21Nov
2007
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Tre parole

Fiaba di: Redazione

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La fiaba

Tre parole, non di più. Nel Regno Silente sono tre quelle permesse. Tre misere parole. Le uniche possibili per liberare la propria voce. Tre parole. Muto prima. Muto tra una e l’altra. Muto poi. Tacere è normale quaggiù, parlare è un evento.

I maestri di parola elargiscono la propria arte nelle Scuole della Parola. Raccontano con figure e suoni ciò che loro stessi non possono più praticare. Pochi maestri hanno le tre parole intatte, sono i ciarlatani che parlano di ciò che non possono conoscere fino in fondo.

Bambini incoscienti, giovani frivoli, adulti distratti o anziani rassegnati. Per gioco, per amore, per ira o per tristezza. Urlate o sussurrate. Ognuno spende le proprie tre parole come meglio crede.

Ci sono i martiri della parola, quelli che le hanno usate per altri. Ci sono gli egoisti, che se la cantano allo specchio. Ci sono gli esibizionisti, che lo fanno in TV. Ci sono i megalomani, che urlano dall’edificio più alto del regno.

Poi c’è l’ometto del bar. Quello che è sempre lì con il semi-sorriso di chi sta per raccontarti una barzelletta, ma tace. Tace sempre. Ha sempre taciuto. Ha le tre parole lì belle intatte. Mai usata nemmeno una, nonosante il semi-sorriso.

C’è gente che va al bar solo per l’idea di potere sentire parlare quell’ometto.

L’ometto è una leggenda in tutto il Regno. Tutto per quel semi-sorriso tira-parola. Ci sono uomini pronti a giurare che quella sia l’esatta faccia che uno fa prima di parlare nel Regno Silente. Eppure lui tace.

– Lui tace perchè pensa -, – lui tace perchè non ha nulla da dire -, – lui tace perchè è saggio -, – morirà tacendo -, erano alcune delle mille idee che circolavano nel regno.

Nessuno, a memoria d’abitante, aveva mai resistito fino alla morte. Nessuno aveva tenuto intatto il dono. Nessuno s’era permesso. Tutti avevano proferito almeno una parola, foss’anche l’ultimo “Arrivederci”.

Lui no. Tace. E semi-sorride.

La vita scorre. I figli hanno già usato le tre parole, la moglie pure, gli amici, i parenti, i conoscenti, ma lui va avanti imperterrito. S’ostina e forse si fa bellamente gioco di noi che siamo qui ad aspettare che fluisca saggezza da quella boccuccia sorridente.

Perchè non parla. Diventa quasi antipatico quel semi-sorriso. La gente si scoccia, ma resta qui, a guardare l’ometto negli occhi, a scambiare un paio di foglietti con parole di incoraggiamento. Lui risponde cortese e resta lì.

Tre parole, che ci vuole, solo tre. Ne basterebbe una, ma potresti concentrarle e farci dono della tua saggezza in un colpo solo. Ometto Silente, pendiamo dalle tue labbra.

Il suo silenzio si è trasformato nell’evento, nell’esasperazione della normalità del regno silente. L’ometto Silente è l’emblema di un regno, l’eroe della normalità che nulla fa.

La TV aspetta fuori dal locale, il parroco sta correggendo le ultime confessioni, la moglie stira la copertina di velluto del notes di ordinanza, il barista serve una birra, gli amici giocano a carte. Lui s’alza, imperioso, apre la bocca e cade a terra. Con un sorriso.

Se n’è andato, ha lasciato tre parole non dette, ha lasciato sentore di saggezza, ma s’è portato via un sorriso e la consapevolezza d’essere nato senza corde vocali.

Chissà quali sarebbero state le tre parole del Muto Silente?

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