21Ott
2014
napoleone-gesto-amore

Napo(leone), un gesto d’amore

Fiaba di: michelepisculli

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La fiaba

Quel mattino mi ritrovai abbandonato sul ciglio di una strada. Pioveva insistentemente ed ero solo. Non riuscivo ancora a capacitarmi come fosse successo tutto questo. Fino a poche ore prima avevo una famiglia che sembrava che mi amasse ed io credevo di essere felice.

Mario, il capo famiglia, era sempre burbero con me. Ma non ne soffrivo eccessivamente. Quell’uomo era fatto così e non credevo che in realtà fossi un problema per lui. I suoi modi bruschi che aveva nei miei riguardi erano ampiamente compensati da Lucia, la moglie, e dal piccolo Raffaele (Lele).

La prima, di nascosto del marito, mi rimpinzava di gustosi assaggini che erano i resti dei loro pasti quotidiani. Questi extra, che apprezzavo molto, rendevano il mio pasto quotidiano consistente in monotone crocchette meno scialbo. Capivo subito quando stava per darmi qualcosa di appetitoso. Allora mi mettevo seduto di fronte a lei ed aspettavo fiducioso. Lele era il più affettuoso di tutti con me.

Quando ritornava da scuola correva subito a cercarmi e per il resto della giornata non si staccava più da me. Restavo per delle ore sotto la sua sedia quando studiava, mi coinvolgeva sempre nei suoi giochi ed il suo sorriso mi riempiva di gioia. La notte, anche se Mario era contrario, dormivo nella sua stanza. Mi sdraiavo sul pavimento, accanto al suo letto e quando diceva ‘Buonanotte Rudy!’, capivo che stava per spegnere la luce. Un sonno tranquillo ci avrebbe presto avvolti per l’intera notte ed io sognavo felice. Nella maggior parte dei miei sogni c’era sempre Lele.

Si giocava insieme e si correva attraverso infinite distese di fiori fino a restare senza fiato. La mattina successiva, quando mi accorgevo che si era svegliato per me era una gioia. Mettevo le mie zampe anteriori sul bordo del letto e quando lui si avvicinava gli leccavo il volto con affetto.

Era il modo sincero per ringraziarlo perché aveva deciso di condividere la sua giovane esistenza con me. Un cane randagio che avevano trovato sei mesi prima a vagabondare per strada, vicino a casa loro. Allora ero a pezzi. Avevo avuto fino ad allora pochi momenti di gioia. Ed era stato il periodo in cui c’era mia madre ed i miei due fratelli. Giocavo per strada con i miei consanguinei, sotto lo sguardo attento di mia madre che non ci perdeva mai di vista. I pasti non erano mai così abbondanti come accadeva nella casa di Lele. Vivevamo con quello che la gente di tanto in tanto ci portava. Ma a noi bastava perché potevamo continuare a giocare assaporando con gioia l’aria di libertà che respiravamo felici.

Poi una sera successe quell’evento terribile. Mia madre stava attraversando la strada. Si era accorta che i nostri giochi erano diventati troppo irruenti e qualcuno di noi poteva farsi male. Così aveva deciso di venire a separarci e di tranquillizzarci. Nessuno di noi si accorse di quella macchina che nel buio sfrecciava veloce. Mia madre fu colpita in pieno e venne catapultata sul marciapiede. Il veicolo nemmeno si fermò e continuò la sua corsa come se niente fosse successo.

Corremmo da lei. Era in una pozza di sangue ed aveva difficoltà a respirare.

‘Tu sei più giudizioso di tuo fratello e tua sorella. Adesso è compito tuo occuparti di loro. Devi aiutarli a crescere e devi difenderli con tutte le tue capacità. Devi promettermelo.’

Poi le vidi chiudere gli occhi per sempre.

In quel momento provai un dolore immenso. Allora non mi rendevo conto che ci aveva lasciati per sempre. Piangendo di tanto in tanto continuavo a scuoterla, sperando che si svegliasse e che tutto ritornasse come prima. Ma non fu cosi. Restai accanto a lei per delle ore, mentre i miei fratelli non riuscivano ancora a comprendere pienamente cosa era successo a nostra madre.

L’indomani mattina avvenne un altro episodio che avrebbe segnato per sempre la mia esistenza.

Due persone si erano fermate vicino a noi. Non erano dei completi sconosciuti per me. Quasi tutti i giorni venivano a portarci del cibo, impietositi dalla nostra condizione precaria di randagi.

‘E adesso cosa ne sarà di loro, senza la madre? Avranno poco più di quattro mesi e per loro per strada da soli sarà la fine.’

L’altra donna accarezzò mia sorella.

‘Lei mi è sempre piaciuta, sin dal nostro primo incontro.’

Mia sorella, ruffiana, vedendosi al centro dell’attenzione le leccò la mano.

‘Quanto è dolce. Dobbiamo prenderli con noi. Non possiamo lasciarli qua per strada. Mio marito brontolerà per un pò, poi cederà alle mie insistenze. Tu potresti prendere l’altro.’

Indicò mio fratello.

‘E di quello cosa ne facciamo? Mi ha sempre dato l’impressione che sia un cucciolo difficile da gestire.’

‘Per il momento, essendo io l’unica di noi due ad avere un giardino lo prendo con me, insieme alla sorella. In seguito troveremo qualcun altro fra i nostri amici che si possa prendere cura anche di lui.’

La donna si avvicinò a me ed io non avevo nessuna intenzione di seguirla. Dovevo fare qualcosa per non farmi prendere da lei. Mi ricordai di un gesto che faceva sempre mia madre quando i gatti randagi della zona si accorgevano che qualcuno ci aveva portato del cibo. Più che un gesto è meglio dire una espressione che faceva per farli allontanare da noi. Allora non capivo cosa fosse, ma funzionava sempre. La sua espressione cattiva e quel suono inferocito che emetteva li faceva scappare. Feci anch’io come lei.

‘Accidenti, ma che gli è preso sta ringhiando. Non vorrà mica morderci?’

Si allontanò da me impaurita. Questo suo gesto da me inaspettato mi diede il coraggio di scappare lontano da lì. Capii dopo che il mio fu un gesto inconsulto. Facendo così avevo perso di vista i miei fratelli e non avevo esaudito l’ultimo desiderio di mia madre: Prendermi cura dei miei fratelli.

Vagabondai per interi giorni alla loro ricerca. E spesso continuavo a cercarli anche di notte. Ma niente. Erano spariti nel nulla. Il dolore della loro scomparsa riusciva persino ad attenuare i morsi della fame e la sete che a volte mi divorava all’inverosimile. Mi fermavo quando incontravo un cassonetto della spazzatura e rovistavo pazientemente tra i rifiuti. Trovavo sempre qualcosa da mangiare che a dire il vero non era mai un granché ma dovevo accontentarmi. Il destino mi diede una mano anche per trovare qualcosa da bere. Avevo scoperto che dei giardinetti pubblici ad un certo orario venivano ricoperti d’acqua. All’improvviso usciva dall’erba un oggetto nero da cui usciva un spruzzo d’acqua che roteava. Mi bagnavo, togliendomi da dosso la puzza della strada e riuscivo a saziare la mia sete. Impressi nella mia mente quei posti preziosi per poi continuare la ricerca dei miei fratelli.

Poi una mattina mi fermai davanti ad un posto pieno di bambini e fu lì che incontrai per la prima volta Lele. Appena mi vide, mi corse incontro contento e sembrò leggere nella mia mente. Avevo una fame terribile ed ero sfinito. Si inginocchiò sull’erba accanto a me e cominciò ad accarezzarmi sulla testa.

‘Povero cucciolo starai morendo di fame.’

Mi diede un pezzo del panino che aveva in mano. Lo mangiai lentamente, assaporando ogni boccone. Poi lo vidi correre verso una donna che gli stava andando incontro.

‘Mamma! Mamma! Dobbiamo prenderlo con noi. E un cucciolo tutto solo, noi abbiamo un giardino e tempo fa mi hai detto che meritavo un regalo per il mio buon andamento a scuola. Il regalo che voglio adesso è lui.’

Lucia rimase sorpresa da quella richiesta inaspettata, ma la felicità che vedeva negli occhi di suo figlio non meritava un diniego.

‘Va bene, va bene lo porteremo con noi, ma ti avverto che sarà dura convincere tuo padre a tenerlo con noi. Lui non ama gli animali per partito preso.’

‘Ma che accidenti ti è preso! Portare un cane sconosciuto a casa nostra ed è persino un randagio. Sarà pieno di pulci e da chissà quali malattie.’

‘Sei prevenuto. Il veterinario che l’ha visitato ha detto che è sanissimo e non ha parassiti addosso. Gli ha fatto le prime vaccinazioni ed io poi gli ho comprato anche un collare antiparassitario. Non lo vedi che è un amore. Ed è molto intelligente. Da subito ha capito che non deve sporcare dentro casa e fa i suoi bisogni in un angolo del giardino e se trova la porta chiusa comincia a guaire. Sembra dire ‘Che aspetti ad aprire la porta. Non ce la faccio più a tenermela.’ Quando apro la porta mi lecca la mano soddisfatto e corre via a cercare la sua toilette personale. E proprio un amore e Raffaele se ne è subito innamorato follemente. Se ti opponi alla sua permanenza a casa nostra, non te lo perdonerà mai.’

Mario capì che per il momento doveva capitolare. Ma solo per il momento. Alla prima occasione avrebbe trovato il modo di liberarsi di quel ‘nanetto’ presuntuoso. Si era introdotto nella sua famiglia senza chiederne il permesso e questo per lui era intollerabile.

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