29Set
2014
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Anastasia la piccola volpe

Fiaba di: Monica F.

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La fiaba

C’era una volta una bellissima volpe dal pelo fulvo e gli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Anastasia.

Rimasta orfana alla nascita, perduto il proprio branco per mano degli Esseri Umani, impegnati  in una delle loro sanguinose guerre, che avevano trasformato la sua Foresta, un tempo pacifica e serena, in un terreno di scontro raso al suolo all’urgenza dalle loro battaglie, creature mai paghe di potere e conquiste, che col loro fucile tonante avevano distribuito morte e penuria, costellando di bombe e trincerando di filo spinato ogni dove, la piccola bestiola,  ferita ed impaurita, scoperta in fin di vita da un soldato in sopralluogo, era stata raccolta sotto la sua protezione e portata al Campo chiamata da lui col nome di Anastasia.

Accanto al soldato, la volpacchiotta bisognosa di cure era guarita, e felice e sicura era cresciuta divenendo una volpe bellissima, anche se lontana dalla sua amata Foresta, non riuscendo mai a capire fino in fondo il credo degli Umani, le loro leggi, ciò che ripetevano in parata nei loro cortili al mattino presto “Sappi che porterai il tuo esercito alla conquista di molti regni. Presso ogni popolo che troverai udrai genti rivolgersi a te in idiomi stranieri, ma tu grazie a un’ispirazione soccorritrice potrai sempre comprendere le lingue di ogni popolo…e qualunque cosa tu possa dire nel greco idioma, sappi che chi ascolta potrà comprenderlo senza interprete..”

Ma lui le voleva bene e lei sorrideva nel seguirlo zampettando, chiuso in quella mimetica, col basco ben calcato in testa, riconoscendolo dal sentore della sua uniforme, il fucile al braccio, gli anfibi grandi, le cicatrici sul petto, quelle fossette ai lati della bocca, raggiante di essere al suo fianco.

Spesso restava sveglia ad aspettarlo di ritorno dalla ronda notturna, e sotto il tavolo in silenzio l’ascoltava scrivere le sue poesie, tracciando adagio la matita spuntata sul foglio, ripetendoli poi a voce bassa, i suoi haiku, a lui piaceva molto quel genere di poesia e ne scriveva tantissimi, tutti in blu all’interno di un quaderno che aveva titolato “Alla mia lettrice silenziosa”, lei li amava indistintamente ognuno, le riportavano alla mente l’acqua dei suoi ruscelli, il cielo azzurro d’autunno, le farfalle variopinte che aveva visto cucciolotta, il latte caldo della mamma; era certa che lui amasse la pace e l’amore, anche se era dura ripristinarli, ed era fiera delle fatiche e dei sacrifici di quel soldato che l’aveva allevata, seppur fra mitra ed esplosivi, orgogliosa di quelle mani con cui l’accarezzava, callose per il troppo uso della pistola, ed era sicura che un giorno avrebbe riportato la pace insieme al suo Esercito.

Ma una notte d’improvviso, il fragore violento di bombe troppo vicine a far tremare le mensole, fece destare l’intero Campo di soprassalto, e lui accesa una candela ad illuminare la branda, si vestì in tutta fretta per unirsi ai suoi compagni nella partenza “Ma io tornerò Anastasia, te lo prometto!” le carezzò il muso, chino alla sua altezza, guardandola negli occhi, e lei annuì, senza dubitare delle sue parole.

Lei non aveva mai dubitato di lui, mai. Ma il tempo da quelle ore notturne di fuochi di luna in cielo a illuminare l’orizzonte, aveva preso a trascorrere velocemente senza un accenno al suo ritorno, e non passava giorno che lei accucciata fra la polvere, fuori la caserma, non attendesse il suo arrivo. Le mancavano i suoi sorrisi, le carezze, le poesie, il rumore ritmico del suo sonno, la chitarra che suonava seduto sul pavimento, le corse, i giochi col ramoscello che le lanciava perché glielo riportasse indietro, le fragole che divoravano insieme, la coca cola che beveva a litri, e non passava momento in cui non si fermasse a chiedersi il perché gli uomini non amassero la pace, lo stare insieme, il volersi bene.

Pesciolini rossi
A mezz’aria sospesi
I miei pensieri

Ricordò un suo haiku, in quelle terre dove l’odore di morte si faceva sempre più stagnante e l’orrore della guerra insopportabile, Anastasia, sola, era certa sarebbe tornato, e spesso le sembrava di vederlo riapparire nella sua jeep scura, oltre l’asta dell’alzabandiera posta a metà, rientrato per giocare ancora col loro ramoscello in quel Campo troppo grande per lei.

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