31Mar
2016

Primavera

Fiaba di: Lauretta

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La fiaba

Era il 2016.

Marzo stava terminando e l’Inverno, corrucciato e pensieroso, camminava avanti e indietro senza sosta, borbottando ogni tanto tra sè.

Da qualche punto lontano arrivavano le voci concitate di Autunno e di Estate, che non la smettevano di discutere su quello che stava accadendo.

Intanto tuoni, fulmini e vento freddo se ne stavano intorno ad Inverno e si guardavano interrogativi, aspettando che qualcuno dicesse loro cosa fare.

“Insomma, basta con questa storia!” strillò all’improvviso Inverno, “Devi presentarti e subito! E’ il tuo turno e io sono stanco!”

Una voce delicatissima, appena tiepida, rispose:” Mi dispiace, ma quest’anno non posso, anzi non voglio venire. Mi rifiuto.”

“Ma si può sapere cosa succede qui?” chiese allora una nuvola nera nera, carica d’acqua.

“Succede che Primavera non vuole uscire, quest’anno…” le rispose una nuvoletta bianca e spumosa.

“Ma cosa stai dicendo!? Che novità è questa?” e la nuvola nera si arrabbiò così tanto che scaricò a terra tutta la sua fredda acqua.

Inverno adesso era proprio spazientito, ma quando parlò cercò di non darlo a vedere: “Senti mia cara Primavera, tu lo sai che queste non sono scelte che possiamo fare, non puoi rifiutarti di arrivare. Ma ragiona: i fiorellini ti stanno aspettando, gli uccellini ti stanno aspettando. Ma ti aspettano con ansia anche il cielo, le nuvolette morbide, il venticello gentile… non pensi a loro? Non credi che sia ora di smetterla con questa storia? Qui sono tutti stanchi di me… sta arrivando aprile per bacco. Io adesso devo riposare fino a dicembre, lo sai.”

Primavera uscì dall’angolo dove si era rintanata. Piccole lacrime luccicanti scendevano dai suoi  occhi e la sua espressione era davvero tristissima.

Inverno la guardò: era così bella. Sì, lei era di sicuro la più bella tra le quattro stagioni, così delicata ed elegante, con quel vestito fresco e vaporoso colore del cielo, circondata da farfalle multicolori e così profumata da lasciare una scia irresistibile al suo passaggio.

Inverno le prese le mani tra le sue e, cercando di essere gentile, le disse: “E’ il tuo momento, forza. Non fare i capricci.”

Primavera lo guardò indignata: “Non sto facendo i capricci, caro Inverno! Io non voglio uscire semplicemente perché è troppo doloroso per me. Ho avuto modo di vedere quello che sta accadendo…troppo dolore, troppe lacrime, il pianto dei bambini… Non voglio.”

“Ah, è questo che ti trattiene, dunque.”

Invernò restò un po’ di tempo in silenzio, pensieroso e corrucciato. Talmente corrucciato che scese qualche fiocco di neve.

“Be’ cara” riprese con tutta la dolcezza possibile, “Non è certo la prima volta che ci accade di dover sopportare in silenzio tutto quello che succede sulla Terra. Ti capisco, è dura vedere il dolore degli umani. Lo sai bene come sono fatti però, loro sono così: umani, ma spesso disumani.”

Primavera lo ascoltava silenziosa, mentre altre due grandi nuvole nere si avvicinavano, tagliando la strada a tre piccole nubi che sembravano di bambagia.

“Come ti dicevo, cara” proseguì il freddo Inverno, “Nonostante tutto noi quattro, io, te, Autunno ed Estate, dobbiamo arrivare sempre puntuali, è il nostro destino. In inverno io raffreddo il pianeta e lo addormento tingendolo tutto di bianco, poi tu lo risvegli dolcemente, colorandolo d’azzurro; Estate poi lo inonda di giallo e di calore finché non arriva Autunno, che lo rinfresca e lo pennella con i toni del marrone. Non vorrai cambiare tutte le regole, rifiutandoti di arrivare?”

Detto questo scacciò con un gesto nervoso le due nuvole nere e fece una smorfia brutta verso il vento freddo che gironzolava là intorno: poi invitò il venticello e le piccole graziose nubi chiare a farsi avanti. Sperava che Primavera, vedendoli, rivedesse la sua posizione.

“Non mi convincerai, Inverno; se io mi presentassi, con i miei fiori, i miei mille colori e la mia aria tiepida, che senso avrebbe? Non posso far finta che non stia accadendo nulla quando i bambini, molti bambini stanno soffrendo, piangendo…hanno fame, sono stanchi, hanno paura e tremano. Stanno scappando dal terrore e trovano altro terrore nella fuga! Trovano muri e brutte facce che li respingono…

A una delle nuvolette scese una lacrimuccia e poi un’altra e un’altra ancora e così cominciò una pioggerella delicata che bagnò Inverno da capo a piedi. Lui sorrise, benevolo, perché in fondo era abituato a ben altri scrosci d’acqua.

Raggiante come un sole accecante si avvicinò anche l’Estate, splendida e caldissima e corse ad abbracciare la mite Primavera.

“Oh cara, come sei sensibile! Questo ti fa onore, sai? Però…”

“Però devi uscire e basta!” sentenziò Autunno, nebbioso e arrabbiato. “Se tu tardi, farai tardare  Estate e lei farà tardare me  e finirà che Inverno arriverà di giugno!”

I tuoni, intanto, avevano pensato bene di preparare un bel concerto, visto che pareva dovessero restare ancora per molto tempo. Le nuvole bianche si rifugiarono dietro a Primavera e un forte vento di Tramontana iniziò a sibilare tra le quattro stagioni, mentre i fulmini, alquanto divertiti saettavano dovunque.

Primavera, un po’ dispiaciuta per tutto quel trambusto, cercava di riflettere, ma non riusciva a trovare una soluzione; lei era solo una stagione: cosa poteva fare per quei bambini, per quegli occhi innocenti che sbarcavano bagnati e impauriti, che giocavano in mezzo al fango e si stringevano insieme la notte per sentire meno freddo?

“Aiutatemi anche voi” disse allora.

Autunno, perdendo foglie a destra e a manca, perse anche la pazienza e cominciò a discutere alzando la voce.

“E’ forse un problema nostro? Se gli esseri umani non capiscono cosa è bene e cosa è male, è forse colpa nostra? Lascia perdere, Primavera. Pensiamo ai fiori, agli animali, ai ruscelli… loro meritano tutto il nostro lavoro e meritano il tuo amore.”

Primavera prese a passeggiare, seguita dalle sue farfalle inquiete e dalle tre piccole nubi; le dispiaceva far arrabbiare Autunno, le dispiaceva far stancare ancora Inverno, ma non poteva uscire dal nascondiglio e portare la sua aria delicata in mezzo a tutto il dolore sulla Terra.

Ancora una volta Inverno si avvicinò a lei; stavolta le accarezzò i capelli setosi e la abbracciò. Poi le disse: “Hai ragione. Hai ragione su tutto, Primavera. Ma pensa bene: se tu non esci e non inondi il mondo col tuo calore, quei bambini continueranno a soffrire al freddo, all’umido; saranno sempre bagnati, perché io dovrò continuare a fare il mio lavoro. Pensa che tu, invece, potresti lenire lo strazio, accogliendoli agli sbarchi col tuo tepore, potresti asciugarli subito, potresti intenerirli col canto degli uccellini. Le notti sarebbero meno rigide e loro dormirebbero sonni più tranquilli. Certo è vero che la situazione non cambierebbe, perché gli uomini che alzano muri invece di costruire ponti per accogliere, continuerebbero a farlo… ma se nessuno fa nulla, be’, almeno tu avrai fatto qualcosa. E poi ci sono molti, tra gli umani, che hanno ancora un cuore e provano i tuoi stessi sentimenti: se tu esci aiuterai anche loro, è risaputo che si lavora meglio quando c’è bel tempo.”

Primavera alzò il capo e dalla sua espressione si capì che qualcosa era cambiato, sì, il discorso di Inverno aveva toccato il suo animo gentile.

“Non ci avevo pensato” cinguettò timidamente, “Ma è proprio vero, io posso recare loro un po’ di gioia e di tepore. Coi raggi del mio sole posso scaldare i bambini e non solo, posso intiepidire anche tutte quelle madri e quei padri che soffrono per i loro figlioli…Sì, ho deciso! Esco!”

Ci fu un trambusto incredibile allora: le nuvolone nere scaricarono le ultime gocce, i venti freddi fischiarono dappertutto e i fulmini lanciarono i loro ultimi bagliori; intanto tante nubi soffici come pecorelle presero a danzare nel cielo insieme a cinciallegre, bengalini e capinere. E poi farfalle e moscerini e libellule, api e calabroni iniziarono a volteggiare sui fiori che finalmente aprivano i loro petali.

Estate, Autunno e Inverno, silenziosi e soddisfatti, si ritirarono nei loro luoghi di riposo e Primavera, più bella che mai, iniziò la sua danza sul mondo, felice di portare sollievo a chi ne aveva bisogno con la speranza che un giorno, gli esseri umani, avrebbero aperto le loro braccia agli altri esseri umani.

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