02Gen
2018

Pata e l’acqua asciutta

Fiaba di: barbara cerrone

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La fiaba

Parte prima

La partenza di Pata

Nel paese dove il vento non soffia, Pata aveva ripreso la vita di sempre, ma senza Pùnfete.

Era un grande giardiniere, il più bravo curamargherite del mondochec’è. Da ogni dove e da ogni come venivano in cerca di lui per tirar su margherite un po’ rachitiche o per salvarne altre scalpicciate dai piedi di qualche pestaterra. A volte, la sera, era così stanco che non vedeva la ciotola della minestra e ci si addormentava sopra come su di un cuscino di viole.

Tutto questo gran lavorare, in realtà, lo aiutava a non pensare alla triste separazione dal fratello del quale non aveva avuto più notizie da un passamese: la bolla d’aria, infatti, era quasi sgonfia per mancanza di ossigeno e si era dovuta trascinare a fatica fin sul ghiaccio che non ha nome, dove l’aria respira bene, per fare rifornimento e riprendere il servizio.

Tutto il paese che si muove era in fermento per questo grave inconveniente che aveva bloccato i trasporti e i messaggi da un giro all’altro del giramondo. Figuriamoci per Pata che guaio doloroso era quello, poiché significava non saper nulla del fratello e non poterlo andare a trovare neppure per uno schizzo di giorno.

La vicina della strada chiusa aveva notato il dolore di Pata e un giorno, poiché le stava a cuore la felicità di ognuno, chiese al povero Pata cosa lo angustiasse.

“Buongiorno, buon Pata, che ti passa negli occhi e nel cuore che sei tanto triste? Forse il pane del forno non è più buono come un tempo? Forse le margherite non stanno bene e non trovi la cura? Forse …”

“Oh, buona vicina,” la interruppe Pata, “ niente di tutto questo. E’ per mio fratello Pùnfete che sono in pena. Sai che la bolla d’aria è a far rifornimento e nel frattempo non porta notizie…beh, non so più nulla di Pùnfete da un bel po’, non so che ne sia di lui, né posso andarlo a trovare: sono disperato!”

“No, no, caro Pata,” lo rincuorò la vicina, “ non fare il piangidisgrazie, vedrai che presto la bolla tornerà in servizio e tu potrai sapere di tuo fratello, il quale, poverino, sicuramente sta bene e ti pensa. E’ un ragazzo forte e sano, che vuoi che gli sia successo? Sta bene, credi, non ti angustiare più o ti verrà il colore della notte spenta e non potrai più uscir dalla porta.”

“Giusto, ma se la bolla tardasse tanto? Come farà il mio cuore di fratello a reggere il dolore? So di un fratello che per questa tristezza ha avuto i cocci nel cuore per un anno della luna e un anno del sole. Come farò, come farò?”

“ Non ci saranno cocci nel tuo cuore, Pata! Comunque, se proprio non resisti e vuoi notizie più presto del veloce, ecco, un modo ci sarebbe ma è piuttosto complicato, di solito ci vuole l’amore di più fratelli per riuscire nell’impresa.”

“Dimmi, dimmi, io ce la posso fare: ho l’amore di dieci fratelli dentro e non mi spaventa nulla se serve a farmi sapere come sta Pùnfete.”

“Bene, figliolo, se è così…dunque, c’è in giro una voce lasciata dalla bolla due giromesi fa che racconta a destra e a manca di un messaggero strano.

Abita nel fondo della valle piana, non è un professionista come la bolla e non trasporta né pestaterra né altre creature, ma all’occorrenza, e solo al chiaro di luna lattiginosa, la sostituisce per una notte nel dare e prender messaggi. E’ un tipo davvero strano, però, stai attento, perché se lo contrari è capace di non partire e di metterti contro anche la bolla! Devi dargli sempre ragione, soprattutto quando ha torto, mi raccomando, o tutto andrà in fumo e non saprai più nulla di Pùnfete.Te la senti?”

“Me la sento, so che ce la farò com’è giusto che sia quando bisogna farcela. Com’è fatto, il messaggero? ”

“Oh,” ridacchiò la vicina, “ il personaggio è strano assai, come potrai vedere, lo riconoscerai, stai tranquillo, non è questo il problema! Ora debbo andare, ti saluto, caro Pata, auguri e fammi sapere com’è andata.”

La buona vicina se ne andò, lasciando Pata ai suoi progetti di viaggio e alla speranza che gli aveva fatto rifiorire il viso.

L’indomani Pata, di buon mattino e di buon umore, lasciò la sua amata casa per il viaggio verso la valle del messaggero, con un panino di verdure nella tasca destra e un dolce di castagne del bosco fiorito nella tasca sinistra.

Camminando a piedi stretti e con la velocità del desiderio, in un quarto d’ora lunga si ritrovò davanti alla casa del pensatore, a qualche spicciolo di minuti dall’acciottolato che, per chi non ha troppa fretta, porta in meno di un giro d’ora alla valle piana.

“Oh, sono già così stanco e ancora non sono neanche a metà del percorso!” sospirò Pata, un po’ scoraggiato.

“Chi si lamenta inutilmente? Non sa costui che il lamento altro non è che la forza dei deboli?”

“Oh, chi parla? Chi c’è nel giorno chiaro che si nasconde nell’oscuro?” chiese Pata.

“Non vedi? Allora sei uno dei tanti ciechi che credon di vedere” continuo’ la voce, potente come l’ultima frana del masso nero che nell’anno dei girasoli aveva sepolto il campo delle margherite di Pata.

“Non credo d’esser cieco eppure non ti vedo: chi sei? Ti prego, non mi spaventare, sono solo un fratello che cerca il fratello e soffre per non aver sue notizie!”piagnucolò Pata, girando la testa attorno come una trottola.

“Uhm, dicono tutti così, dicono di non esser né ciechi né sordi, eppure non vedono e non sentono. Comunque avvicinati, figliolo, voglio vederti meglio.”

“Ecco, mi avvicino, ma…dove, se non ti vedo?”

“Avvicinati e basta!” tuonò la voce.

Pata, con le ginocchia che s’incrociavano per farsi coraggio, si avvicinò al suono della voce.

Con suo grande stupore, si rese conto che questa aveva una specie di aura attorno, una luminescenza, verde come lo smeraldo. Capì che quello era il colore della voce e cominciò a farsi il coraggio della curiosità.

“Fermati, ora e guarda meglio: mi vedi?” chiese la voce, facendosi più chiara.

“No, non ancora, mi dispiace, purtroppo non…ohhh!” gli occhi di Pata si erano fatti grandi come il cielo per la meraviglia, poiché dentro la luminescenza, al centro del verde più smeraldo e più scuro, un omino piccolo come l’indice di

una mano stava seduto su una foglia di platano, con un libro nella mano destra e un foglio bianco, tutto da scrivere, nella sinistra.

“Ma tu chi sei?” chiese Pata. “ Sei forse il pensatore che abita qui?”

“Sì, amico, sono io, non temere, a dispetto della mia grossa voce sono inoffensivo. Ma tu che fai da queste parti? Sei un giraterra? Nessuno viene mai a trovarmi, nessuno passa mai da qui, se non qualche cercarisposte.”

“No, non direi che sono un giraterra e nemmeno un cercarisposte, come ti ho già detto cerco notizie di mio fratello.”

“ Strano, non ti capisco, non ci sono fratelli qui anche se, a dire il vero, da un po’ di tempo non ci sono più neanche risposte… sai, se ne trovano sempre di meno e chi le cerca spesso, torna a casa deluso.”

“E’ evidente che non ci sono fratelli qui, infatti, io cerco notizie del mio, ma non qui e non da te, so che non hai le risposte che cerco.”

“Ah, bene, bene, e chi le ha?”

“Pare le abbia uno strano messaggero che abita nel fondo della valle piana.”

“Ahhhh, capisco. Dunque, in realtà è questo messaggero che cerchi? Bene, bene, ma senti un po’: ti dispiacerebbe se venissi con te dal messaggero? Come ti ho detto, non ho più molte risposte da dare, così…beh, magari il messaggero può darmene qualcuna, chissà. E poi, chi non cerca non può trovare ed io devo ricominciare a cercare e cercando forse trovare.”

“Oh, basta, per carità, non confondermi le idee già confuse. Parti pure con me e vediamo cosa succede, ma non fare discorsi come le matasse intricate o ci perderemo.”

“Va bene, va bene, ma, caro figliolo, non è colpa mia, sono un pensatore e fare discorsi ammatassati è il mio lavoro.”

“Lo so, lo so ma trattieni le parole il più possibile e lascia le migliori per il messaggero, potrebbero servirci.”

Così, preso quest’accordo da buoni amici, i due girarono di trecentosessantanove gradi gli alluci in direzione della valle piana.

Sotto i loro piedi, l’erba verdegiallarosa dei campi di oltre paese, si piegava ondeggiando, mentre il vento propizio dell’ovest, profumato di mirto solitario, li faceva starnutire a ogni soffio.

Dall’alto del cielo più vicino, una morbida sera cominciava ad affacciarsi dalle nuvole sparse, mentre il sole si era già approssimato al suo letto e la luce del giorno, imbronciata, come sempre faceva capricci e non voleva andare a dormire.

Pata e il nuovo amico girocamminarono con il passo di una speranza così grande che dall’acciottolato alla valle piana il loro cammino fu svelto e facile, tanto che i due, oramai in confidenza e in grande amicizia, si abbracciarono saltellando per la gioia di essere giunti così presto e così bene alla meta.

In preda alla felicità del sole d’estate si affacciarono sul bordo del fondo della valle piana, per vedere se c’era il misterioso messaggero.

Frrr, frrr…Frrrr, frrrr, frrr…

“Cos’è questo fruscìo?” chiese Pata, allarmato.

“Mah, chissà, forse è un grillo o forse una formica che passa.”

“Sarà, ma non si vedono né grilli né formiche qui intorno.”

“Sono così piccoli, non è facile vederli.”

“Giusto, ma….un momento! Vedi? C’è qualcosa che si muove laggiù!”

“Dove, dove, dove?”

“Ecco, segui il mio dito dopo che ha fatto un giro e lo vedrai.”

Pata roteò il pollice della mano destra e lo puntò verso l’orizzonte: nel punto esatto dove la sua unghia pallida s’incrociava con l’azzurro del cielo, comparve qualcosa.

Un passerotto verde dal becco schiacciato volava sul ramo di un albero storto, proprio sul fondo della valle.

“Passerotto, ehi, mi senti?”gridò Pata. “Siamo quassù ma ora veniamo laggiù. Aspettaci.”

Così disse Pata e in un lampo prese la mano del pensatore e lo trascinò in uno stracciasecondo giù, in direzione dell’albero storto.

Ma quando furono arrivati in prossimità dell’albero, il passerotto era scomparso.

“Guarda, pensatore, non c’è più! Il passerotto non c’è più, capisci? E’ scomparso.”

“E’ vero,” ammise il pensatore, “ eppure era qui. Dove sarà volato? “

“Non lo so, ma è molto strano: Davvero, davvero strano.”

Intanto, mentre i due si guardavano intorno alla ricerca dell’uccellino, un rumore di passi frettolosi fece vibrare le poche foglie rimaste a terra dopo il vento d’autunno.

Si voltarono: non c’era nessuno.

“Oh, Pata, comincio ad aver paura anch’io” disse il pensatore, e gli occhietti a spillo gli si fecero color carbone.

Tremando per la paura, i due amici stavano quasi per girare i piedi verso il ritorno, quando, nel frattempo, al di là della valle e al di qua dei loro piedi si fece avanti un coniglio dalle orecchie macchiate.

“Ehilà, ragazzi, che fate da queste parti?” chiese il coniglio. “Cercate qualcuno? No, perché se cercate qualcuno io vi posso aiutare, se magari avete una carota liscia liscia da darmi vi accompagno anche da qualche parte, che ne dite? Che ne dite?”

“Sì, ecco, cerchiamo qualcuno ma più che altro, in questo frangimomento

abbiamo perso qualcuno” biascicò Pata che aveva ancora il tremore della paura nella voce.

“Perso? Oh, così è peggio, non so se vi posso aiutare. Uhm, però, se avete una carota liscia liscia in qualche modo cerco di darvi una mano.”

“Ah, così? Solo se ti diamo una carota, ci aiuti?” lo apostrofò il pensatore. “Che bel tipo sei! Non puoi aiutarci anche senza carota? Non abbiamo l’orto con noi, come facciamo a darti una carota?”

“No, eh? Beh, allora, caro amico, mi dispiace ma non posso fare niente! E’ da un passaanno che non mangio carote lisce lisce, non se ne trovano più ed io ne sono goloso, mi fanno bene ai denti, capisci? Sono diventati bitorzoluti a forza di mangiare carote rugose, guarda!”

E gli mostrò due dentoni pieni di bozze.

“Mi dispiace,” piagnucolò Pata, “ ma che possiamo farci? Non abbiamo carote né lisce né rugose e abbiamo bisogno d’aiuto.”

“Niente da fare, o la carota liscia oppure non vi aiuto!”

“Ma coniglio, non l’abbiamo, sii buono, fai un’eccezione!”

“No, no e poi no. Vi saluto, cari ragazzi, vado a cercare altri viaggiavia più generosi di voi.”

Il coniglio li piantò lì, correndo veloce come la cugina lepre verso la collina che non si vede.

“Ecco, siamo punto e a capo,” gridò il pensatore, “ ora mi viene da piangere, ecco, mi viene da piangere!”

“Come? Un pensatore, un tipo così che piange invece di fare il suo lavoro e cioè pensare e trovare? Vergogna! Io avrei le orecchie rosse e il naso verde per l’imbarazzo se fossi in te.”

“Sì, sì, dici bene tu, ma io sono stanco, ecco, sono stanco, devo pensare a tutto e a tutti e nessuno pensa a me, ai miei guai, capisci? Nessuno.”

“Ma quali guai? Tu non hai guai, casomai risolvi quelli degli altri.”

“Macché, macché, non risolvo più nulla! E’ questo il mio tormento, non risolvo più nulla, uèèèèè!”

“Coraggio, non disperare. Se è così, troveremo insieme una soluzione, dopotutto siamo in viaggio per cercarla, no?”

“Uèèèèè, sono scoraggiato, non ci credo piùùùùùù!”

Nello stesso istante, intorno al ramo storto dell’albero più storto, un fringuello odoroso svolazzava cantando a squarciagola.

“Lllaaaaa, llla, la la la la…ehi, piagnucoloso, perché non stai un po’ zitto? Così rovini il mio canto e il mio profumo si perde!”

“Scusa, fringuello, “ disse Pata, “ il mio amico è un po’ triste oggi, non ritrova il suo coraggio, forse l’ha perso da qualche parte. Abbi pazienza, ora si calma, vedrai.”

“Uhm, la la la la la lla la…non mi sembra abbia voglia di calmarsi, comunque sappiate che se cercate il passerotto anche lui vi sta cercando per certe notizie che vi deve dare. Se vi sbrigate, lo trovate ancora dietro il cespuglio del prato vicino, si è fermato un attimo a riposare ma ripartirà presto.”

“Ripartirà? E per dove? E che notizie avrà per noi?” chiese Pata incuriosito di curiosità. “ Comunque grazie, mio profumatissimo fringuello, andiamo subito verso il cespuglio.”

Pata prese di nuovo la mano avvilita del pensatore e insieme si avviarono verso il prato vicino.

Tutto intorno al prato c’era, in verità, un grande silenzio, come se la natura tutta insieme avesse fatto le valige e si fosse trasferita altrove, solo nel prato qualcosa si muoveva. Una nuvoletta nera roteava come un turbine dietro la seconda foglia della terza rosa a destra, muovendo in circolo un tale polverone da nascondere metri e strametri di terreno.

“Uuuuhhh!!! Pensatore, ma che altro succede? Talpe giganti? Formichieri impazziti? Insetti divoraterra? “

“Nacchè, nacchè, siocco figlio,” disse una vocina che saliva dalla nube di polvere,” non vedi? Siamo solo povere formiche operaie, siocco! Non hai mai visto le formiche operaie al lavoro? Da dove vieni, o siocco?”

“Siocco?”fece Pata. “Ma tu, piuttosto, come parli? Si dice sciocco e non siocco! Che lingua è la tua? Formichese?”

“Formichese? Puah! Io rinnego quella lingua, non mi piace, fa troppo provinciale! No, caro, io ho studiato nei migliori formicai e ho imparato la tua lingua meglio di te! Ora non fermarti alle apparenze, il fatto che lavori come operaia non significa che non abbia una cultura, sai? Al giorno d’oggi anche una formica operaia deve conoscere le lingue perché lavora in tanti diversi paesi, proprio in tanti diversi paesi, così si conoscono tante diverse lingue, proprio tante diverse lingue. Capito?”

“Certo, capisco ma la mia lingua la devi perfezionare ancora un po’, per esempio: non si dice siocco ma sciocco, poi… “

“Oh, là, ignorante e provinciale, provinciale e ignorante! Io parlo in modo più raffinato di te, ecco tutto. Siocco è molto più elegante di sciocco, non lo senti? Povera me, quanta ignoranza c’è in giro!”

“Sarà, ma nemmeno il pensatore che è qui con me e che è uomo di cultura ha mai sentito dire che siocco è più elegante di sciocco, vero pensatore?”

“Ohibò, ti dirò, figliolo…non saprei, ecco…dovrei pensarci” borbottò il pensatore.

“Pensarci? Ma, dico, queste son cose che uno come te dovrebbe sapere a menadito, che c’è da pensare?”

“C’è sempre da pensare, ragazzo, sempre; un vero pensatore pensa, pensa e pensa e dubita e ripensa e…”

“Basta, ho capito, ho capito, piuttosto perché non chiediamo alla formica se sa qualcosa del passerotto?”

“Buona idea, glielo chiedo io: sai, fra intellettuali…”

“Già, fai pure ma sbrigati, abbiamo perso anche troppo tempo.”

“Bene. Ehm, di grazia, signora formica, mi saprebbe dare qualche notizia di un certo passerotto che svolazzava qui fino a qualche passaminuto fa e poi è scomparso?”

“Uh, passerotto? No, non saprei! Noi guardiamo solo la terra, abbiamo gli occhi fissi a terra, capisce, dottor pensatore? Non li alziamo mai altrimenti il lavoro non va avanti.”

“Certo ma ciò non risolve il nostro angoscioso enigma. Comunque grazie, gentile signora, grazie e arrivederci.”

“E ora? Che si fa pensatore? Dove cerchiamo il passerotto? Se ha notizie da darci può darsi che siano proprio di Pùnfete.”

“Già, già, già. Dunque, potremmo…oh, non lo so, non so più niente, non ho più risposte, uèèèèèèèè!”

“Oh, no, sono stufo di questa lagna! Va bene, facciamo così, io non ti chiedo più cosa fare e tu però smetti di lagnarti, va bene? Oh, che strazio! Capisco tutto ma …” in quell’istante un rumore di ali fruscianti interruppe lo sfogo di Pata.

“Ehi, voi, lamentose creature, cercavate me?”

Un magnifico passerotto dal colore dei prati passò davanti ai loro occhi con la velocità di un lampo.

“Sei tu! Sei il passerotto, finalmente!”urlò Pata e per la gioia e la meraviglia gli caddero due capelli sul prato.

“Sono io, sì.Sono colui che cercate e ho le notizie che aspetti, Pata.”

“Come sai il mio nome? Chi sei tu veramente?”

“Pata, sei venuto fin qui per parlare al messaggero, no? Sono io il messaggero che cerchi, io viaggio fra questo mondo qua e quel mondo là ogni giorno da quando la bolla d’aria è in ritiro, e non è tutto.”

“Sei il messaggero? Evviva! Dimmi, piuttosto: notizie di Pùnfete? Sta bene?”

“Sì, ma non ti piaceranno! Tu forse non ti sei accorto della grave sciagura che ci ha colpito tutti. Sai, da qualche girasettimana tutta l’acqua, dei mari e dei fiumi, del cielo e dei torrenti si è asciugata.”

“Come? Che dici? E’ impossibile! Abbiamo visto fiumi pieni d’acqua venendo qua, eppoi io mi lavo regolarmente e bevo e annaffio il mio giardino.”

“E’ tutta apparenza, solo apparenza. Sembra che sia tutto a posto se guardi con gli occhi girodistratti ma se tocchi con le mani, eh! Prova ad andare verso quel ruscello che scorre dietro l’ultima ruga della collina laggiù: sentirai che l’acqua non è bagnata ma secca, asciutta, proprio asciutta e dell’acqua asciutta nessuno sa cosa farsene, come puoi immaginare. Quanto all’acqua con cui ti lavi, lo sai, è quella della riserva che sta nella grande cisterna profonda, prima o poi finirà e non sarà possibile riempirla di nuovo, in questa situazione.”

“E la pioggia? Il cielo è carico di nuvole, basta che piova, no?”

“No, anche quelle sono asciutte, è tutta apparenza ti dico.”

“Ma nessuno fa niente? Abbiamo fatto tanti incontri sin qui e nemmeno una di quelle creature ci ha detto queste cose.”

“Non mi meraviglia, nessuno ha capito, nessuno si è reso conto, finché ci saranno scorte di acqua nelle tane e nelle case, solo i pesci e il cielo che piange a secco e le nuvole che son di polvere e l’erba dei prati che muore di sete se ne accorgeranno.”

“OOOH, ma è una catastrofe! E il povero Pùnfete? Lui ormai è quasi un pesce, come fa se l’acqua dove nuota è asciutta?”

“Vedo che hai compreso il problema. I prati, poverini, sono in agonia, anche se sono ancora verdi se li tocchi sentirai che fanno il rumore delle foglie secche. Quanto ai pesci boccheggiano e sopravvivono succhiando le ultime gocce di acqua bagnata rimaste, ma non possono andare avanti a lungo così, è questione di giramesi, forse di giragiorni e moriranno.

Anche Pùnfete, poverino, cerca di resistere ma è provato, molto provato. Mi dispiace.”

“Nooo! Povero fratello mio, uèèèèèèè, che dolore! Ma come è successo? come si è asciugata l’acqua?” singhiozzò Pata.

“Non si sa, è un mistero” ammise tristemente il passerotto.

“Ma ci sarà pure un rimedio!”

“Si potrebbe tentare di andare sul ghiaccio che non ha nome dove riposa la bolla, portarlo qui e scioglierne un po’, ma se poi l’acqua si asciuga di nuovo? Bisogna capire la causa.”

“Poveri noi, e chi puo’ capire una causa così? Chi?Chi? C…pensatore!Serve la tua opera, il tuo grande cervello!”

“Come? Eh? Ma io ti ho già detto che non trovo più risposte e poi non ho studiato il problema, non conosco i termini, i parametri e le diagonali, nonché i parallelismi.”

“Allora li troveremo insieme! Forza, da qualche parte bisogna pur cominciare. Cercheremo la risposta in ogni dove e in ogni come. Chiederemo a destra, chiederemo a sinistra, interrogheremo i più grandi scienziati della quasiterra, tenteremo di tutto ma risolveremo questo problema. Dobbiamo, dobbiamo!”

Mentre Pata strattonava l’incerto pensatore, un boato terrificante scosse la terra sotto i loro piedi.

“Che altro succede? Ancora quelle formiche pazze? Ancora polvere. Puah, etccciùùùù!” starnutì Pata torcendosi tutto.

Si soffiò il naso con il fazzoletto da viaggio ma quando alzò la testa si accorse che il messaggero era di nuovo scomparso. Nel nulla.

“No, proprio adesso, proprio adesso! E ora che si fa, che si fa, pensatore?”

Il pensatore non fece in tempo a dire una milliparola che un altro boato si annunciò dietro la collina che non si vede e un ciclociclone di polvere rossa inghiottì all’improvviso tutti i colori intorno.

Pata non vedeva più nulla e non trovava nemmeno la mano del pensatore. Non si udivano suoni. Tutto era silenzio e polvere. Smise di urlare, aveva capito che era inutile e che era meglio aspettare che quella strana tempesta si placasse per fare qualcosa.

Dopo dieci frangiminuti e qualche passasecondo, la polvere soffocante cominciò a diradarsi, ma quello che si rivelò agli occhi del povero Pata non fu certo un sollievo per lui. Anzi.

Sopra di lui il cielo aveva lasciato il posto alla terra, sì, insomma, la terra che prima aveva sotto i piedi adesso era sopra la sua testa come sospesa ad un filo invisibile. Il cielo, d’altro canto, era sotto di lui e i suoi piedi increduli stavano calpestando una di quelle nuvole di acqua asciutta, così secca e vuota che ad ogni suo movimento si udiva un “Crac” .

E come se non bastasse anche il pensatore non si trovava più.

“Pensatore, dove sei? Se mi senti fammi un cenno, ho così paura che mi si intrecciano le ciglia sugli occhi, ti prego, non lasciarmi solo in questo strano mondo!”

Nessuna risposta. E nessun pensatore. Un tremaincubo di quelli che Pata faceva solo quando mangiava le patacipolle con l’aglio vermiglio.

Ma Pata non era tipo da perdersi d’animo, si tirò su i pantaloni di fustagno che per il boato erano calati sugli scarponi, si rimboccò le maniche della giacca di lana caprina e diresse i piedi in una direzione.

Si disse che doveva camminare per trovare qualcuno o qualcosa che lo aiutasse a risolvere il mistero dell’acqua e del mondo capovolto. Un’impresa eroica, difficile, impossibile. Ma aveva forse scelta?

Si incamminò verso la quarta nube a sinistra, poi girò i piedi verso destra e di nuovo a sinistra, finché, dopo molte passaore, si fermò per la notte dietro l’ultima stella che porta alla luna.

Appese la giacca a un raggio, si tolse gli scarponi e crollò, sprofondando in un sonno pieno di tremaincubi. Sognò Pùnfete che soffocava, il pensatore appeso a un albero a testa in giù e la sua casa a rovescio, sospesa nel nulla, con i mobili che fluttuavano nell’aria.

Il mattino seguente lo trovò con le gambe attorcigliate ad una nuvola, gli ci vollero cinque e più passaminuti per sgrovigliarsi, poi, finalmente, senza poter mangiare i suoi panini alla panna né bere il buon caffè di lattuga che preparava ogni mattina nella sua calda cucina color fragola, si rimise in cammino.

In cerca di Pùnfete, del pensatore, dell’acqua bagnata e di qualcuno che riportasse il cielo al suo posto.

Continua…

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