20Mar
2015

Miriam, Billo e il sacco misterioso

Fiaba di: Luisa Cagnassi

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La fiaba

Introduzione

Nel mondo delle favole, i bambini si immergono totalmente: fantasticano e sognano. Si lasciano trasportare, al punto da sentirle come proprie e reali. Le rivivono nel loro magico mondo quotidiano, rischiando di ritrovarsi, non preparati, a dover affrontare la paura, a superare ostacoli insormontabili, si smarriscono.

Com’è arduo affrontare qualcosa di inimmaginabile e drammatico, ignoto e misterioso. Simile a un fantasma, la cui identità è indefinita, ma lascia intorno a se, tracce che incutono terrore, il panico stringe la gola e tutti i muscoli si irrigidiscono. Guardi avanti a te, piccola e sconsolata bimba alle soglie del mondo.

Intorno si forma un vuoto, uno spazio invisibile ma palpabile ai tuoi sensi, dal quale vorresti allontanarti.  La tentazione è forte, vorresti intraprendere una nuova esperienza, ma resti incollata al suolo come una statua di pietra.  Attorno cala il silenzio più intollerante che ti sia mai capitato. Invochi con tutta te stessa, un aiuto che non potrà arrivare, perché la mamma non c’è: quindi è impossibile. Sei sola con te stessa, scende la prima di una irrefrenabile serie di lacrime e cominci a tremare.

L’impulso di ritirarsi è forte, ma devi affrontare la situazione, sei costretta. Tuttavia un amico che ti conforta e non ti abbandona mai, ce l’hai: è Billo, il tuo candido e fedele cane. 

Allora trova il coraggio, fai un profondo respiro e vai! In fondo è solo una immensa lastra di ghiaccio a separarti dai tuoi affetti, dall’altra metà del tuo vivere quotidiano.L’avevi sognata tanto un’opportunità come questa, insieme alla tua amichetta! Non temere, prima o poi doveva succedere, segui l’istinto, tenta! Ora puoi dimostrare a te stessa, quanto tieni davvero a realizzare quel sogno. Affronta l’ostacolo con determinazione dunque! Soltanto così potrai raggiungere l’obiettivo.

Sarà la conquista di una nuova consapevolezza, e la gioia compenserà tutte le tue ansie.

***

Miriam è una bambina speciale. Quando nacque la sua mamma e il suo papà furono così felici che ancora un po’ gli scoppiava il cuore. La testolina colma di capelli corvini, un viso tondo dalla carnagione color latte.

Pareva la copia di Biancaneve, a pensarci bene.

Tutti gli ospiti dell’ospedale le andarono a fare visita, tanto era bella e particolare.

Appena nata era già al centro dell’attenzione.

“Come l’avete chiamata?” domandò la vicina di letto alla neo mamma. “Miriam, nome biblico: sa di melodia!” rispose con tutto l’orgoglio che solo una mamma sa esprimere.

Vivevano in un piccolo paese ai piedi delle montagne.

La loro casa era dipinta con i colori dell’arcobaleno: sì perché a papà Simone piaceva che tutto fosse vivace e luminoso.

Un piccolo chalet all’ombra di un grande abete, sul quale abitavano uccellini, scoiattoli e chissà quanti altri animaletti.

La mattina si potevano udire concerti canori meravigliosi.

Tornarono a casa dopo pochi giorni e gli abitanti della comunità vollero conoscere Miriam.

” Oh, che bambina stupenda! Complimenti davvero.” Grosso modo ripeterono tutti qualcosa di simile. Ciascuno portò un omaggio di benvenuto, una piccola cosa.

Chi una torta fatta in casa, marmellate squisite, altri le donarono delle piante fiorite, che trovarono posto sui davanzali delle finestre dalle imposte verde mela.

Billo, il cane, si avvicinò con cautela alla piccola. Era ancora un cucciolo e dimostrò subito un grande istinto protettivo. Stava seduto a lungo vicino alla culla di Miriam, scrutandone attento ogni minimo movimento.

Al primo vagito della piccola, lui correva a chiamare mamma Lucia, mugolando.

Billo era uno straordinario cane, simile a un pastore svizzero, dal manto candido come la neve. Bizzarria della natura, i suoi occhi erano di colore differente: uno azzurro e l’altro marrone. Stranezza che lo rendeva ancora più simpatico.

Il giardino della casa delimitava il paese. Infatti, per una anomala collocazione naturale, pareva diviso in due dal corso di un fiumiciattolo placido e tranquillo, che accompagnava con il rumore dell’acqua, il canto degli uccellini.

Scorreva a poche decine di metri dalla recinzione, da dove si potevano ammirare le abitazioni dell’altra metà del villaggio.

La chiesina antica con l’alto campanile, il municipio. Alcune palazzine a due piani e la scuola materna. Una popolazione di circa un migliaio di abitanti. Si conoscevano quasi tutti, infatti.

Pochi negozi nella via centrale, utili a sopperire alle necessità quotidiane e un bar, punto d’incontro di giovani e anziani. Giusto per tenersi aggiornati sulle novità della cittadinanza.

Un ponticello, giù in basso verso la valle, collegava le due metà.

La strada statale scorreva a qualche centinaio di metri, ben oltre il ponte, così da non inquinare, con il rimbombare dei motori, quell’angolo di paradiso.

Billo era diventato la babysitter di Miriam ormai. La seguiva ovunque e non consentiva a nessuno di importunarla.

Lucia era sicura che alla sua piccola non sarebbe potuto accadere nulla di male, avendo accanto il suo fedele amico.

” Posso entrare a giocare con Miriam?” Domandò Nina, una bimba vicina di casa.

Billo la annusava festoso, in cambio di una carezza. ” Entra pure Nina. Vuoi una fetta di torta?” la invitò Lucia.

Erano trascorsi circa quattro anni dalla nascita di Miriam.

Un’amicizia consolidata sin dai primi istanti. Restò talmente affascinata quando Lucia e Simone tornarono a casa con la bambina. Lei, che da poco muoveva i primi passi, la stette ad ammirare a lungo quel giorno: pareva incantata.

Nina era una bimba buffa. Portava i capelli biondi che parevano una spazzola a rovescio. Erano così folti e dritti, che il pettine faticava a compiere il suo lavoro. Il viso simpatico e monello, esibiva due guangiotte tonde e rosse come mele.

” Posso fermarmi a dormire con voi stanotte?” propose timidamente Nina.

“Mamma lavora sino a tardi e papà è via!” Non che fosse la prima volta. L’ambiente familiare le era particolarmente caro. Si trovava in perfetta simbiosi con Miriam e Billo, si facevano un’ottima compagnia.

Quella sera, prima di addormentarsi, vollero che mamma Lucia leggesse loro una fiaba e lei scelse “Pattini d’argento” Una delle più belle novelle di Mary Mapes Dodge.

” Anche papà può perdere la memoria se cade?” si preoccupava Miriam, mano a mano che il racconto prendeva corpo. Poi ancora: “Come facevano a costruirsi i pattini da soli?” Insomma un insieme di domande passavano in quelle testoline incuriosite.

“Anche noi abbiamo un dottore buono, vero mamma?” proseguì mentre le palpebre le si stavano chiudendo. “Lucia, dove li teneva nascosti Hans i soldini serviti a curare il suo papà?” Nina concluse a malapena la frase, sull’ultimo sbadiglio.

Entrambe entrarono nel mondo dei sogni, catapultate in un paesaggio cristallino, formato da pareti di ghiaccio e strade gelate. Le case parevano igloo: un altro mondo.

Si tenevano per mano, volteggiando sul ghiaccio con inspiegabile disinvoltura.

Scivolavano via libere, con ai piedi dei pattini di fortuna, composti da bottiglie di plastica divise a metà a cui erano state legate delle lamelle di acciaio.

Su quella pista funzionavano benissimo. “Miriam è bellissimo! Dobbiamo comprare i pattini anche noi!” Rideva, il viso sempre più arrossato per il freddo.

“Certo Nina, dovrò chiedere due soldi al mio papà!” aggiunse Miriam.

Sorrise all’amichetta: “La faranno mai una gara di pattinaggio da queste parti?” si chiese.

Sognarono insieme tutta la notte, esibendosi da artiste esperte, in quel mondo trasparente, immaginario e condiviso, senza pause.

La mattina al risveglio si sentivano stanche e euforiche.

“Pattinavamo insieme nel sogno stanotte Miriam!” esordì sorpresa Nina. Stentava a crederlo.

“Mi ricordo bene, che strani pattini avevamo ai piedi!” confermò la piccola, mentre Billo le osservava, come se si rendesse conto di quanto la fantasia avesse condotto lontano i pensieri delle due amiche.

” Mamma voglio imparare a pattinare sul ghiaccio, è bellissimo!” disse vedendola spuntare con la colazione. “Viene anche Nina con me. Sono tante due monete?” Sorrise Lucia nel percepire l’ingenuità delle bambine. “Vedremo, però vi dovrete impegnare molto!”.

Nei giorni successivi l’argomento fu sempre il medesimo. Imparare quel gioco fantastico, che nel sogno aveva quasi dato loro l’impressione di volare.

Atteso con trepidazione il ritorno del papà di Miriam, lo travolsero al suo arrivo.

Persino Billo fu più irruente nel salutare papà Simone. Sembrava volesse convincerlo a soddisfare quel sogno.

La stagione fredda stava esprimendo i suoi primi effetti. La brina, alle prime luci del mattino, copriva imbiancandolo come un lenzuolo, il terreno circostante.

I pettirossi si avvicinavano alla casa, annunciando il preludio a una consistente nevicata.

” Dovete imparare a tenervi in equilibrio, prima. Provate sul prato gelato!” consigliò il papà alle due amichette, prima di andare al lavoro.

Quella sera Simone tornò a casa con uno strano sacco sulle spalle. Fosse stato vestito di rosso, sarebbe sembrato Babbo Natale, ma non era ancora tempo.

” Cos’hai portato papà? Forse è un regalo per me?” Com’era curiosa Miriam, ma non le fu svelato nulla, nonostante le mille domande. Quello strano fagotto fu parcheggiato in soffitta.

Si percepiva già nell’aria l’odore della neve e tutt’intorno, quello del fogliame caduto ai piedi degli alberi, che esibivano i loro rami ormai spogli.

Il grande vecchio abete invece, si ergeva maestoso, quasi a burlarsi del resto della natura, ormai pronta ad affrontare, addormentata, tutto l’inverno.

Gli scoiattoli fecero scorta di ghiande e bacche, oltre alle caramelle e alle noccioline lasciate ogni tanto dalle bimbe, proprio ai piedi del robusto tronco dell’albero.

Scivolavano sul prato, con gli scarponcini incollati a una lista di plastica, approfittando di una zona un po’scoscesa.

Ridevano felici, anche quando finivano a terra. Non è cosa semplice mantenersi i piedi, restare in equilibrio. Non si arrendevano però.

Giunse dicembre con una copiosa nevicata. Tutto divenne magicamente trasparente e cristallino, esattamente come nel sogno.

Tranne la casa di Miriam che i colori dell’arcobaleno, facevano spiccare dal manto nevoso, come un faro in mezzo alla notte buia.

Lo squillo del telefono a tarda sera, fece sobbalzare tutti. Purtroppo il nonno non stava molto bene, aveva la febbre alta e non si reggeva in piedi.

Mamma Lucia e papà Simone, decisero di andare a controllare la situazione, con l’intenzione di condurlo a casa loro.

Un intervento che avrebbe richiesto una manciata di minuti.

“Miriam, mi raccomando non avere paura!” la rassicurava la mamma. “Billo è con te e ti proteggerà!” rassicurò titubante Simone. Non aveva altra scelta però.

La bimba ebbe l’impulso di far telefonare a Nina. Ma era troppo tardi, l’avrebbero svegliata.

Seguì i suoi genitori dalla finestra dalle imposte verde mela, salutandoli con un cenno della mano: “Veniamo presto, tranquilla. Torna a dormire!” In effetti, dovevano solamente oltrepassare la sponda del fiume. Qualche centinaio di metri e sarebbero giunti a destinazione.

Presero l’auto dal garage, era troppo freddo per far camminare il padre febbricitante.

Fortunatamente l’auto, aveva già montato le gomme da neve, altrimenti Simone non sarebbe riuscito a superare la rampa.

Miriam girovagò per la casa qualche istante, un po’ intimorita dall’assenza dei genitori.

La presenza di Billo che la seguiva ovunque, quasi incollato al suo corpo, la rassicurò.

Finì col salire in soffitta e così si ritrovò davanti a quel singolare sacco, che il papà aveva portato qualche giorno prima.

Difficile contenere la curiosità, la bimba non fu capace di resistere e allentò, piano piano, il legaccio che chiudeva l’involucro sulla sommità. “Che dici Billo, faccio male? Papà mi sgriderà?” Il cane rispose con un mugolio, guardandola con complicità: era curioso anche lui.

Trattenne il fiato: “Ohhh! Non ci posso credere! Ci sono dei pattini, saranno per me?” Richiuse in fretta la stringa, quasi a non volersi risvegliare e perdere l’effetto della sorpresa.

Billo, scodinzolava come un matto, condividendo l’emozione della piccola.

Tornò a letto e, questa volta, il suo fedele amico si sdraiò ai suoi piedi, proprio sul piumone variopinto, infondendole tepore e sicurezza.

Tanto che il torpore prese il sopravvento subito e crollò in un sonno profondo.

I suoi sogni stavano pendendo forma. Già stava pregustando battaglie di neve, con Nina e Billo, che non capiva da chi scappare, divertendosi anche lui, come un bambino.

Miriam, trascinata in quel mondo surreale pareva volare, con l’ingenuità dei suoi anni, ovunque la conducesse la fantasia.

Si era levato d’improvviso, un forte vento, ma la bimba non se ne rese conto subito.

Billò cominciò ad agitare nervoso la sua coda e, drizzatosi in piedi, prese a guaire cercando di svegliarla. Le leccò le orecchie, sino a che non aprì gli occhi frastornata.

” Cosa c’è Billo? Sono tornati mamma e papà?” Il cane saliva e scendeva dal letto, cercando di indicarle come muoversi.

A un certo punto, cominciò ad abbaiare, esortandola con più insistenza. Addirittura le afferrò i pantaloni del pigiama per trascinarla lontano.

“Billo, non dovresti farmi coraggio? Mi spaventi così! Stai buono!” Il vento sibilava e dagli spifferi delle finestre, sì infilava un’aria gelida fastidiosa.

Le imposte della cameretta, improvvisamente presero a sbattere in modo insolito. Sembrava stessero per staccarsi. Il suono che ne scaturiva, divenne assordante e spaventoso.

Billo fece in modo di far scendere Miriam in cucina.

“Mammaaa! Billo voglio la mamma, ho paura!” Il cane le si accollò addosso rizzandosi sulle gambe posteriori, la spinse verso l’angolo della cucina come in un abbraccio istintivo, per proteggere il suo corpo.

Impietrita, non riusciva più ad emettere un fiato. D’un tratto, cominciarono a sentirsi strani scricchiolii. Il rumore si amplificava e Miriam non si mosse di un millimetro, immobilizzata dal cane e terrorizzata. Una leccatina di Billo, la rincuorò, ma il cuore galoppava all’impazzata. Vincere il panico, non è cosa semplice.

Un boato terrificante, fece eco intorno allo chalet, dopodiché con fragore spaventoso, l’albero piombò sulla casa.

Fu buio pesto. Tutte le luci si spensero. Si avvertiva forte l’odore del legno, mischiato a quello del vento che raccoglieva, gonfio di terriccio e neve, qualunque cosa gli fosse capitata davanti, facendola sbattere violentemente contro il primo ostacolo trovato sulla sua traiettoria. Una catastrofe.

Tentò di aprire la porta che dava sul giardino: bloccata. La neve era alta e il vento era troppo potente e lei non possedeva la forza sufficiente per vincerlo.

“Billo, vai a chiamare qualcuno, vai!” ma il suo fedele amico, non si mosse dal suo fianco nemmeno un attimo.

L’abete maestoso, era stato divelto dal vento, bloccando totalmente la strada. Sradicato dalla forza della bufera, era precipitato, demolendola, sul lato della sua cameretta e del garage sottostante. Quell’enorme albero, così imponente e ospitale, era stato annientato da mezz’ora di tempesta dalla potenza eccezionale.

Sentiva freddo Miriam. Un gelo tremendo la stava avvolgendo, si erano spenti, il camino e anche la caldaia. Lo squarcio causato dalla caduta dell’albero era enorme, la sua stanza distrutta quasi per intero. Sparsi qua e là, giochi e pennarelli colorati.

Provò a guardare fuori dalla finestra, nell’attimo di tregua: buio pesto. S’intravedeva solo il manto bianco dei prati innevati, che dava l’impressione di illuminare un po’ il paesaggio.

Improvvisamente era calato un silenzio tombale.

Prese nell’armadio dei genitori una coperta e vi si avvolse dentro. Accovacciata in un angolo, pianse lacrime di angoscia, che Billo cercò di fermare, con i suoi “bacetti”.

Pianse a lungo, il cane praticamente sdraiato addosso a lei per scaldarla, sino a che le forze non la fecero sprofondare in un sonno consolatore.

Quanto tempo trascorse non poteva saperlo, ma alle prime luci dell’alba, Miriam aprì gli occhi, cercando un cenno vitale che la rincuorasse. L’unica presenza era Billo, rimasto appiccicato a lei, regalandole tutto il calore possibile.

Lo accarezzò e, invasa da una forza mai provata, decise di muoversi, di agire in qualche modo. Prese del pane nella dispensa e del latte. Divise il pasto con Billo che, soddisfatto e grato, la spinse verso la porta anteriore, quella che volgeva alla vista del fiume.

“Fa freddo Billo, mi devo coprire prima: aspetta!” Mise i suoi “moon boot” e infilò il giaccone rosso imbottito, la cuffia e la sciarpa con Minnie stampata su.

Una vista spaziale, come quella del sogno, tutto di cristallo, trasparente e lucido. Il gelo aveva ammantato ogni cosa.

“Billo, che ne sarà di mamma e papà? Dobbiamo andarli a cercare!” Corse il cane, scivolando sul ghiaccio.

Zampettava in modo buffo, tanto che a Miriam sfuggì una risata.

“No, così non ci possiamo muovere. Cosa facciamo allora?” Allungò lo sguardo verso la casa di Nina, ma l’albero aveva bloccato la visuale e il passaggio. Intorno ancora silenzio.

Billo, si mise ad abbaiare, come se volesse ricordare qualcosa alla bimba.

“Che cosa mi vuoi dire, fatti capire!” allora il cane, si portò verso l’interno della casa.

Incuriosita dall’atteggiamento dell’amico, lo seguì. La guidò su in soffitta, poi riprese ad abbaiare al sacco con i pattini.

“Dici che devo usare questi?” Il mugolio e lo scodinzolare festoso, la risposta. ” Ma non sono ancora capace Billo!” Una spinta d’incoraggiamento con il muso, le offrì l’ardire di far venir fuori i pattini dal loro nascondiglio.

” E va bene, hai vinto tu: ci provo. Dobbiamo pur fare qualcosa!” aggiunse accarezzandolo.

Trascorse del tempo, prima che Miriam riuscisse a completare l’operazione.

Lo fece sull’uscio di casa, controllata curiosamente dal suo amico a quattro zampe.

Ora bisognava vincere la paura. Fare come nel sogno e lasciarsi andare. Sul prato era un tentativo, un gioco. Ma su quel deserto di ghiaccio, l’impresa diventava seria.

Tentò di reggersi dritta, senza perdere l’equilibrio, ma tentennò e sbilanciandosi troppo, finì col prendere una bella sederata sulla neve gelida. “Billo aiutami, non riesco ad alzarmi!” implorò spazientita. Si appoggiò sul candido dorso del cane, che per un tratto la trascinò verso il ponte che collegava all’altro lato del paese.

Sembrava essere troppo lontano per lei, però. Tornò a sentirsi paralizzata, in preda al panico.

Billo proseguì precedendola, esortandola a seguirlo. Voltava la testa dal lato del suo occhio azzurro, guaendo. Miriam comprese e, maldestramente, compì i primi passi sul ghiaccio.

Riuscì a raggiungere la riva del fiume. Passare, approfittando del ghiaccio che ricopriva il suo corso, sarebbe stata una bella scorciatoia. Il ghiaccio avrebbe retto il loro peso? Cominciò, pian piano, a sentirsi più sicura. Allargava le braccia, per mantenere la posizione e non cadere. Divenne sempre più facile, cominciò d’istinto, a comprendere come muoversi, acquisì scioltezza. “Billo guarda, ce la sto facendo!” gli urlò, mentre lui, a mala pena, con piccoli passi si reggeva sulla lastra ghiacciata, ma non demorse.

I minuti trascorrevano, sembravano interminabili. Miriam si sentì leggera e padrona dei suoi movimenti.

Improvvisamente, come nel sogno, volteggiò piroettando, tanto che Billo, preoccupato abbaiò in segno di rimprovero.

Non fosse stata così impensierita per la sorta dei suoi cari e della sua amica, si sarebbe sentita al settimo cielo.

Il silenzio fu interrotto in lontananza, dal rumore delle macchine della protezione civile.

Più si avvicinavano, più il panorama prendeva vita. Sull’altra sponda, qualcosa si muoveva. Forse non tutto era andato perduto.

“Billo, vai a vedere se trovi papà, ora non ho più paura di cadere!” gli ordinò e, questa volta, il cane ubbidì. Con un balzo raggiunse l’altro lato del fiume, scodinzolando a chiunque si trovasse di fronte. Ogni tanto si voltava, per non perdere di vista Miriam.

“Billo, come mai sei qui? Sei da solo?” la voce di Nina, spezzò il silenzio e l’angoscia.

” Siamo tutti qui. Dov’è Miriam?” Abbaiò voltandosi verso i fiume, la bimba era poco più che un puntino rosso che s’ingrandiva intanto che s’avvicinava.

” Eccola, la vedo! Miriam siamo qui!” Gridò Nina come sollevata.

Nel frattempo Billo, rintracciò papà Simone, intento a liberare dai rami di un albero, una via d’accesso a un prato sufficientemente grande da consentire all’elisoccorso di atterrare.

Era stato messo a disposizione per raggiungere la sua casa e metterla in salvo.

Lo salutò saltando festosamente, trascinandolo, a forza di guaiti, là dove si stavano incontrando le due bambine.

“Tesoro mio, finalmente! Non riuscivo a raggiungerti, il ponte è bloccato!” sospirando sollevato. “Stavamo facendo l’impossibile per venirvi a soccorrere. Ma tu come hai fatto?”.

La colmò di baci. Poi abbassando lo sguardo, notò i pattini. Uno sguardo colmo di stupore e orgoglio. “Avevo paura di non rivedervi più! Saremmo rimasti isolati. Billo mi ha convinta a provare!” lo elogiò accarezzando il suo bianco e folto mantello.

” Papà, è crollato l’abete sulla nostra casa. La mia camera non c’è più!” piangendo, ricordò il panico e lo spavento provato. “Mi ha salvato Billo, io stavo dormendo.” proseguì.

Lo guardò ancora con adorazione. Un amico unico e indispensabile, non avrebbe rinunciato a lui per nulla al mondo.

” Adesso diamo una mano qui a chi ha più bisogno Miriam. Penseremo poi alla nostra casa!” aggiunse commosso.

” La mamma sta aiutando altre persone. Il nonno si è ripreso. Forse lo spavento l’ha fatto guarire!” aggiunse facendole l’occhiolino. Poi abbracciò Billo, riconoscente di quanto fosse stata determinante la sua presenza.

” Sei diventata grande Miriam! Hai imparato a cavartela da sola, brava!” Gli sorrise la bimba, felice di sapere che erano tutti in salvo. Alla ricostruzione avrebbero provveduto in seguito.

Prese la mano a Nina e osservando le guancie colorite della piccola aggiunse: “Com’è bello ritrovarsi! Ho avuto paura per te.” l’abbracciò forte, rinfrancandosi delle angosce delle ultime ore. “Devi comprarti i pattini anche tu: è troppo importante!” quindi, seguita dal cane, si diresse verso l’abitazione del nonno.

Doveva abbracciare la sua mamma, raccontarle le prodezze di Billo. Dirle che aver trovato il coraggio per superare il panico, di vincere la paura, era stato determinante e c’era riuscita Soprattutto ricordarle quanto le voleva bene. La trovò in lacrime, invasa dalla commozione.

Si abbracciarono a lungo. “Amore mio, quanta paura ho avuto!” mormorò mamma Lucia stringendola a se.

“Mamma, sono felice, siamo di nuovo tutti insieme!” Intanto Billo, continuava a scodinzolare felice, in attesa di una gratificante carezza.

Le luci del giorno erano prepotentemente accese quella mattina. La neve riverberava all’interno della stanza, i raggi del sole stavano sciogliendo il ghiaccio, spandendo goccioline variopinte, luccicanti come diamanti, sui rami secchi degli alberi.

” Svegliati pigrona! C’è il sole stamattina. ” Billo scese velocemente dal letto. Sapeva che a mamma Lucia non piaceva che vi salisse.

Miriam si sfregò gli occhi sbadigliando, poi si guardò attorno.

“Mamma, ma la mia camera non è distrutta!” ricordando improvvisamente la brutta esperienza passata. “Ma no tesoro, cosa stai dicendo?” Scese scalza e si affacciò alla finestra: la neve aveva ricoperto di bianco ogni cosa.

Corse, seguita dal cane, sino su in soffitta: c’era uno strano sacco. Lo aprì: dentro trovò i suoi pattini nuovi. “Billo, com’è possibile? Allora ho sognato!” Ritornò di sotto felice e volò in braccio alla sua mamma: ” Mammina, non sai quanta paura ho avuto stanotte!” poi si affacciò alla finestra. La aprì e, raccogliendo tutto il fiato possibile, si mise a chiamare la sua amichetta: “Ninaaa vieni, presto! Non sai cosa ci è successo stanotte! Corri è stata un’avventura incredibile!” Alle spalle, l’ombra dell’abete maestoso.

Meravigliosa ingenuità dei bambini! Imparano fantasticando, anche attraverso i sogni, le esperienze che la vita, a volte, ci mette di fronte, insegnando loro a vincere ogni paura.

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