25Lug
2012
tullipan

Tullipan

Fiaba di: mrx1970

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

C’era una volta, quando non si sa, una principessa che si chiamava Tullipan, che nome strano direte voi, ma tanto strano non è, perché il suo papà, Re Gaudio, gli diede quel nome quando la vide per la prima volta nella culla.

Re Gaudio era un re buono che amava viaggiare e conoscere il mondo (ma questa è un’altra storia) e nel corso dei suoi viaggi vide tante cose belle, ma bella come quella bambina nella culla non aveva mai visto nulla.

Era così felice che quando dovette scegliere il nome per sua figlia cercò nella sua memoria il posto più bello che avesse mai visto e si ricordò di un bellissimo campo di tulipani in Olanda, illuminato dalla luce dell’alba e bagnato dalla rugiada, quell’immagine magnifica gli ricordò la bellezza di sua figlia e da quel giorno la principessa fu Tullipan.

 

Un giorno la piccola Tullipan era a cavallo con suo fratello, il Principe Arguto , anche lui come il Re amava viaggiare e conoscere il mondo tanto che si sposò con una duchessa di un paese lontano e li visse felice e contento (ma questa è un’altra storia), insomma il Principe volle accompagnare la sorellina in un posto magico, il prato incantato perché sapeva che in quel posto sarebbe stata felice.

Il prato incantato era un prato; se lo guardavi distrattamente non vedevi altro che una distesa di fiori, erba, piante, qualche animaletto, insomma un semplicissimo prato, ma se ti concentravi e osservavi con attenzione potevi scoprire che tutto era vivo, magico, misterioso.

Arrivati al prato Tullipan scese dal cavallo e cominciò a camminare nell’erba e subito si rese conto che tutto era speciale, i fiori si girarono ad ammirarla, ma non l’avrebbero mai ammesso, infatti le rose commentavano “Tutto lì? Mi avevano detto che era bellissima, vista da vicino direi che è carina”, ma si sa le rose sono altezzose e un po’ invidiose, infatti hanno le spine per l’invidia, quei bellissimi fiori che chiamiamo “occhi di Maria” dicevano “il nostro azzurro è più azzurroso dei suoi occhi, niente di che”, ma anche loro erano gelosi, infatti il loro azzurro sarebbe durato forse l’arco di una stagione mentre gli occhi di Tullipan sarebbero brillati per sempre.

E così tutti commentavano e parlavano, in tutto quel chiacchiericcio l’unico che in silenzio rimase era un seme, un po’ tondo, timido, la osservava e pensava “Wow!”, e basta.

Tullipan lo notò subito, lo raccolse, lo guardò e disse: “Boh?” (a volte non era di tante parole), lo rigirò tra le mani e prese una decisione “Lo pianto e vediamo cosa crescerà” e così fece, scelse un angolo del prato che gli ispirava fiducia, scavò una piccola buca e lo piantò.

Nei giorni seguenti venne a bagnare regolarmente quell’angolo di prato, a volte anche con le lacrime perché gli mancava il papà durante i suoi lunghi viaggi (ma per fortuna la Regina Vera era una donna forte e sapeva alleviare quei momenti di tristezza, ma questa è un’altra storia) e avvenne il miracolo (niente di eccezionale), da quel seme strano nacque qualcosa, all’inizio una foglia, poi due, un rametto e via via crescendo divenne un piccolo arbusto.

Ormai cresciuto il seme, diventato albero, tutti nel prato si chiesero “Ma che cos’è?”, effettivamente non si riusciva a capire di chi fosse parente, non aveva la maestà di una quercia, nemmeno l’eleganza di una magnolia, non sembrava nemmeno un pino, un abete, un cipresso, non aveva la grandezza del baobab e nemmeno la tristezza del salice.

Sembrava soltanto un albero, ma uno di quegli alberi disegnati dai bambini, ma non delle scuole medie, diciamo delle elementari, avete presente quegli alberi che hanno un tronco, qualche ramo e una chioma di foglie che ricorda una nuvola (diciamo che il bambino non sapeva disegnare molto bene), inoltre il bambino dispettoso probabilmente aveva finito il verde brillante e per colorare le foglie aveva usato varie tonalità di verde, era proprio strano, ma eravamo in un prato incantato quindi tutto era possibile.

Ma Tullipan non guardava questi particolari e decise di dargli un nome, Albero, semplice ed efficace; quello era il suo Albero, l’aveva piantato, l’aveva curato e l’aveva protetto quando era in difficoltà (i temporali e le tempeste di vento erano molto pericolosi) e grazie all’aiuto di Tullipan l’albero affondò sempre più le radici nel terreno del prato incantato e divenne un albero grande e grosso, più grosso che grande, ma quel che importava veramente è che divennero amici per la pelle e corteccia.

Tullipan e Albero passavano parecchie ore a parlare, a confidarsi, a confrontarsi, entrambi avevano un dono, sapevano ascoltare e rimanere in silenzio quando serviva (tante volte le parole sono inutili), la loro era un’amicizia profonda, più profonda delle radici di Albero; Tullipan sotto le foglie di Albero, cantava e ballava (Albero no era proprio un tronco) e così crebbero insieme e condivisero tanti momenti belli e alcuni brutti.

La piccola principessina Tullipan, divenne la giovane principessa Tullipan e si narra che per lei ci furono molti duelli tra i cavalieri, i nobili e chiunque avesse un barlume di cervello, per conquistare il suo cuore.

Ci fu un vincitore, il giovane Cavaliere Risoluto che nel corso di lunghi e annosi duelli sconfisse tutti gli avversari e conquisto il cuore di Tullipan.

I due giovani si sposarono sotto i rami di Albero, perché questi doveva essere testimone della loro unione e da allora vissero a volte felici e a volte contenti, perché se uno è sempre felice e contento immaginate che monotonia? Volete mettere l’arcobaleno dopo un temporale, l’alba dopo una notte buia, il sorriso dopo un pianto?

Insomma formarono una famiglia, una bella famiglia in un bel castello e quel castello venne allietato anche dalla nascita di due bellissimi bambini la principessina Bella (non vi poteva essere altro nome) e il principino Volpe (perché come una volpe era furbo e bello).

Ma nonostante Tullipan avesse ormai una famiglia non si scordava del suo amico Albero e regolarmente andava a trovarlo, per parlare o anche solo per riposare sotto i suoi rami.

Con l’andare degli anni le foglie di Albero presero un colore uniforme, diciamo grigio-verde, ma fortunatamente cadevano molto raramente, tutti pensavano che Albero fosse anche diventato saggio con il passare del tempo, ma questa era un opinione fasulla perché tutti immaginavano che le profonde radici gli permettevano di conoscere i più intimi segreti della natura, ma in realtà le profonde radici di Albero erano sempre solleticate da quelle talpe burlone che si divertivano a pizzicarle.

Tanto che anche Albero si divertiva a fare scherzi agli altri abitanti del prato incantato (ma questa è un’altra storia).

Una notte, una di quelle notti buie in cui anche la luna e le stelle si nascondono per la paura, Albero senti dei piccoli strilli e vide dei lupi che inseguivano una piccola fata che scappava disperatamente, Albero piegò un ramo e fece salire la fatina e questa corse sul punto più alto dell’albero, dove i lupi non avrebbero mai potuto raggiungerla.

La piccola fata si riposò tra i rami di Albero e quando si riprese dalla fatica e dallo spavento volle ringraziare il suo salvatore facendogli un regalo, gli disse: “Io sono una fata e per ringraziarti ti farò un dono, tornerò nel mio paese a prendere la polvere Ardimentosa, è una polvere magica che ti permetterà di realizzare qualsiasi tuo sogno o desiderio, ma non quei desideri banali come un giocattolo nuovo, un giullare o cose simili, ma realizzerà i tuoi sogni più semplici e profondi, quelli che tieni nascosti nel cuore”, Albero non sapeva che dire, non aveva mai pensato ai suoi sogni, era soltanto una pianta, ma ringraziò la fata.Questa partì e disse: “Tornerò presto con la polvere magica, mi raccomando guarda in fondo al tuo cuore”, ma quello che Albero non sapeva è che la fata che lui aveva salvato era la fata Svagata, nota per dimenticarsi sovente quello che diceva e prometteva.

Albero cominciò a guardare in fondo al suo cuore e cominciò a pensare; e pensava e pensava, passava i giorni a pensare, finché una mattina, dopo un temporale forte forte disse tra se e se “Mi piacerebbe fare una doccia, calda, con tanto sapone e shampoo, magari le mie foglie torneranno verdi” e capì che quello che gli sarebbe piaciuto provare almeno una volta era riuscire a camminare, muoversi, ballare, fare la spesa al mercato, giocare a pallone e non fare solo il palo della porta, stringere le mani di un amico, insomma tutti quei piccoli piaceri e gioie che tutti diamo per scontati e non vediamo più in fondo al nostro cuore.

Era deciso, quando la fata gentile sarebbe tornata il suo desiderio, il suo sogno sarebbe stato quello! E fiducioso aspettò.

Gli anni passarono, Tullipan e il Cavaliere Risoluto, vivevano come tutte le famiglie con i momenti di gioia e i momenti di tristezza, il loro regno fiorì e tutti vivevano sereni, i principini crescevano felici e Albero era sempre li con le sue radici, i suoi rami, il suo tronco e le sue foglie ad ascoltare, parlare, ridere con Tullipan, la sua famiglia e i suoi amici.

E Albero aspettava con serenità e calma il ritorno della fata Svagata, ma in fondo tutti sanno che gli alberi sono pazienti e, per fortuna, secolari.

E tutti vissero qualche volta felici e qualche volta contenti (ma questa è un’altra storia).

Commenta la fiaba



Altre fiabe che potrebbero piacerti