05Giu
2017

Sciopero!

Fiaba di: Lauretta

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La fiaba

In classe c’era un silenzio da paura.

«POCHE STORIE, RAGAZZI!» tuonò la voce di Magisteri, il professore di italiano, battendo un fortissimo pugno sulla cattedra.

Tutti i ragazzini sobbalzarono, contemporaneamente, sulle sedie; il colpo era stato di una certa potenza e il registro, le penne ed alcuni libri sul tavolo, erano letteralmente saltati; mentre la cartina della vecchia Europa aveva preso a dondolare sulla parete.

Camillo era rimasto a fissare la lampadina che penzolava dal soffitto, al centro della stanza.

«COS’E’ QUESTO? UN AMMUTINAMENTO??» gridò ancora la potente voce del professore.

Dopo l’ennesimo saltello sulla sedia, Camillo alzò la mano. I suoi compagni temettero di perderlo per sempre; stavolta il prof lo avrebbe mangiato vivo… di lui sarebbe rimasto soltanto lo zaino, forse.

Gli occhi di Magisteri lo fulminarono, ma evidentemente, al ragazzino, quello sguardo dovette sembrare un invito a parlare, perché disse: «AMMUTINAMENTO: rifiuto di obbedire ad un ordine…»

Magisteri si avvicinò a lui, come un serpente alla sua preda e sibilò: «Ricordami di metterti un bel due, per insubordinazione…»

«INSUBORDINAZIONE: comportamento di chi non rispetta la disciplina…»

«TACI, CAMILLO!!»

E Camillo riprese a fissare la lampadina. Dondolava ancora, lentamente.

«Allora…» riprese Magisteri, abbassando la voce di un tono, «Ricapitoliamo…»

«RICAPITOLARE:…» la voce di Camillo si spense sotto la mano di Eugenio, il suo compagno di banco, che gli tappò la bocca.

Camillo era fatto così: lui era un vocabolario vivente…

Dalle narici del naso di Magistri si levarono due fili di fumo: Eugenio temette di vedere le fiamme di lì a breve; dopodiché, il drago, li avrebbe sbranati.

Ma il professore non li aggredì, per il momento. Riprese:

«RI-CA-PI-TO-LIA-MO» guardò con aria di sfida il piccolo vocabolario umano, ma Eugenio non aveva mollato la presa e Camillo emise solo una serie di «…hmgmgm…humgmm…»

 

«Dunque, stamattina siamo entrati alle otto e un quarto, come sempre e ci siamo salutati, ci siamo seduti e poi io ho aperto il registro.» lo indicò a tutti con l’indice teso, «per fare l’appello».

Tornò a sedersi e prese a tamburellare nervosamente con la penna sulla cattedra e con un piede sul pavimento.

Poi continuò, cupo in volto: «MA, quando ho aperto il REGISTRO, l’ho trovato così!!!», concluse, tenendolo aperto con le mani per mostrarlo alla classe, che ormai non era più così colpita dal fatto che le pagine fossero tutte bianche: erano quasi due ore che il prof rimuginava su questo fatto strano.

Il registro sembrava non essere stato mai scritto: non un nome, una firma, una annotazione. Nulla. Come fosse nuovo. Bello, bianco e senza orecchie.

Due ore prima, dopo i primi attimi di sorpresa, il professore si era messo a ridere: pensava che i ragazzi avessero fatto proprio un simpatico scherzo sostituendo il registro con un altro. Sarebbe stato al gioco senza arrabbiarsi: in fondo anche lui era  stato un ragazzino piuttosto furbetto, tanti anni prima….

«Ma sì, ragazzi. Lasciamo stare…» aveva detto, tranquillo, «Aprite il volume 2 di antologia a pagina… a pagina…»

Non poteva credere ai suoi occhi: il libro era solo un insieme di fogli bianchi, non un punto, una virgola, una parola…

I ragazzini, avevano notato lo sbiancare improvviso dell’insegnante e sentendolo balbettare, avevano sfogliato rapidamente i loro libri. Anch’essi erano assolutamente vuoti. Era cominciato un chiacchiericcio sfrenato in classe, non ci si capiva più niente.

Qualcuno parlava di mistero, qualcuno di fantasmi.

Camillo aveva preso a citare il vocabolario: «PAGINA: facciata del foglio…»

«INORRIDIRE: provare orrore…»

Dopo aver riportato la calma in classe, il professore aveva chiesto agli alunni: «Allora, vogliamo smetterla adesso? Che scherzo è?»

«SCHERZARE: trastullarsi, giocare…» declamava intanto il solito Camillo.

«BASTA, CAMILLO! Lo scherzo è bello quando dura poco! Ora ditemi come avete potuto organizzare tutto questo!»

I ragazzini spiegarono che ne sapevano quanto lui. Nessuno di loro era il responsabile dell’accaduto.

«E poi, come avremmo fatto a far sparire le parole, prof?» chiese Filippo.

Francesca aggiunse, ridendo: «Magari avessimo avuto questa capacità!»

Scoppiarono risa rumorose, mentre Camillo recitava: «CAPACITA’: attitudine a contenere oppure attitudine a valutare il valore sociale dei propri atti…»

«TAPPATEGLI LA BOCCA, O LO BUTTO FUORI!» aveva urlato alla fine Magisteri, alzandosi minacciosamente dalla sedia.

Venti, tra ragazzine e ragazzini avevano allora placcato Camillo e lo avevano messo a tacere.

 

Questi erano gli antefatti e le due ore erano trascorse così: Magisteri aveva fatto aprire tutti i libri, tutti i quaderni e i diari, addirittura anche i foglietti appallottolati nel cestino della carta. Risultato: non una parola, non un segno d’inchiostro.

In quella classe erano scomparse tutte le parole scritte…

Magisteri aveva retto fino a quel momento, fino a quando si era arrivati al colpo potentissimo sulla cattedra che, dopo svariati minuti, faceva ancora ondeggiare la tranquilla Europa.

 

Eugenio, pensando che la calma si fosse ristabilita, lasciò libera la bocca di Camillo, intimandogli di stare zitto.

«INTIMIDAZIONE: minaccia per impaur… »

«Vuoi stare zitto? Se non la smetti il prof ci caricherà di compiti per i prossimi tre

anni!!»

Camillo lo guardò con gli occhietti di un cane bastonato, e sussurrò: «Ma io devo dirvi una cosa!»

«NO!» disse Eugenio.

«NO!» dissero Federica e Giorgia in coro.

«NO: negazione di ciò che viene domandato…» bisbigliò Camillo.

Eugenio gli tappò ancora la bocca. Il professore passeggiava nell’aula nervosamente, le mani dietro la schiena.

«Prendete il quaderno di italiano e scrivete: Oggi qualcuno…»

Eugenio faticava non poco, con una mano sulla bocca del compagno mentre con l’altra tentava di scrivere. Ma scrivere era impossibile, la sua penna non scriveva, nessuna penna scriveva.

I ragazzi cominciarono a far chiasso, di nuovo; si scambiarono le penne, provarono con le matite, coi pennarelli… mentre la voce di Magisteri continuava a dettare:

«Pertanto, sarà punito colui (o colei) che ha messo in opera questa bestialità…»

«Humgmm…» mugugnava intanto Camillo, sotto la pressa della mano di  Eugenio.

Sara all’improvviso esclamò: «Ehi! Guardate Camillo! Guardate Camillo!!!»

Tutti si voltarono verso Camillo, compreso il professore: il ragazzino stava diventando viola, probabilmente non respirava quasi più, visto che la mano di Eugenio gli tappava pure il naso, oltre alla bocca.

«Ma no! Non Camillo!» Protestò Sara, «Guardate il suo foglio!!»

«AAAhhh!» strillò Eugenio, ritirando in fretta la sua mano.

Il foglio di Camillo era elegantemente scritto. Vi si poteva leggere tutto il dettato …Oggi qualcuno in questa classe, ha osato innescare (INNESCARE: dare inizio, provocare…)…Pertanto sarà punito…

Dopo che tutti furono riusciti a sbirciare il miracolo sul quaderno di Camillo, nella classe ritornò il silenzio assoluto.

Il professor Magisteri, bianco come un cencio, mormorò: «Lo sapevo che eri tu il responsabile…» Poi esplose: «PARLA, CAMILLO!!!»

«C’è lo sciopero…» rispose il ragazzino con un filo di voce.

Una metà dei ragazzi cominciò a sbellicarsi dalle risate, l’altra metà a preoccuparsi per la salute mentale di Camillo.

«Ah… bene, c’è lo sciopero…» L’espressione di Magisteri era diabolica. «Di cosa vai cianciando?»

«C’è lo sciopero delle parole» rispose lui tutto d’un fiato, e poi «SCIOPERO: astensione collettiva dal lavoro…»

Il professore voltò, inorridito, le spalle al bambino e si affacciò dalla porta dell’aula. Chiamò la bidella e le chiese un caffè. «Doppio. Mi porti un caffè forte e doppio. O una camomilla. O anche due.»

Quando la bidella entrò in classe, dieci minuti dopo, trovò l’esimio professor Magisteri seduto al posto di Camillo e il ragazzino seduto alla cattedra.

La donna restò sgomenta (in effetti il prof Magisteri era sempre stato un po’ alternativo) però far sedere sullo scranno del comando quel petulante di un vocabolario vivente… Bè, non erano problemi suoi, in fondo. Poggiò il vassoio con tre camomille, due caffè ed un succo d’ananas davanti a Magisteri ed uscì dall’aula.

«Continua…» disse esausto l’insegnante a Camillo.

«Dicevo che le parole hanno proclamato uno sciopero… PROCLAMARE: rendere pubblico solennemente…»

«CAMILLO!!!» urlarono tutti i suoi compagni, «VAI AVANTI SENZA CITAZIONI!!!»

L’aula tremò ancora.

L’Europa cadde, insieme all’inseparabile chiodino che l’aveva tenuta su per anni.

Magisteri non aprì bocca: non ne poteva più.

Camillo, stordito dal clamore, riprese: «Dunque dicevo: le parole sono entrate in sciopero. Perché scioperano? Perché qui dentro si fa un cattivo uso di loro! I condizionali non ce la fanno più! Devono fare sempre il lavoro dei congiuntivi, perché qui nessuno li sa usare! E le acca? Siamo in prima media e loro sono ancora disoccupate! Le doppie, poi, soffrono di crisi d’identità: due quando non serve, ma una quando ne servirebbero due… Basta! A nome delle parole e delle frasi sconclusionate che escono da questi quaderni, io chiedo giustizia!»

Nessuno aveva sentito la campanella del cambio dell’ora, nel frattempo, così la porta si aprì e cinguettando «Buongiorno!» entrò in classe la professoressa di matematica.

Magisteri, incastrato nella seggiola di Camillo, gridò: «ESCA IMMEDIATAMENTE LEI!!»

Quella indietreggiò, spaventata, nel corridoio, subito soccorsa dalla bidella: «Venga, venga, professoressa… Oggi non è aria…»

Il Professor Magisteri si alzò e si avvicinò con passo lento a Camillo.

Il ragazzino ripassò (mentalmente, stavolta) il vocabolo PAURA: “preoccupazione e inquietudine per qualcuno che sembra atto a produrre gravi danni o a costituire pericolo…” e sussurrò, timidamente: «Non ho altro da aggiungere, professore»

Ma Magisteri non lo fulminò con gli occhi, né lo bruciacchiò con il fuoco delle sue fauci. Lo fissò. Molto a lungo. Furono attimi di autentico terrore: “TERRORE: grande paura, panico…”

«Bene» disse finalmente l’insegnante, «I congiuntivi lavorano poco e i condizionali sono stanchi… te ne devo dare atto… e i trapassati remoti?»

A Camillo non sembrò vero! Fu velocissimo a rispondere: «I trapassati sono delusi. E infelici. Nessuno li capisce e li usano sempre a sproposito!»

«Cosa possiamo fare, Camillo, secondo te?» gli chiese Eleonora.

«Dobbiamo studiare più grammatica?» chiese terrorizzato Andrea.

«Non solo. Io credo che dovremmo leggere di più. Leggendo, tutti i vocaboli nuovi, piano piano, ti entrano in testa. Diventano tuoi… diventano parte del tuo patrimonio culturale… e i modi e i tempi e le acca, ti si svelano, come per magia. Più leggi, più capisci come si parla. E’ importante saper parlare, sapere cosa si dice… ecco.»

“«osa propone, dunque, il PROFESSOR CAMILLO VOCABOLARIO?» chiese Magisteri sorridendo (sì, sorridendo!).

«Leggiamo una storia?» propose il ragazzo vocabolario.

Il professore, sperando in una revoca immediata dello sciopero, acconsentì.

«Leggeremo una storia e poi ne scriveremo una tutta nostra, tutti insieme. Ci aiuteremo a vicenda senza far arrabbiare qualche gerundio! Ora, cominciate a leggere!»

Sofia, sfogliò rapidamente il vocabolario della lingua italiana, che fino allora in verità, aveva usato ben poco, e strillò: «LEGGERE: riconoscere dai segni della scrittura le parole e comprenderne il significato…»

Le arrivò un astuccio in testa.

Il colpevole non fu mai trovato.

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