17Dic
2013
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Babbo Natale alle prese con una prova d’amicizia

Fiaba di: Aleksandra

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La fiaba

Mancavano due settimane al Natale. Tutti i bambini, ormai, avevano spedito le loro letterine a Babbo Natale, indirizzandole al paese di Lapponia, al Polo Nord. Qualcuno l’aveva imbucata personalmente, qualcuno l’aveva consegnata ai genitori o alla maestra, qualcuno l’aveva scritta con il computer e spedita via e-mail, però la cosa certa era che l’avevano scritta e che se non erano già giunte a destinazione,

Sicuramente stavano per arrivare.

Il piccolo Tommaso di 8 anni, quest’anno era molto perplesso e indeciso se scriverla o no. Alla fine, spinto dallo sconforto ma anche dalla curiosità, decise comunque, all’ultimo momento di scriverla, ma con richieste veramente particolari per un bambino della sua età.

Tommaso, da tempo turbato e ferito dalle frecciatine che ogni tanto gli lanciavano Osvaldo e Rodolfo, amici di Giacomo, suo fratello maggiore, all’improvviso un giorno di dicembre si chiuse in se stesso e smise di parlare. Per fortuna il fatto coincideva con l’inizio delle feste natalizie,
altrimenti la cosa non poteva non passare inosservata a scuola.

“Eh, Tommy, moccioso, non crederai mica ancora a Babbo Natale? Tu sei un bambino intelligente, non farti friggere il cervello da quelle storie di fantascienza: uno che vola sulla slitta come uno Spiderman e per giunta portandosi dietro un sacco di regali e un mucchio di cervi volanti. “Ahahahaha, Tommy, svegliati, fa’ vedere a tutti quanti che qualcuno ti ha aperto gli occhi in tempo!” e così via, gli dicevano Osvaldo e Rodolfo mentre stavano lì ore e ore a giocare con la X-box nella stanza di Giacomo, che non ci pensava minimamente a difenderlo.

Pensate al povero Tommaso. Quanti dubbi si è fatto venire in mente e quante notti insonni a girarsi e rigirarsi nel letto come un salame. La sua pazienza stava per finire e non avendo prove sufficienti per controbattere a quegli spacconi, si chiuse in silenzio, giurando solennemente a se stesso che non avrebbe più spiaccicato una sola parola con nessuno fino alla risposta tanto attesa del sig. Barba Bianca, cioè Babbo Natale, in persona. Punto.

Leggiamo adesso la lettera di Tommaso, insieme:

Caro Babbo Natale, mi chiamo Tommaso, ho otto anni, frequento la …bla-bla-bla, abito in via…bla-bla-bla, numero 14. Quest’anno ho preso tanti bei voti…bla-bla-bla, ho aiutato la mia sorellina a fare i compiti e a fare…bla-bla-bla, ho curato la zampa del mio cane, ho obbedito sempre alla mamma e al papà, sono stato gentile con la signora Bianchi, la nostra anziana vicina di casa e ho…bla-bla-bla.

Passiamo alle cose brutte: Ho detto una decina di parolacce lievi, ho tagliato una ciocca di capelli a mia sorella mentre dormiva, ho mischiato il vino del nonno con l’olio, ho fatto a pugni con il mio amico di banco, risposto male alla maestra, disegnato con il pennarello indelebile sul pavimento della cucina, ho anche, per colpa tua, litigato di brutto con mio fratello e i suoi amici e ho smesso di parlare da due giorni.

Mi prendono in giro dicendo che non esisti, che sei frutto della mia fantasia infantile, che sei contro ogni logica umana. Stando a questi fatti ho deciso: Quest’anno non voglio nessun regalo da te, sinceramente non so più neanche se credere o no in te. Vorrei soltanto una cosa: una forte prova d’amicizia nei miei confronti. Dicono che sei amico di tutti bambini, bonaccione, protettore invisibile, insomma una specie di angelo custode, allora ti metto alla prova. Voglio che ti vendichi per me, scegli tu il metodo e i modi adeguati al caso.

L’importante è che mio fratello e i suoi amici credano di nuovo in te, così non mi potranno più prendere in giro. A me ridonerai la fede in te e a loro ridonerai quello che si meritano. Ti voglio bene, se esisti.

Tuo
Tommaso.

Intanto, in Lapponia, nell’officina di Babbo Natale tutto era in fermento. Si leggevano le letterine, si fabbricavano e impacchettavano i regali, si scrivevano gli indirizzi, si cucivano i grossi sacchi, si addestravano le renne, si sistemavano le carrozze… C’era così tanto da fare!

Nessuno si poteva riposare nessuno. Babbo Natale era molto stanco. Alla fine di una lunga giornata di lavoro si metteva seduto sulla sua sedia a dondolo davanti al camino nel quale scoppiettava il fuoco acceso, a chiacchierare e a bere una tazza di thè caldo insieme al suo amico e consigliere principale, l’elfo Sapientuffolo, nonché a progettare le cose da fare per il domani.

Si imbatté così anche in questa strana lettera del nostro Tommaso, ormai tra le ultime rimaste. Inutile dirvi che Babbo Natale fu colpito all’istante da una specie di sgomento e panico: “Una prova d’amicizia? Sapientuffolo vieni subito quaaaa!” Avete mai fabbricato un gioco che si chiama: “la prova d’amicizia”? Che strano questo desiderio, doveva capitarmi proprio adesso, sono stanco, perbacco. Ma i bambini d’oggi se ne inventano davvero tutte per farmi impazzire: Baaastaaa…! Quasi, quasi mi licenzio. Ma da chi? Io non ho nessuna possibilità di licenziarmi, sono padrone di me stesso, oh, povero me.

“Calma, mio signore, calma. ” disse Sappientuffolo. “E’ una specie d’incantesimo. Il bambino vi chiede soltanto di fare una specie d’incantesimo, di magia, come la vogliamo chiamare. Voi siete un mago, non vi ricordate più? Basta riprendere a fare un po’ di esercizi, vi siete arrugginiti col tempo, non vi chiedono più le magie, tutti vogliono giochi, giochi e soltanto giochi.

Domattina sveglia alle sei e ce ne andiamo nel bosco ad esercitarci. Iniziamo con le arti marziali. Mi raccomando abbigliamento adatto e niente pancetta per la colazione! Adesso vado a dormire. Buona notte.”

Sapientuffolo non gli lasciò neanche tempo di rispondere: “Arti marziali!? Ma io non me la sento di esercitarmi, da dove inizio!? Sappientuffolo ha ragione. Ho perso quei poteri, sono diventato un fabbricante di giochi, sempre più elettronici, un ingegnere informatico: che vita. Mah, vado a dormire anch’io, ci penserò domani, non posso mica deludere questo bambino, inoltre rischia di diventare muto per tutta la vita”.

L’indomani all’alba, se si può parlare di una vera alba al Polo Nord, si inoltrarono in carrozza nel bosco adiacente, chiamato “fiocco trasparente” trascinati dalla renna Bizzarrina, che brontolava perché si doveva svegliare così presto.

Nel bosco dominava un’atmosfera surreale: era tutto coperto da piccoli fiocchi di neve trasparenti che insieme creavano una specie di gioco dei prisma, come essere contemporaneamente fuori e dentro una stanza piena di specchi. Iniziarono con una bella corsa per riscaldarsi i muscoli. Poi passarono agli esercizi di respirazione, camminando tra i pini ghiacciati, poi alle mosse di judo e karate e alla fine di kung-fu. Babbo Natale era fuori allenamento e riusciva a malapena a seguire Sapientuffolo. “Mi sa signore che ci dobbiamo mettere un bel po’ di tempo prima di riprendere una forma alquanto accettabile” gli disse sorprendendolo con una mossa di kung-fu che lo stese a terra. “Troppa pancia, signore, troppa ciccia, prendete questo e questo e questo!!!! Oplà…! Issa!” “Ma non abbiamo tempo” urlò Babbo Natale.
“Pietà, sono stanco, pietà! Voglio andare a casa, ho fame!”

“Tre giorni signore, datemi tre giorni e vedrete che vi metterò in sesto. E niente pasti ipercalorici, vi scongiuro!” Intanto darò ordine agli elfi di cercare le notizie su quegli spavaldi Osvaldo e Rodolfo: che posti frequentano, cosa mangiano, che abitudini hanno, ecc. Ho in mente un piano diabolico. Su, alzatevi, per adesso abbiamo finito, riprenderemo nel pomeriggio, bisogna iniziare anche con i trucchi di magia.”

Dopo tre giorni e tre notti Babbo Natale aveva perso niente meno che cinque chili, era letteralmente sfinito, ma in compenso aveva ritrovato la sua vecchia forma. Eseguiva impeccabilmente le mosse richieste dal suo allenatore e per quanto riguarda i giochi di magia, stupiva persino le renne nel farle sparire ed apparire nei luoghi più diversi e impensabili. Pensate un po’, la renna Bizzarrina un giorno era finita nel pacco di un bambino che come regalo di Natale desiderava un uccellino, meno male che si sono accorti togliendola dal pacco prima di incartarlo.

E soprattutto, Babbo Natale sorrideva e scherzava con tutti. Era tornato ad essere il felice mago dei bambini.

Intanto, in tanti altri posti nel mondo, lontano dalla Lapponia, l’attesa del Natale aveva un diverso ritmo, chiamato “stress prenatalizio”. Persino il giorno della Vigilia si trascorreva, purtroppo, nel fare gli ultimi acquisti chiusi nei grossi centri commerciali straripanti di giochi e beni di ogni genere. Babbo Natale di questo era ben consapevole e decise di agire proprio in uno di questi posti ed esattamente alla Vigilia di Natale.

Osvaldo, Rodolfo e Giacomo erano da tempo affascinati da un nuovo gioco della X-box chiamato “trappola mortale” e se lo stavano gustando durante una dimostrazione promozionale nel reparto di giochi elettronici al centro commerciale “Iper”, mentre Tommaso era al piano di sotto con la mamma a fare la spesa per il classico Cenone della Vigilia. Erano le cinque del pomeriggio e il supermercato era gremito di gente e
bambini. Al centro, subito dopo l’entrata, c’era un signore vestito da Babbo Natale, alto e grosso, che metteva i bambini sulle ginocchia mentre i genitori tutti contenti gli facevano le foto con i cellulari. Soprattutto i bambini piccoli erano affascinati dalla sua folta e lunga barba, l’accarezzavano, poi si mettevano a tirargli il naso, gli toccavano la pancia. Babbo Natale sorrideva e rispondeva a tutto questo con un’aria divertita e assorta, regalando ai bambini caramelle e cioccolatini.

Tommaso e la mamma stavano proprio là, dopo aver finito la spesa, ed aspettavano impazientamene Giacomo con i suoi amici. Tommaso guardava quel signore barbuto con una certa rabbia nel cuore, indeciso se avvicinarsi e raccontargli la sua nuova verità.

Era deluso, la tanto attesa risposta di Babbo Natale non era arrivata e ormai c’era poco da sperare. Finalmente arrivarono anche loro tre e vedendo Tommaso così incantato, Osvaldo e Rodolfo iniziarono con le solite prese in giro: “Oh Tommy, ci sei cascato ancora! Ma non vedi che è finto. Dai avvicinati, strappagli quella barba fatta di ovatta, facci vedere chi si nasconde sotto!

Vogliamo un Tommy eroe, vogliamo un Tommy eroe, vogliamo un Tommy eroe… e Tommy eroe sarà!” si misero persino a cantare.

La rabbia di Tommaso cresceva come il vento d’autunno, trasformando man mano il suo petto in una mongolfiera. Il cuore batteva all’impazzata.

In quel preciso momento il presunto Babbo Natale fece un occhiolino a Tommaso e si alzò di scatto dalla sedia facendo due doppi salti mortali in avanti come un ninja, per presentarsi un attimo dopo di fronte a questi tre spacconi, assai sopresi, girando attorno a se stesso come una girandola. In quattro inaspettate mosse di kung-fu, stese Osvaldo, Rodolfo e Giacomo per terra e li incatenò con le loro stesse braccia, trasformandoli così in una specie di mozzarella a forma di treccia. “Piacere, miei cari ragazzotti, sono io il vostro eroe, Babbo Natale!”.

Poi si avvicinò a Tommaso, lo prese delicatamente per mano e schioccò le dita. Si materializzò all’istante, davanti agli occhi increduli di tutti quanti, una carrozza strapiena di regali, trainata da quattro renne. “Io e te giovanotto, adesso andiamo fuori a fare un giro del mondo, sarai il mio aiutante principale e deciderai, inoltre, se consegnare stanotte a questi tre birichini i regali, perché sai, anche loro mi hanno spedito delle letterine!”

Mentre la carrozza di Babbo Natale con un Tommaso sorridente e gratificato come mai prima, prendeva velocità e si alzava in cielo, Osvaldo, Rodolfo e Giacomo, giacendo addolorati e umiliati in quella posizione così strana e scomoda, tutto d’un tratto si misero a gridare: “Perdonaci Tommaso, ricordati di noi, perdonaci, vogliamo anche noi i nostri regali!”.

Morale della favola: Non provate mai a tirare la barba ad un Babbo Natale che incontrate per caso e nelle vostre letterine, al posto di qualche gioco, richiedete anche la prova di una vera magia, quella del cuore, perché così vivranno più a lungo la vostra fantasia e la felicità di Babbo Natale.

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