03Apr
2017

Demopolis

Fiaba di: Gabriela Chiari

Pubblicità

Questo spazio permette al sito di offrire in modo gratuito tutti i suoi contenuti!



La fiaba

C’era una volta una vallata alpina in cui era adagiato un piccolo paese. Lì vivevano Fiordaliso ed Arturo: una bambina e un bambino di circa dieci anni che non solo erano fratelli, ma gemelli e quindi profondamente legati tra loro. Fisicamente si somigliavano solo per i capelli rossicci e gli occhi color del bosco, per il resto erano molto differenti: la bambina aveva un corpo snello e sempre in movimento, Arturo era grassottello e spesso preferiva nascondersi nella madia per mangiare i cibi di cui era goloso, in modo particolare le frittelle di mele. Il bambino, poco attivo dal punto di vista fisico, era però molto curioso e la sua immaginazione era in continuo movimento. Fiordaliso, pur avendo la stessa età, si sentiva già una piccola donna ed era naturalmente protettiva nei confronti di Arturo. I due bambini erano soliti fare passeggiate nel bosco vicino al paese, dove raccoglievano fragole,funghi e castagne; conoscevano ogni albero e s’intrattenevano amabilmente con gli scoiattoli.

Un giorno però Arturo, stanco di percorrere sempre gli stessi sentieri e vedere i luoghi noti, pensò di allontanarsi da solo senza dire nulla a Fiordaliso. Così di nascosto si allontanò dal paese, aggirò il bosco che conosceva e s’inerpicò su un’altura, al di là di questa c’era un altro bosco dove non era mai stato. Anche se era la prima volta che andava senza sua sorella, la curiosità fu più forte  della paura e trovò il coraggio di entrare nel bosco. Qui gli alberi erano molto fitti e lasciavano filtrare solo rari squarci di luce, non vedeva  fragole, ma solo qualche gruppo di funghi che non conosceva; continuò a camminare, gli scoiattoli non gli venivano incontro festosi, ma quei pochi  presenti erano ben nascosti a vigilare il silenzio del bosco. C’era infatti un silenzio assordante e lui cominciò ad avere paura … “Fiordaliso dove sei?” disse con un grido che si smorzò in gola, si accovacciò ai piedi di un albero in una piccola radura dove filtrava un po’ di luce  e cominciò a piangere.

A  casa intanto la mamma si era accorta della strana assenza di Arturo;  Fiordaliso cercò di tranquillizzarla, ma in cuor suo sentiva qualcosa che la inquietava:  un dolore sordo che dal petto saliva alla gola come per soffocarla, lacrime copiose sgorgarono dai suoi occhi … la bambina sentiva la sofferenza del fratello! “Arturo è in pericolo” disse tra sé “ non c’è un minuto da perdere!”.

Allora Fiordaliso si allontanò da casa e cominciò la sua ricerca; dopo vari tentativi, un po’ guidata dall’intuito e un po’ dalla fortuna, arrivò al bosco dove si era addentrato Arturo. La prima impressione fu di spavento, ma poi prevalse il suo istinto fraterno e cominciò a camminare chiamandolo a gran voce. Fortunatamente Arturo non aveva percorso un lungo tragitto nel bosco e Fiordaliso poté trovarlo con facilità. A questo punto, la soluzione migliore sarebbe stata quella di fare il cammino inverso e ritornare a casa, ma il destino gioca a volte scherzi imprevedibili. Infatti  i due fratelli, mentre si abbracciavano felici per essersi ritrovati, videro spuntare da dietro un albero due elfi che, con fare gentile,  proposero ai bambini di essere le loro guide nel bosco, qualora avessero voluto soddisfare la loro curiosità e sete di conoscenza. Arturo fu subito entusiasta di aver trovato una specie di “ angeli custodi” che l’avrebbero guidato in un mondo inesplorato. Fiordaliso, che era una ragazzina più concreta e matura, aveva qualche dubbio; ma un po’ per non lasciare solo il fratello, un po’ per desiderio di conoscere, decise di lanciarsi anche lei in quest’avventura.

Cominciarono così a camminare e stavolta il percorso sembrava più facile  perché c’era qualcuno che li guidava. Cammina, cammina,  arrivarono in un luogo dove non c’erano più alberi; gli elfi dissero ai due bambini che la loro missione era terminata e non potevano spingersi più in là, li avrebbero aspettati nascosti insieme a tutti i fratelli elfi, pronti ad intervenire in caso di necessità. Fiordaliso ed Arturo non rimasero però soli a lungo, infatti apparve loro uno strano animale che non avevano mai visto : aveva il corpo di leone e la testa di volpe, il suo manto era bianco con riflessi argentei,  il suo nome era Leovolpe.

L’animale si rivolse ai bambini comunicando che sarebbe stato la loro guida per scoprire la città sepolta. Allora Arturo chiese: “  Davvero nel bosco c’è una città sepolta?” “Certamente”, rispose Leovolpe, “Dovete sapere che molto tempo fa esisteva la città di Demopolis: i suoi abitanti vivevano secondo la legge e la giustizia, rispettandosi reciprocamente e contribuendo tutti al benessere comune attraverso il lavoro di ognuno ; a  capo della città c’era un principe chiamato Demos perché rappresentava tutto il popolo.

Un brutto giorno però, arrivò un mostriciattolo, dalla struttura gracile, il viso pallido tendente al giallognolo, gli occhi spiritati e due ridicoli baffetti che gli incorniciavano la bocca; cominciò  subito a gridare come un forsennato contro Demos e la sua città. Era facile all’ira, crudele e vedeva soltanto difetti nell’organizzazione di Demopolis. Il mostriciattolo, che chiameremo Hit, riuscì con le sue parole a convincere altri esseri simili a lui, alcuni dei quali divennero suoi collaboratori, i più fedeli erano Him e Goer, non così brutti d’aspetto, ma molto crudeli. Costoro imprigionarono tutti gli animali del bosco, obbligandoli a ricoprire di calce  Demopolis”.

Fiordaliso ed Arturo rimasero molto colpiti dalla storia e chiesero a Leovolpe se  fosse possibile visitare la città sepolta. L’animale rispose che probabilmente sotto lo strato di calce c’era ancora la vita, ma per entrare nella città  era necessario liberarla dal dominio di Hit che, aiutato da Him e Goer,  aveva reso schiavi  gli animali del bosco che con le armi controllavano la città. Arturo, che era un bambino pieno d’immaginazione disse a Leovolpe che forse gli amici elfi li avrebbero aiutati,  intervenendo con le armi; Leovolpe rispose: “Non possiamo fare molto con le armi, anche perché  i dominatori le fabbricano continuamente di nascosto, quindi gli elfi andrebbero incontro a morte sicura;  in questo momento, abbiamo  bisogno di coraggio ed astuzia”. L’animale, che era uno specialista in questo settore, convocò gli amici elfi e li esortò a prestare il loro aiuto facendo propaganda contro il nemico. Con discorsi, idee, esempi di vita, gli elfi avevano il compito di persuadere gli animali del bosco a ribellarsi al loro stato di schiavitù. I piccoli amici fecero una propaganda così capillare e convincente che i sudditi, volendo rendersi liberi, cominciarono a disubbidire agli ordini e in breve tempo il grado d’insubordinazione fu  sempre più evidente; quando nessuno ubbidì più, Hit, Him e Goer fuggirono … il dominio del Male era crollato!

Quegli stessi animali che avevano gettato la calce sulla città seppellendola, scavarono ora alacremente e …  apparve Demopolis! Tutto era rimasto come un tempo : gli abitanti che lavoravano o studiavano, i giudici che facevano rispettare la legge, i cittadini riuniti in assemblea ; sotto gli occhi benevoli ed attenti di Demos si svolgeva la vita della città.

Arturo e Fiordaliso guardavano meravigliati lo spettacolo che si presentava ai loro occhi; erano felici di essere stati testimoni della rinascita di Demopolis. Di fronte allo stupore dei ragazzi, Leovolpe disse: “Avete assistito ad una lezione davvero speciale,  che nessun maestro avrebbe mai potuto fornirvi, fatene tesoro per il futuro!”.

Così fu, infatti Arturo e Fiordaliso, tornati a casa, tennero sempre vivo negli anni il ricordo di Demopolis  e,  una volta divenuti adulti, cercarono di trasmettere ai loro figli e nipoti l’insegnamento che avevano tratto dalla storia della città sepolta.

Commenta la fiaba



Altre fiabe che potrebbero piacerti



Consigli di lettura