladino e ancora altre mille favole. E per non rischiare che i bambini col tempo le dimenticassero, le fece trascrivere sui loro tablet. Il nonno raccontava e, a turno, i ragazzini scrivevano. Piano piano avrebbero creato una vera biblioteca.

E se un giorno si fosse trovato il modo di far crescere un albero, chissà, allora avrebbero avuto anche la carta. Per portare i libri in quel freddo presente e tramandarli ancora nel futuro.

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