13Mag
2013
helianthus

Helianthus

Fiaba di: Silvana

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La fiaba

Tanto tempo fa una farfalla svolazzò intorno alla corolla
di un assonnato girasole e gli disse:
“Ti prego solare fiore, permetti alle mie ali di riposare,
prima del lungo viaggio che devono affrontare.

Non ti sarò di peso, non ti sarò d’impaccio,
leggera mi farò, a mo’ di piumaggio.
Nel ristorarmi ti potrò narrare
il motivo per cui lontano devo andare”.

Il mirasole alzò la testa e
stendendo ancor più i petali, sorridendo rispose:
“Butterfly, senza nome, lo sai, ogni insetto vola di fiore in fiore!
Tu sei bella, gentile e simile a tela pitturata,
non permetterò che arrivi sbiadita.
Posa pure le asticelle come cuperosa snelle,
cantami quel che vuoi cantare,
con attenzione ti starò a sentire”.

Ed ella cominciò col dire:
“Anni addietro, fece il primo vagito,
una creatura che lontano vive da questo campo fiorito.
Ha lunghi capelli di seta color bruno, sapessi
com’è piacevole glissare tra di loro la mano,
lo si può paragonare al vento
quando attraversa il frumento,
l’estremità è ornata da un riccio come la coda
dell’ippocampo.
Gli occhi grandi come nespole e dolci quanto giuggiole,
variegate le pupille, simile alle verdure dell’orto,
tra cui spicca l’arancio zucca e il verde pisello,
c’è cancan nel ghirigoro, affine a scintille
di zolfanello.
Il sorriso è un achenio che si apre come
ribalta sul proscenio, rende
così giocoso l’affinato volto roseo.
Il naso poi è un soldo di cipollina che in alto mira.
Vellutata la carnagione, fiorescenza profumosa di lampone.
Guardarla è un incanto, perfino il tramonto ne esce stinto.
Ed è una tristezza saperla in balia di quel bellimbusto
incallito di malafede e gelosia, benché sia
ormai giovinetta, la tiene segregata in soffitta.
La vado a prendere e cercheremo
un posto, dove può vivere la giovinezza,
e imparare dai suoi stessi errori, a chi donare letizia.
Ora, rinfrancata, sono pronta a riprender cammino.
Ti sono grata dell’ospitalità e salutarti mi duole,
il rivedersi lo sanno solo le rune”.

Il fiore rispose: “Prima che tu
vada, accetta i miei semi come pegno,
potranno esserti di ristoro nel tragitto e,
se ripassare vorrai con la tua amica, di
certo, qui troverai tutto”.

Tornò, in sua compagnia, lo
stupore fu strabiliante,
invece di una distesa fiorita, trovarono una cittadella in festa brulicante.
Sulle mura, accanto alla postierla, vi era una
lastra di marmo, con su incise queste parole:
“Questo e il reame del principe Elianto,
poiché aveva nella vita poco pianto,
la megera, invidiosa, lo tramutò in pianta oleosa.
Convinta che se ne sarebbe disfatta, facendolo
finire, magari, in padella a rosolare pasta cotta.
Sicura che non potesse avverarsi la contro iattura,
quella di far gradire la semenza a una farfallina,
la quale sarebbe ritornata con la sua sposa.
Lo sproposito viene gabbato quando l’animo vive sollevato.
Entrate gente, il regno è tutelato da Mab,
regina delle fate”.

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