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La barboncina di pezza

Fiaba pubblicata da: brunocorino

Dovevo avere cinque o sei anni. Non so che malattia presi, ma ricordo che dovevo sottopormi a una cura di punture. A me soltanto la vista dell’ago mi terrorizzava (adesso come allora). Né mia madre, né la sua amica, né la figlia della sua amica riuscivano a tenermi fermo per farmi la puntura. Era diventato davvero un bel problema!

Mia madre era disperata: ogni volta che mi trascinava in quella casa sembrava che portasse un agnello al macello. Finché un giorno la ragazza delle punture s’accorse che a me piaceva una cagnolina di pezza che se ne stava al centro del letto.

Era una barboncina nera, con una linguetta rossa, gli occhietti, anche se di plastica trasparente, erano vispi, vispi. Era fatta a grandezza naturale. Io non avevo mai avuto un cucciolo vero, e m’innamorai di quel cucciolo di pezza.

La figlia dell’amica di mia madre scoprì il mio segreto, forse aveva intuito il mio trasporto quando mi avvicinavo timidamente verso di lei. E così mi feci fare un patto: se fossi stato buono, alla fine delle decine e decine di punture me lo avrebbe regalato.

Da quel momento ogni puntura era diventata per me un appuntamento con la mia amante di pezza. La magia dell’amore aveva fatto sparire come d’incanto ogni terrore e ogni paura; anzi, no, aveva fatto ancor di meglio, poiché io avevo la possibilità di stare con la mia amante soltanto nei momenti in cui la ragazza mi faceva la puntura, io aspettavo con trepidazione il momento in cui potessi stringere di nuovo al petto la mia amata cagnolina di pezza.

L’attesa era dolce, guardavo le nuvole in cielo, avevano il muso della mia cagnolina, ed era come se da lassù lei mi parlasse. Ogni volta che terminavo una puntura, chiedevo alla ragazza quante ancora ne restassero per potermi congiungere alla mia amata. Non credo che all’epoca sapessi contare, però ogni volta vedevo le fiale diminuire nella scatola. Ero diventato davvero un bravo bambino, ubbidiente e docile; se fossi stato un adulto si sarebbe detto che l’amore, che quell’incontro dagli occhi vispi e attraenti mi aveva trasformato; ma ero un bambino, un bambino che credeva alle promesse, un bambino che non immaginava che al mondo esistessero inganni.

Ora non chiedermi, lettore, come andò a finire questa storia, perché tu hai capito che se si è incisa così profondamente nella memoria, e se per tanti e tanti anni l’ho conservata intatta, e se oggi non ho più fiducia nelle promesse del mondo, vuol dire che è triste conoscere a quell’età una delusione terribile. Ma il lato comico di questa storia non sta nel fatto che gli adulti non sono mai stati sfiorati dall’idea di essersi comportati in modo crudele. È facile giudicarli così e dire quanto sono insensibili a negare un fantoccio di pezza a un bimbo!

Ma si è crudeli quando s’avverte su di sé il dolore della vittima; quando, invece, crediamo che la nostra vittima non senta nessuna sofferenza, non avverta nessun dolore, noi non pensiamo affatto di essere crudeli, e se non crediamo di essere crudeli non è perché siamo insensibili, ma perché non avvertiamo il dolore.



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