07Feb
2013
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Il Natale della piccola fiammmiferaia

Fiaba di: Martina Vecchi

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La fiaba

– Brrr! Che gelo! Tu guarda se mi tocca fare gli straordinari anche la sera della Vigilia! E tutto per colpa di quello sfaticato di Oliver Twist, che il diavolo se lo prenda! Accidenti a quel Dickens… Che freddo..- brontolò Calpurnia, la piccola fiammiferaia, dirigendosi nel piazzale del paese.

Era la gelida notte della vigilia di Natale, e la bambina aveva una borsa di juta stracolma di scatole di fiammiferi, ben consapevole che non sarebbe riuscita a venderne nemmeno uno. Quale pazzo furioso si sarebbe sognato di uscire di casa proprio Quella sera, con Quella neve e Quel gelo?

– Intanto la lavata di capo e le cinghiate del principale me le piglio io!- esclamava furibonda Calpurnia tra sé e sé. Era una bimbetta di sette anni attiva e molto sveglia per la sua età, le disgrazie della vita l’avevano fatta crescere troppo in fretta.

Quanto avrebbe voluto essere al calduccio sotto le coperte con una tazza di brodo (l’unico lusso che si poteva concedere, solo in alcune occasioni, però), o magari davanti a un bel fuoco scoppiettante, a cantare carole e recitare poesie come tutti i bambini della sua età.

Invece eccola lì, con degli stracci rammendati addosso, i capelli appiccicosi, le mani screpolate, il naso gocciolante….

– E i geloni alle dita dei piedi, visto che mi tocca portar le scarpe rotte smesse del nipote del capo, che il diavolo si porti anche lui!- concluse Calpurnia.

A passetti svelti, per scongiurare il freddo natalizio, la bambina giunse nel piazzale, estrasse dalla borsa un giornale vecchio e spiegazzato e si sedette su di esso nel suo solito angolino, sparpagliando le scatole di fiammiferi davanti a sé, sull’enorme borsa di juta.

– Neanche uno, neanche ad ammazzarlo…- mormorò Calpurnia, scoraggiata e rassegnata.

Si guardò intorno: case signorili all’esterno delle quali erano appese luminarie, festoni, Babbi Natale che si arrampicavano. Calpurnia si immaginava all’interno famigliole felici riunite a tavola intente a disliscare enormi orate e altri tipi di pesce, secondo la tradizione…

– Ma quali orate, ma quali pesci, se vedeste quello che vedo io! Certe faraone, certi polli arrosto, certi tacchini ripieni! Ma quale tradizione, sono tutti affamati come lupi!- polemizzò sarcasticamente la piccola fiammiferaia.

I pochi rumori di quella sera di festa, in cui tutti erano riuniti al caldo, erano ulteriormente attutiti dalla neve che cadeva e rendeva ogni suono ovattato, e dava per un attimo l’illusione che il mondo fosse davvero tranquillo e bianco.

Un improvviso rumore proveniente da un vicolo buio fece sobbalzare Calpurnia. Probabilmente un gatto randagio. Una figura emerse da dietro l’angolo e si trascinò faticosamente verso il piazzale.

– Oh, sei tu Art- lo salutò Calpurnia, sollevata. Il barbone, dai vestiti sudici, si tolse il cappello flaccido e fece un inchino:

– Per servirla. Come te la passi, bambina?-

Le piaceva quel suo modo galante e gentile di salutarla, e quei suoi modi un po’ antiquati. Nonostante l’aspetto vissuto dell’uomo, la sua pelle rovinata dalla continua esposizione alle intemperie, i suoi capelli spettinati e le rughe premature, aveva un’aria distinta e un che di nobile. Chissà cosa faceva prima.

“Dev’essere stato un gran bell’uomo”, pensò Calpurnia, forse un attore di film d’amore, o un pittore. Dimostrava una cinquantina d’anni, ma la bambina era sicura che non ne avesse più di quaranta. Aveva una voce profonda e rassicurante. Era l’unica persona alla quale Calpurnia si era affezionata, lì intorno, il suo unico amico. Aveva cercato di sapere qualcosa di più su di lui, ma Arturo si teneva sempre sul vago e dava risposte evasive. Qualche barbona pettegola diceva che la moglie l’aveva lasciato per un aviatore, e si era portata via i bambini, ma secondo Calpurnia non aveva la faccia da uomo sposato.

Chissà com’era poi la faccia di uno sposato.

– Serataccia, Art- si lamentò la bambina- finora non ho venduto un fiammifero-

– E chi vuoi che se li compri i fiammiferi, con tutte ‘ste luci?-

– Beh, non si sa mai..- rispose mogia Calpurnia.

– Tu piuttosto, cos’è quella faccia, non dovresti essere triste. Sei piccola ed è Natale! Non festeggi?- blaterò Art con voce pastosa. Aveva bevuto di nuovo. Calpurnia non lo sopportava.

– Non ho nulla da festeggiare- ribatté imbronciata e scontrosa.

– A me è andata meglio, guarda cos’ho trovato nella spazzatura! Quello stupido gattaccio se lo voleva bere lui..- disse Art con aria trionfante mostrando una bottiglia di whisky. Se l’era scolata quasi tutta.

– Beh, ti saluto bambina, vado a raccattarmi un boccone. Vieni con me? Non vorrai mica passare la Vigilia da sola spero…-.

– Ti raggiungo, sto ancora un po’ qua a vedere se passa qualcuno..- “E aspetto che tu smaltisca la sbornia”, aggiunse Calpurnia col pensiero.

– Come vuoi, bambina, au revoir, a dopo- la salutò Art col suo solito inchino.

Calpurnia rimase sola soletta al freddo, si raggomitolò con le ginocchia sotto il mento.

Arrivò miagolando un gattino grigio e spelacchiato.

– Ciao, Cialda, vieni un po’ qua-.

La micina si strusciò contro i piedi di Calpurnia.

– Mi dispiace, niente latte stasera- La bambina si mise la gatta attorno al collo – Così almeno mi scaldo le orecchie-.

La gatta cominciò a fare le fusa, Calpurnia stava per assopirsi quando una vocetta squillante la svegliò:

– Aiuto! – Calpurnia si guardò intorno, ma non vide nessuno – Cos’è, ho anche le allucinazioni acustiche, adesso?- E si riacciambellò con la gatta sulle spalle.

– Ehi, sei sorda? Dico a te, mi aiuti? Aiuto!- Calpurnia, infastidita, si alzò e camminò in direzione della vocina. Vide una luce in mezzo al buio del vicolo e, tra divani sfondati, reti di letti con molle rotte e altre cianfrusaglie accatastate, brillava un abat-jour.  La voce proveniva da lì.

– Aiutami!- ripeté la vocetta.

– Questa, poi- bisbigliò incredula Calpurnia. L’abat-jour si mosse e rotolò fino ai piedi di Calpurnia.

– Invece di fissarmi con quell’aria ebete, vuoi aiutarmi?- insisteva l’abat-jour.

– Aiutarti? Ma come…. Ma chi sei?- Balbettò Calpurnia.

– Su, poche ciance, prendimi in mano e strofinami vigorosamente, per favore, come se fosse una frizione-.

– U… Una… Frizione?-.

– Ma sì, sciocca bambina, hai capito benissimo! Su, sollevami e strofina con forza!-.

Calpurnia prese l’abat-jour e prese a strofinarla con la manica della giacca, ma non accadde nulla. Ricominciò a sfregare, più a lungo stavolta, e improvvisamente, con un guizzo di luce e uno strano FSSSCCCHHH, come quando si apre una lattina, una figura luminosa e fluttuante uscì dalla lampadina dell’abat-jour.

– Finalmente! Grazie mille di avermi liberato, chiunque tu sia!- esclamò esultante la creatura luminosa- Posso avere l’onore di conoscere chi ho di fronte?- domandò cortesemente la creatura, colma di gratitudine.

– Ca.. Ca… Calpurnia…-.

– Molto piacere, Ca Ca Calpurnia!-.

– Beh, no, Calpurnia e basta…-.

– Allora molto piacere, CalpurnieBasta!-.

– Insomma, mi chiamo Calpurnia! E tu chi sei, un elfo?- chiese la bambina attonita e meravigliata allo stesso tempo, guardando incredula l’abat-jour come se fosse priva di vita.

– Come, chi sono?!- domandò la creatura, quasi scandalizzata- Sono il Genio della Lampada!-.

– La… Lampada? Quale lampada?-.

– Ma come quale lampada, bambina mia, sei proprio tarda, quella lampada!- esclamò esasperato il Genio indicando l’abat-jour.

– Ah, quella lampada..- ripeté Calpurnia, come in trance.

– Senti, non perdiamo altro tempo, è Natale e quindi, se mi fai la cortesia di assumere un’espressione più intelligente, potrò esaudire quattro tuoi desideri-.

– Ma non erano tre?-.

– Sì, ma per Natale sono tutti più buoni, allora sono quattro- spiegò il Genio- Quindi? Cosa vorresti?-.

Se fino a quel momento Calpurnia non aveva quasi spiccicato parola coscientemente, non appena realizzò di avere quattro desideri a disposizione, non ci pensò due volte:

– Beh ecco, vorrei una casa per me e il mio amico Art, vestiti puliti, un paio di scarpe nuove e possibilmente un pollo arrosto, sai, ho un po’ fame-.

Il Genio, sensibilmente colpito dalla magrezza della bambina e dalla sua condizione, le fece una proposta.

– Senti. Visto che è Natale, potrei chiudere un occhio e fare un’eccezione. Sì, insomma, i desideri, intendo. Tre, quattro, dieci, che differenza fa? Puoi chiedermi quello che vuoi-.

– Ma io.. Ma io non saprei, davvero, non saprei cos’altro volere…-.

Il Genio allora pensò a tutto. Fece apparire un’enorme tavola con ogni bendidio, tacchino, pollo, faraona, maiale in agrodolce, vitello, capretto, verdure grigliate, frutta esotica, tiramisù e zuppa inglese, montebianco e profiteroles, vini pregiati, spumante, fragolino. E champagne. E un grande albero di Natale, sotto il quale comparvero numerosi pacchetti.

– Forza, scartali!-.

Calpurnia si avvicinò all’albero timidamente, e cominciò a scartare i pacchi. Un maglione morbido e caldo, calzettoni di lana a righe, scarpe di vernice lucidissima, un berretto e una sciarpa d’angora lavorati a maglia. Una bambola di pezza, un trenino, una spilla a forma di farfalla, un fermaglio per capelli, della bellissima carta da lettere.

– C’è qualcosa anche per il tuo amico- suggerì il Genio indicando Art, che nel frattempo era ricomparso e stava per svenire alla vista di tutta quella roba. Uno smoking, un’elegante cravatta azzurra, una scatola di sigari, una bottiglia di whisky piena, della brillantina, una giacca da camera di seta rossa, una penna stilografica.

Calpurnia e l’amico erano estasiati e increduli, non avevano mai visto né avuto nulla del genere.

La bambina cominciò a saltellare dalla gioia, mentre Art assaporò il gusto di un bel sigaro, e propose un brindisi col whisky.

– Manca qualcuno…- sussurrò il Genio a Calpurnia. La bambina si voltò con aria interrogativa e vide avanzare lentamente la gattina Cialda, visibilmente affamata.

– Ecco qua- il Genio fece apparire una ciotola piena di latte, un pupazzetto e una medaglietta dorata- Manca il pezzo forte, però- disse il Genio.

Calpurnia e Art si guardarono l’un l’altro, senza capire. Cos’altro avrebbero potuto desiderare?

Il Genio consegnò loro le chiavi di una mansarda (anche i Geni hanno dei limiti…) e due biglietti per un viaggio a Parigi per Capodanno!

– Sììì! Il più bel Natale del mondo! – Calpurnia, Art e Cialda si misero a fare il girotondo intorno all’albero, con la gente che li guardava incuriosita dalle finestre.

Calpurnia si buttò nella neve, esausta.

Si rialzò appena in tempo per vedere il Genio che rientrava nell’abat-jour.

– Ehm, non mi piace farmi vedere quando mi commuovo… Posso venire con voi a Parigi?-.

Il più bel Natale di sempre. Calpurnia, Art e Cialda trascorsero giornate felici, al calduccio e con la pancia piena. A parte una brutta indigestione di Art, filò tutto liscio fino al tanto atteso giorno della partenza.

Il trenta dicembre, in aeroporto, un bell’uomo alto, una bambina, una gatta e un’abat-jour salirono sull’aereo diretti a Parigi.

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