19Giu
2012
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Una serata speciale

Fiaba di: Martina Vecchi

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La fiaba

Il signor Enrico è un uomo in carriera, molto impegnato e molto soddisfatto.

Dirige un’azienda che produce bustine di zucchero, e gli affari vanno a gonfie vele.

I suoi dipendenti lo stimano, nonostante sia un uomo burbero e piuttosto esigente.

La sua famiglia è composta da una moglie casalinga, tre figli scolari, un gatto e un canarino.

In quest’ultimo periodo Enrico è molto impegnato a concludere certi affari con un’azienda con la quale vorrebbe realizzare un gemellaggio, decisione che gli costa molte sere in ufficio a fare conti, preparare relazioni, azzardare previsioni. E molte sigarette. D’altronde, a norma di uomo responsabile e risoluto quale egli è, Enrico vuole avere la situazione sotto controllo, e seguire passo dopo passo i progressi della sua azienda.

Il signor Urbano è un barbone che vive un po’ qua un po’ là. In città è molto conosciuto, gli sono tutti affezionati, è un vecchietto simpatico che va sempre in giro per il parco.

Cammina lentamente respirando l’aria a pieni polmoni, e ha sempre un’espressione trasognata e un po’ bambinesca. Nessuno conosce il suo passato, non si sa da dove venga né come sia diventato un senzatetto. Secondo una delle tante leggende metropolitane che girano sul suo conto, sarebbe un esimio professore di fisica che avrebbe lasciato tutto per godere della semplicità della natura. In effetti, a vederlo, pare davvero beato e soddisfatto. Qualcuno sostiene che sia un mezzo veggente, altri che sia un po’ matto.

Enrico è angosciato perché teme di non riuscire a gestire gli affari dell’azienda che stanno prendendo il volo verso orizzonti lontani. Gli capita di battibeccare con la moglie più spesso, in quest’ultimo periodo, e l’altro ieri si è pure scordato di andare a prendere il figlioletto più piccolo in piscina.

Una sera è talmente stanco che decide di rincasare un po’ prima, ma non prende la metro. Sceglie di tornare a piedi, per sgranchirsi le gambe e schiarirsi le idee.

Si imbatte in Urbano. Non gli è mai andato a genio quell’uomo, l’ha sempre reputato un perdigiorno, ed Enrico detesta chi non fa nulla della propria vita, girandosi i pollici e trastullandosi da mane a sera. Perché il tempo è prezioso, e bisogna investirlo su se stessi con oculatezza, uno dei tanti motti del signor Enrico.

Ebbene, i due uomini si incontrano. Urbano sa di non piacere a Enrico, del resto neanche lo stesso Urbano stravede per Enrico, eppure gli rivolge la parola.

– Si vede lontano chilometri che qualcosa la turba, sa- comincia Urbano- non dovrebbe essere a casa già da un pezzo con la sua famiglia? Il lavoro può aspettare, non crede?-

– Scusi, ma lei cosa ne sa della mia vita?- ribatte stizzoso Enrico, i nervi a fior di pelle. Anche questa seccatura, ci voleva- Pretende forse di insegnarmi come mandare avanti un’azienda, proprio lei, che non combina niente tutto il giorno? Con che qualifica? –

Urbano, per nulla turbato dalla litigiosità dell’uomo, replica con tutta calma:

– Ecco vede, sono le persone superficiali come lei a essere convinte che andare in giro per il parco sia privo di utilità. Eppure sono convinto che ventiquattr’ore di passeggiata siano molto più corroboranti e proficue di una settimana in azienda.

Lei forse non si rende conto di essere circondato da tanta meraviglia. Che valore dà al tempo? Invece di programmare la sua vita da qui ai prossimi dieci anni, non farebbe meglio a centellinare ogni secondo della sua giornata, godendo dei piccoli piaceri della quotidianità?

Vede, stamattina ho trovato un quadrifoglio, e sono sicuro che mi porterà fortuna -.

Enrico, imbestialito, controbatte velenoso:

– Come si permette di giudicare le mie scelte, non mi conosce affatto! Sa quanto tempo ho a disposizione per concludere questo affare? Pochissimo! Sa quanta è la concorrenza che ci sta alle calcagna? Tantissima! E chi pensa allo stipendio dei miei dipendenti, alla manutenzione dei macchinari, all’organizzazione degli uffici, alla revisione delle strutture, all’ottimizzazione dello spazio in fabbrica, alla selezione del personale, ai licenziamenti, alle assunzioni, ai congressi, alle cene di lavoro con i soci della Co. Co. & Co., all’orario di lavoro da rivedere, al coordinamento dei capisettore, al colloquio coi pubblicitari per il rilancio dell’immagine del prodotto a…. a…._

– E lei se la ricorda l’ultima volta che ha comprato un gelato a suo figlio?-

– Beh, ecco….-

– E il dolce preferito del suo piccolino?-

– Ehm… Meringata?-

– E il compleanno della sua bambina?-

– Quello sì! Sedici marzo! O forse in novembre…-

– Ma lo vede che non è credibile? Cosa se ne fa di un’azienda extra lusso se poi non ha tempo per se stesso? Ci ha pensato?-

Enrico, visibilmente stremato e confuso, si accascia su una panchina e scoppia in singhiozzi:

– Ma io.. Ma io..-

– Ma lei ma lei… Io sarò anche un perdigiorno, ma mi godo il calore dei raggi del sole, il profumo di queste margherite. Apprezzo la compagnia dei colombi che puntualmente vengono a trovarmi reclamando la loro razione di briciole di pane. Respiro il fresco dell’aria, annuso l’odore della terra e delle piante umide di rugiada. Il mio tetto è la volta di questo magnifico cielo, e le mie candele sono queste numerosissime stelle. E il mio specchio è la luna. Quando piove corro felice nel prato e lascio che ogni singola goccia si insinui nei miei sudici vestiti. E così mi faccio la doccia. Per asciugarmi mi sdraio sull’erba e accolgo l’ape che cerca il suo fiore. Io non ho nulla, eppure ho tutto questo -.

Enrico rimane ad ascoltarlo in silenzio. Non sa cosa rispondere. Suo malgrado è perfettamente d’accordo col signor Urbano. Allora si alza e, inaspettatamente, lo abbraccia.

Si toglie la giacca, la cravatta, l’orologio costoso, si sfila il portafoglio dalla tasca. Raccoglie tutte le scartoffie, tabelle, grafici, schemi, diagrammi, e butta tutto nel lago. E scoppia in una fragorosa risata.

Chi fosse passato di lì quella sera avrebbe visto due uomini assolutamente uguali camminare tranquillamente per il parco, ridendo.

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