17Dic
2010
peopo-2

Ti puoi fidare del maghetto dalla barba verde?

Fiaba di: Lisa5

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La fiaba

Sì, bambini piccoli e grandi, questa storia me l’ha raccontata una bella, anziana signora che ho incontrato sul treno, quello che porta a Pistoia e che viaggia tra i monti dell’Appennino. Eravamo in partenza alla stazione di Bologna e si parlava del più e del meno, quando un nome, Marcello, gridato da qualcuno fuori dal treno, illuminò lo sguardo della sconosciuta…

– Marcello…. conoscevo un ragazzo di nome Marcello…

disse sorridendo al suo ricordo e il treno partì e il racconto ebbe inizio.

– Ero appena andata in pensione e i miei bimbi mi mancavano molto, così accettai di dare qualche lezione a quel ragazzino strano che …

Tra una galleria e l’altra, la luce inondava ora una montagna che sembrava la testa di un lupo, ora una cima orlata dalle ali di un gigantesco falco in picchiata, come se fosse stato catturato nella pietra per sempre e poi lo sguardo spaziava tra i boschi e il  verde disteso tra le valli. Come non farsi rapire, immersi in quella magia, dalle parole della signora dai capelli bianchi, disegnati da sottili fili azzurrati e dalla sua voce dolce, che narrava lenta e quieta come solo i vecchi sanno fare?

E allora… state a sentire…

C’era una volta, ma non tanto tempo fa, un bambino che  viveva felice, perchè giocava sempre.

– ma tutti i bambini giocano sempre!

Direte voi. Invece no, mica è così dappertutto! provate ad andare in quelle città, dove le automobili la fanno da padrone, dove gli adulti si infastidiscono se sentono chiassose grida di gioia o acuti strilli di piccoli, importanti litigi e vi accorgerete che, laggiù, le voci dei bambini sono spente, o rinchiuse in spazi angusti, insieme alla loro fantasia e alla loro libertà.

Marcello, però, era un tipo speciale: lui, nonostante tutto, giocava e con ogni nuovo gioco distruggeva un pezzetto di quelle barriere che il mondo degli adulti aveva costruito attorno a lui. Era sorprendente  come riuscisse a divertirsi con tutto quello che trovava! Certo, era pieno di giocattoli, comprati ovunque, ma anche senza quelli, sapeva creare tante occasioni fantastiche e appassionanti da vivere con tutti quegli amici che, in qualche modo, gli capitavano sempre intorno. E se non erano bambini come lui, erano i nonni, gli zii, gli amici di mamma e papà… insomma, che ci vuole ad inventare un momento di svago? Per lui ci voleva solo una scusa, una cosa senza importanza, forse, ma che con la sua fantasia diventava tanto, tanto affascinante!

Ma venne il primo giorno di scuola, poi il secondo e il terzo e così via … non finiva mai, una noia mortale!

Era quella la scuola? Tutte quelle ore circondato da tante facce serie e tutto quell’impegno ad essere uno più bravo dell’altro? risultato? A nessuno piaceva più giocare!

I suoi compagni di un tempo, ora, erano impegnati in lunghi e stressanti compiti a casa: schede, quiz, sciocchi libri vuoti e senza fantasia, numeri e lettere così complicati! Anzi, se non erano complicati abbastanza, non piacevano mica alle maestre, così quelle perfide cercavano di ingarbugliare di più le cose… e com’erano contente, dopo! Che gusto ci trovavano, poi? Mah!

Marcello non era bravo, anzi, era così scadente che molti compagni lo prendevano in giro e qualcuno addirittura lo evitava, ( che avesse paura, il meschino, che i brutti voto fossero contagiosi?) Per fortuna c’era ancora chi gli mostrava amicizia, dandogli qualche consiglio per migliorare, ma Marcello aveva le sue idee e, per nulla al mondo, avrebbe rinunciato a quell’universo magico e affascinante come una foresta verde e misteriosa che aveva dentro di sé. No, non l’avrebbe contaminata con un brutto gioco che avevano inventato gli adulti e che non capiva, o non voleva capire…

– Marcello è un asino, non può giocare con noi!

Quella faccia di palta di Gianluigi cominciava proprio a scocciare!

– Mica comandi tu!

Gi rispose, ma Gianluigi era il primo della classe, ammirato in maniera indiscutibile, perciò nessuno si fece avanti per difendere la sua vittima e, durante la ricreazione, rimase solo.

Quella non fu l’ultima volta, tante altre seguirono e Marcello si ritrovò sempre più isolato, in un angolo nel giardino della scuola, ad inventare giochi che nessuno voleva mai fare.

Fu così che la tristezza si impadronì di lui e che riuscì a rovinare tutto ciò che prima era meraviglioso, già, proprio la sua vita!

Non che fosse tutta lì, la sua vita, ma come comprendere le ragioni di quello che stava succedendo? Non aveva fatto niente di male, lui, anche la mamma e papà glielo dicevano, cercando di consolarlo! Poteva lasciarsi sconfiggere in questo modo? Ma contro chi, o cosa doveva combattere? Non riusciva proprio a capirlo e un giorno, chiuso in camera sua, si lasciò prendere dalla disperazione e pianse a lungo. Qualcosa, tuttavia, cominciò a nascere piano, piano in fondo ai suoi pensieri: era il ricordo dell’allegria e dei sorrisi che aveva suscitato in chi gli era stato vicino. Già, per merito suo, solo ieri, tanti ragazzini avevano trascorso pomeriggi indimenticabili, tra risate e avventure travolgenti. Lui era ancora “grande”, erano gli altri che erano cambiati! Non doveva arrendersi così, aveva dentro tanta forza da sconfiggere un esercito e ( ve lo dico io) non crediate che i tipi un po’ timidi e poco aggressivi come Marcello siano deboli: quando si mettono in testa una cosa, non si sa dove possano arrivare!

– Adesso basta! Non ne posso più!

Disse a se stesso. Finalmente! (Dico io). E siccome era proprio un tipo originale, unico al mondo, per risolvere il problema, scelse una strada che nessun altro sarebbe riuscito a percorrere. Si concentrò moltissimo sul suo desiderio, come non aveva mai fatto per alcun gioco prima di allora e …. e il pensiero partì alla ricerca di qualcosa, o di qualcuno che solo la sua fantasia poteva sperare di raggiungere.

– Ah! Uhmmm! Un caso davvero singolare, singolare e fortunato!

La voce un po’ stridula proveniva da una figura confusa che andava via, via a materializzarsi davanti ai suoi occhi. L’aveva trovato! Ci era riuscito!

– Mi adoperavo con la consueta diligenza ad assolvere i miei quotidiani oneri e, di norma, io…

Era apparso, ora, completamente, lo strano ometto, alto non più di un metro e mezzo e, come se niente fosse, aveva cominciato a fare discorsi per conto suo. Marcello spalancò gli occhi ancora rossi di pianto e, prima di riuscire a capire quello che stava dicendo il misterioso personaggio, lo osservò per bene: portava un’assurda parrucca arricciata che gli toccava le spalle, tipo “re sole” e camicia bianca a volants e giacca e pantaloni neri dal taglio antiquato, forse settecentesco? Boh, la storia non era il suo forte! Comunque, nell’insieme, il tipo non era molto attraente: aveva un colorito bianco – giallastro, una corporatura che tendeva al grassoccio, ma senza esagerare e un paio di occhi miopi, nascosti dietro le lenti piccole e rotonde.

Era un mago, daccordo, Marcello lo sapeva benissimo: l’aveva chiamato lui! Ma un mago così, come quello, proprio non se lo sarebbe mai aspettato! Tutto gli si sarebbe potuto perdonare, perfino la lunga barba verde che gli arrivava ai piedi, pettinata con cura e profumata di un nauseabondo aroma alla rosa marcia, ma la parrucca no! Si è mai visto un mago con la parrucca? Ah, dimenticavo, arancione, per giunta!

– Ti dirò, gentile fanciullo…

Quello continuava a parlare a ruota libera, ma che strano linguaggio! a fronzoli e ricci come il posticcio che portava sulla testa!

– Marcello, mi chiamo Marcello!

Lo informò subito il nostro amico, interrompendo la

contemplazione che avrebbe potuto mettere a disagio lo strano ometto. Figuriamoci, quello era un tipo inossidabile e i giudizi degli altri non gli facevano proprio un baffo!

– A, beh, già, Marcello… dunque Marcello, come ti dicevo pocanzi, mi giunse, repentina la tua accorata prece. Ebbene, son qui per esaudire quel tuo ardente desio. Prego la formulazione!

– Ma sì, prego, la richiesta formale!

– Uh?

– Parla, che vuoi?

Si spiegò, finalmente, il mago con voce un po’ stridula e con un’aria decisamente spazientita.

– Ah, sì, certo: vorrei diventare bravo a scuola, anzi bravissimo, anzi il più bravo e senza fare troppa fatica!

Se magia doveva essere….

– Bene, bene… ma tra la gente d’onore è d’uso compensare colui che di un beneficio ti gratificò!

– Cosa?

Che tipo impossibile! Ma che voleva dire quello?

– Insomma, che mi dai in cambio, rozzo villico?

“Rozzo villico? Sembra un insulto, ma forse no. E’ megliofar finta di niente, non si sa mai…”

Pensò Marcello e rispose:

– non ti posso dare molto, non ho che …

e cominciò a vuotarsi le tasche

– Questo serve per rompere i sassi, questo per tagliuzzare piccoli pezzi di legno, questo per legare, questo lo puoi suonare e questa polvere, se la mescoli a quest’altra … ah… poi ci sono i giochi, là, sullo scaffale…

– Mmm… quelli no, sono allergico alla plastica, mi fa starnutire… oh,  ma di queste cosucce che serbavi così graziosamente nelle bisacce, tutto mi aggrada, perciò occorre che a codesto gentil omaggio accompagni il protocollo d’uso.  Sei disposto or dunque a concedermelo? Intendimi: acconsenti, o giovane, ad alienare la tua singolare perizia, affinchè io possa utilizzare, nonchè manipolare, nonchè riprodurre, questi ed altri elaborati del tuo ingegno?

Marcello continuava a non capire un fico secco, ma, in fondo, che cosa si poteva mai chiedere a un tipo come lui? Un protocollo d’uso? Che se lo pigliasse, qualsiasi cosa fosse!

– Certo, prendi pure tutto!

Il mago sorrise e al nostro amico, chissà perchè, sembrò strano quel sorriso. Gli rimase a lungo impresso nella mente, anche dopo che il misterioso ometto, suggellato il patto con una stretta di mano, svanì improvvisamente, così come era apparso, lui e la sua lunga barba verde odorosa.

Quel sorriso appariva lì, fastidioso, ogni volta che Marcello prendeva un bel voto a scuola. Ad ogni suo immancabile successo, la faccia del mago gli si manifestava nitida, con quella smorfia sulla bocca che sembrava le facesse trattenere, a stento, l’esplosione di un trionfo e gli occhi… quei lampi maligni che li illuminavano suggerivano immagini più inquietanti, come se li muovesse un pensiero del tipo:

– Ho fatto l’affare della mia vita!

– Che strano…

Rifletteva Marcello. Altro che strano! Ben presto avrebbe capito il significato di quel baratto e non sarebbe stato certo piacevole per lui!

State un po’ a sentire quel che accadde dopo….

Per molto tempo, il ragazzo assaporò le vittorie scolastiche che arrivavano puntuali, senza troppa fatica, come richiesto, insieme all’apprezzamento dei compagni che ora lo rispettavano come un capo. Ma ci si stanca presto ad interpretare una parte che non ci si addice, anche se, indubbiamente, gratificante. Già, il rumore che circondava Marcello era diventato fastidioso, non poteva durare per sempre, lui aveva bisogno anche di silenzio e, (perchè no?) di un po’ di solitudine per riscoprire il piacere della propria fantasia.

Ma, per quanto ci provasse, non riusciva più a ritrovare il

filo colorato che legava la sua mente ai pensieri che immaginavano, che costruivano mondi incantati che facevano sognare… non era più capace, insomma, di giocare! Ed ecco, l’amara scoperta:

– Ho venduto tutto al mago! Adesso capisco, senza saperlo gli ho dato la mia magia, perchè anch’io sono un mago, o meglio ero…. adesso lo so! Avevo dei poteri straordinari e me li son fatti rubare come uno scemo, ahimè!

– “Brutto imbroglione, mi hai ingannato!”

Questo gli avrebbe detto non appena, non appena …

Ma … e se fosse stato troppo tardi?

Andiamo avanti e vediamo che succede…

Marcello non era certo il tipo che si perde d’animo, noi lo sappiamo bene! Fece i suoi piani con grande determinazione, ma decise di sospendere momentaneamente le ostilità a causa di una festa di compleanno che lo attendeva. Al ritorno, però, era ancora più furibondo, forse perchè non si era mai annoiato tanto ad una barbosissima festa come quella e, appena in casa, andò a rintanarsi subito tra le mura della sua amica stanzetta. Si accoccolò sul tappeto morbido, sotto la finestra e, con le mani sulle tempie, lanciò, ancora una volta, il suo pensiero in orbita, in cerca del nemico.

Purtroppo, nonostante si impegnasse con grande volontà e concentrazione, non riuscì a far decollare neppure una piccola idea, un piccolo punto di domanda: la sua fantasia, ora, aveva le ali troppo corte e non riusciva più ad alzarsi, nemmeno di un millimetro. Cosa poteva fare a questo punto? Aveva un grosso cervello, ma non serviva a niente!

Un grosso cervello? Ma certo!

– Un amplificatore! Mi ci vuole un amplificatore di onde cerebrali ZETA + ! ! !  Ecco la soluzione!

Certo, ora Marcello era in grado di fare grandi cose con la sua mente, in parte potenziata dalla magia, ma non crediate che avesse imparato ad usarlo, tutto quell’ingegno formidabile che si ritrovava. Non illudetevi, un conto è avere cervello, un conto è saperlo adoperare!

Infatti, il novello genietto si mise al lavoro e ci vollero

diversi e svariati tentativi, alcuni dei quali assai maldestri, per riuscire finalmente a mettere insieme i pezzi dell’aggeggio più incredibile e pazzo che si sia mai visto. Ma forse… forse avrebbe funzionato!

Ancora qualche settimana di febbrile attività, di pomeriggi spesi in solitudine e poi, tutto si sarebbe risolto.

Non c’era tregua alla sua disperata corsa verso la meta.

Dopo scuola, dopo un pranzo veloce e silenzioso, se ne andava in camera sua, seguito dagli sguardi preoccupati di mamma e papà che non capivano, ma presto ci sarebbe stato il collaudo e allora…

– Contatto! Accensione! Sei qui furfante, imbroglione!

C’era riuscito: il mago era di nuovo lì, davanti a lui, con l’aria più stupita che mai.

– Come cavolo hai fatto?

Disse quello, dandosi dei colpetti al vestito nuovo per togliere del fango secco che gli si era appiccicato addosso e, subito dopo, cominciò ad inveire contro la stanghetta degli occhiali da sole che si era incastrata nell’orecchio sinistro, mentre li sfilava.

Era letteralmente un’altra persona: calvizie in mostra, colorito acceso, occhi brillanti (forse aveva le lenti a  contatto?) e un linguaggio da discolo di periferia che qui non potrò riportare fedelmente, cercate di capirmi… Solo la lunga barba verde, anche se adesso era tutta arruffata e profumata di aromi di bosco, rimaneva, unica testimone a ricordare il personaggio conosciuto in precedenza.

– Non può essere vero, tu non puoi piu…

– Certo che posso!

Rispose Marcello un po’ saccente

– Con un amplificatore di onde cerebrali ZETA+…

– Comunque non si torna indietro: quel che è fatto, è fatto!

– lo dici tu!

Marcello passò all’azione. Rapido e con grande destrezza afferrò la lunga barba verde del mago con una mano e con l’altra le posizionò vicino una forbice affilata, pronta al taglio netto. Aveva organizzato proprio tutto per bene, perchè si sa , la cosa peggiore che possa capitare ad un mago è di farsi tagliare la barba!

– Nooo!!! Non farlo, mi rovini! Ti prego, non vivevo più in mezzo a tutti quei libri, dovevo trovare il modo di … oh! E i colleghi? Quei tromboni! Puzzavano di muffa marcia…. dovevo scappare, non ce la facevo piùù!

Scusa, ma tu che avresti fatto? Ti saresti sorbito tutti i giorni i loro discorsi pedanti, noiosi come delle giaculatorie? Si può impazzire, sai? Ma che fai? Nooo!!! La barba no!

Perdonami…. la mia magia! Perderò i miei poteri! Fermati, per carità, ti darò quello che vuoi!

Finalmente!

– Voglio ciò che mi hai tolto!

Il ragazzino, con quell’aria così decisa, effettivamente metteva un po’ di paura.

– Non si può fare a metà? In realtà non ti è andata poi così male; ti ho fatto fare tante belle figure, no?

Effettivamente… Un filo di speranza cominciava a germogliare nel cuore del maghetto. In fondo ci è un po’ simpatico e anche lui ha le sue ragioni, non vi pare?

– Mmm…

Bofonchiò Marcello

– Guarda che ti conviene…

Incalzò la vittima fiduciosa, cominciando ad illustrare con grande abilità oratoria i vantaggi di quel compromesso (non aveva perduto la chiacchiera l’ometto!)

Ebbene, ora veniva il bello. Che fare?

Come decidere di fronte a un tale dilemma?

Prendere o lasciare?

Far tornare tutto come prima o accettare un po’ di gloria?(un po’, mica troppa!) Voi che avreste fatto?

E che cosa avrà deciso, poi, Marcello? Mah, io questo, purtroppo, non ve lo posso dire, perchè non lo so. La vecchia signora che mi ha raccontato questa storia non me l’ha potuto dire e mi ha lasciato così, proprio sul più bello. Forse voleva creare un po’ di suspence per il gran finale, per questo, prima di concludere aveva aperto la borsetta e mi aveva offerto una delle sue squisite caramelle alle erbe alpine e in quel momento, mentre si scartocciava insieme gli zuccherini, proprio in quel momento, dicevo, il treno si è fermato e ….

– Cielo, devo scendere!

Ha esclamato, dandosi una pacchetta sulla fronte e, raccolte le sue cose, si è avviata lesta, lesta verso l’uscita; in un attimo, era scomparsa! l’ho rivista un attimo dopo, sul marciapiede della stazione, laggiù, che mi salutava con la mano e con un sorriso. Poi, poco prima che il treno ripartisse, è riuscita a gridarmi qualcosa, ma non so se ho capito bene: c’era un frastuono, una confusione di voci e rumori! Sì, mi sembrava proprio che dicesse:

– ….compromesso … felice … mago … amico … se ci rivedremo, te lo racconterò!

– Che avrà voluto dire con quelle frasi interrotte? Già ci si era messo pure il fischio del treno a peggiorare le cose! Ma quando mai potrò rivedere quella strana, vecchia signora? penso proprio che sarà difficile, perciò, se incontrate un tipo come Marcello, in giro, un ragazzino un po’ timido, con la testa tra le nuvole, che ha sempre voglia di giocare, beh, venite a dirmi qualcosa, perchè non sto più in me dalla curiosità.

FINE

Volete sapere qualcosa di più sui Saggi del Gran Consiglio Auluncio? Beh, c’è poco da dire: sono quattro anziani, due maghi e due maghe. I primi hanno la barba lunghissima ( ovviamente) e completamente azzurra, perchè si sa, invecchiando, gli Aulunci azzurrano la barba, come i baffi e i capelli ( se ne hanno ancora e in genere non succede). Le Aulunce, invece, sono provviste di lunghe e folte chiome bianche che raccolgono sul capo, a volte con giri di lunghe trecce, come certe nostre nonne … mmm … meglio dire bisnonne, perchè le nostre nonne hanno quasi sempre i capelli corti e tinti di rosso. Devo riconoscere che sono molto gradevoli a vedersi quelle maghette, soprattutto se indossano i loro vestiti vaporosi, cosparsi di minuscoli disegni dai tenui color pastello. Ma non fatevi ingannare da questo aspetto così tenero, poichè le une e gli altri sono giudici inflessibili e pretendono il rigoroso rispetto delle regole Aulunce che sono vecchie di migliaia di anni e puniscono severamente chi le trasgredisce. Ma eccoci, come promesso, alle punizioni. Cominciamo da Pèopo che fu condannato a rinunciare agli spaghetti con pomodoro e basilico freschi e olio d’oliva (che sapete quanto adora) e per un mese e mezzo addirittura! Sapevano benissimo dove andava a mangiarseli, il meschino! E passiamo a Barbacco che l’aveva fatta veramente grossa! Ebbene, il poveretto ebbe il crudele compito di sistemare la biblioteca Auluncia e voi non potete immaginare quanto fosse senza speranza quella missione, visto che Tomone, il biblotecario titolare, era il più grande disordinato, pasticcione e confusionario che ci fosse ad Auleia. Comunque, c’è da dire che era solo per l’inverno e tre mesi volano… Tomone, dal canto suo, l’avrebbe passata liscia se non si fosse tradito da solo, quando, durante la festa del Calendimaggio, aveva alzato troppo il gomito e si era messo a fare il monello esibendosi con le imitazioni dei Quattro Grandi Saggi del Consiglio Auluncio.  Non l’avesse mai fatto! Proprio lui, un mago così equilibrato! E poi, prendersela con i Quattro che di più permalosi non ce n’era ad Auleia! Infatti i Saggi se la legarono al dito e, siccome ogni Auluncio ha una marachella da nascondere, basta cercare …  i perfidi, usarono il vino rosso come siero della verità. Risultato? Ahimè! Tomone finì al bosco, al posto di Barbacco, a raccogliere erbe per tisane e tutto questo, per un anno intero!

Severi, ma giusti, i quattro Saggi ! E c’è da dire, inoltre,

che le terribili sentenze non sono arbitrarie. Prima c’è un regolare processo… regolare sì, ma, a pensarci bene, forse, a noi apparirebbe perlomeno un po’ strano. Comunque è meglio che un umano non vi assista, glielo auguro per il suo bene!

Già, perchè, in un’aula gremita di Aulunci, esso si svolge

nella confusione più totale, con decine di voci che si

sovrappongono e che diventano sempre più acute, mano a mano che l’atmosfera si riscalda. Se li vedeste! Braccia che si agitano, fogli che svolazzano in aria e perfino qualche tirata di trecce o di barba e qualche piede pestato per rappresaglia. Ognuno può dire la sua, in questo modo, ma chi ascolterà, poi, veramente? Boh!

Alla fine gli Aulunci hanno le guance in fiamme e la gola secca, anzi, una raucedine coi fiocchi ed è quello il momento in cui, invariabilmente, si conclude il processo, più a causa dello sfinimento generale che per un accordo raggiunto. Così i Saggi pronunciano la sentenza e lo fanno sì, con grande solennità, ma con un filo di voce, la qual cosa risulta un tantino ridicola. E chi ci fa caso poi? Non vedono l’ora, tutti, di andare a bere un generoso bicchiere di spremuta di “pignolancio”, che è un toccasana, credetemi, per quelle irritazioni alle corde vocali!

Ah, dimenticavo, dopo la bevuta, uno dei Saggi comincia a raccontare una storia edificante e tutti ascoltano attenti, perché gli Aulunci – Bambinaie potranno raccontarla, in seguito, ai loro piccoli amici umani. Ma si sa, i maghetti hanno una natura ribelle e quella storia verrà sì narrata, prima o poi, ma… completamente stravolta! Prendiamo, ad esempio la fiaba del fiume, leggetela e poi leggete quella che segue: capirete!

Leggi tutte Le storie di Pèopo.

Questa favola è pubblicata da Boopen (www.boopen.it) nel libro dal titolo: Magie Verdi in Città. Buona lettura.

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