15Ott
2013
dada-tappagallo

Dada e il tappagallo

Fiaba di: Lauretta

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La fiaba

Dada aveva tre anni ed era orgogliosa: anche per lei era arrivato il momento di andare a scuola!

Proprio come suo fratello Filippo, che di anni ne aveva ben sette e frequentava già la seconda elementare.

Per Dada, il primo giorno alla Scuola dell’Infanzia era stato splendido.

Aveva conosciuto due simpatiche maestre, che erano così gentili da non crederci. Poi aveva giocato con le costruzioni insieme a Giulio, un bambino coi capelli biondi e lunghi e aveva fatto merenda e aveva colorato alcuni fogli disegnati.

“Mi sono divertita tanto!” aveva detto alla sua mamma all’uscita da scuola; “Posso tornarci anche domani?”

“Ma certo che ci tornerai domani, Dada! A scuola si va tutti i giorni, stai tranquilla”

 

Dopo la prima settimana di scuola, Dada aveva già chiaro il suo futuro: da grande avrebbe fatto la maestra, perché le piaceva così tanto stare in classe, ascoltare e colorare, mangiare con i compagni e giocare in giardino, quando il tempo era bello. Insomma, Dada era proprio felice.

Una mattina fredda e piovosa di novembre, tutti i bambini ascoltavano la maestra Alessandra che raccontava una favola piena di meraviglie e di fate, di animali magici e di bambini felici. Tra gli animali di cui raccontava, l’insegnante si soffermò a parlare con i bambini di coccodrilli, zebre, elefanti e pappagalli.

Tornata a casa Dada raccontò tutta la sua giornata alla sua famiglia: così spiegò quello che aveva capito dei tottodrilli, degli elofanti, delle zerbe e dei tappagalli.

Dada storpiava così comicamente i nomi che non conosceva bene, che Filippo si dovette tenere la pancia con le mani dal gran ridere. La mamma ed il papà sorrisero anche loro, ma senza esagerare: in fondo Dada era piccola ancora e non tutte le parole le riuscivano bene. Del resto suo fratello lo chiamava Tilippo, ma loro non ridevano, ci si erano abituati.

Il giorno dopo, a scuola, la maestra propose ai bambini di inventare, tutti insieme, una bella favola nuova.

“Sììì!!!” avevano risposto in coro i piccoli.

“Allora bambini” spiegò la maestra, “Ognuno di voi inventerà una parte della favola e sceglierà un animale da raccontare”

“Io racconto il cane” strillò Andrea.

“Io voglio raccontare la favola della foca” disse Marianna.

E così, man mano, tutti scelsero l’animale che preferivano. Quando fu la volta di Dada, lei si alzò dalla sediolina, eccitata, urlando a squarciagola: “Io racconto il tappagallo!”

Non tutti i bambini si accorsero dell’errore e chi se ne accorse comunque non ebbe nulla da ridire.

La maestra però chiamò Dada e le fece notare che il nome giusto era pappagallo.

“Tappagallo, sì, lo so” rispose dada.

“No Dada, si dice pappa… pappagallo, senti che è diverso?”

“Pattaga… tappagallo. Io lo so dire. Tappagallo, no?”

“Va bene lo stesso, piccola. Ora inventa la tua storia poi ne riparleremo”

“C’era una volta un tappagallo, con la bocca grande grande e le orecchie piccole piccole. Il tappagallo voleva andare a scuola e…allora dopo…”

La piccola Dada non sapeva continuare così la maestra le propose di fare un bel disegno del suo pappa, anzi, tappagallo. Dada prese un grande foglio bianco, una matita, pastelli e cere ed iniziò il suo capolavoro.

Il tappagallo di Dada era simpaticissimo, il più bel tappagallo che si fosse mai visto: ad un primo sguardo poteva sembrare un batuffolo di ovatta stropicciato o una capricciosa nuvoletta morbida, ma osservandolo meglio si capiva che era un tappagallo. Un corpo fatto a palla, una testolina minuscola con una bocca esagerata, una coda lunga lunga e due manine rotondette, vivacemente colorato di rosso, giallo e blu. Era spettacolare.

Ogni giorno che passava, in classe la favola si arricchiva di nuovi disegni. C’era il cane giallo di Mattia, grande quanto tutto il foglio, si chiamava Fidobau aveva almeno otto zampe o forse di più; c’erano squalo Spadone con le ali viola, disegnato da Gaia, una formica con i denti di nome Ciccina così piccola che si faticava a trovarla sul foglio, l’aveva disegnata Mirko che era piccolissimo anche lui e c’era anche un cavallo, Furioso, con gli occhiali. Il cavallo con gli occhiali verdi per la precisione, disegnato da Valeria. E c’era il tappagallo di Dada.

Erano gli animali più belli del mondo, nessun parco e nessuno zoo poteva avere esemplari così colorati e particolari. Qualcuno era minuscolo e qualcuno invece gigantesco, ma convivevano d’amore e d’accordo dentro la stessa favola.

Un giorno di primavera, la zia di Dada, Clorinda, portò i suoi due nipotini allo zoo, per passare una giornata divertente.

Filippo si spostava da una gabbia all’altra, eccitato e indicava ora un rinoceronte, ora una giraffa o una scimmia e sembrava proprio felice. Dada no.

Non sembrava che si divertisse.

“Non ti piace stare qui?” le chiese la zia, davanti alla gabbia delle tigri. La bambina chiese di poter accarezzare la “trighe” e Filippo, mostrandole i suoi denti, la spaventò, dicendo : “La tigre ti sbrana se la accarezzi! Grrrrr!”. Dada si infastidì e non parlò più, finché non arrivarono davanti ad una voliera grandissima dove riconobbe alcuni uccelli che le piacevano molto.

“I tappagalli!” strillò entusiasta, allungando la mano verso di loro, nella speranza di poterli toccare. Restarono lì un sacco di tempo, perché Dada non voleva più andar via.

Rientrati a casa prese subito un foglio bianco, matita e colori e si mise a disegnare un pappagallo; lo colorò di rosso, verde e azzurro. Non sembrava un batuffolo stropicciato, questo, era più somigliante ad una banana, ma aveva una coda straordinaria e un bel paio di ali. Il becco non c’era (ma quanto era difficile disegnarlo!), c’era la suo posto un cerchio, ma era bello lo stesso.

“Mamma voglio un tappagallo, me lo compri?” chiese poi quella sera a cena.

“Non abbiamo una gabbia grande dove farlo volare, non possiamo tenerlo, mi dispiace”

“Ma io lo volevo…”

Il giorno dopo, tornata a casa da scuola, trovò in cucina un bel pacco colorato sul tavolo. “Che c’è qui dentro, papà?”

“Un regalino per te. Apri il pacco”

Dada rimase a bocca aperta quando vide che nella scatola c’era un pappagallo! Di peluches, certo, ma era un grosso, bellissimo e simpaticissimo pappagallo.

“Un tappagallo tutto mio! Grazie, papà!”

Dada lo studiò per bene, controllò la forma del becco, le ali e le zampe e, dopo cena, se lo portò in camera e lo infilò nel letto insieme a lei. Lo sistemò per bene al suo fianco e si accoccolò. Prima di addormentarsi chiacchierò molto con lui e immaginò di volare con il suo amico, un volo lungo lungo, tra i boschi, sul mare e sulle montagne e via fino allo zoo, dove volavano i pappagalli veri.

Poi l’animaletto disse a Dada: “Perché mi chiami tappagallo?”

“Non ti piace?” sussurrò lei.

“Sì, è un nome carino, però… ecco, io sono un pappagallo!”

“Lo so, è che io non sono capace a dire quella parola. Dentro di me lo so il tuo nome, ma è difficile…”

Il pappagallo la accarezzò con una delle ali e le disse: “Ripeti con me, ripeti come un pappagallo! Allora:Pappa”

Dada ripeté: “Pappa”

“Ora ripeti. Gallo” e andarono avanti così per un bel po’ di tempo.

La mattina dopo, a scuola, si avvicinò alla sua insegnante e le sussurrò a bassa voce: “Papà mi ha comprato un pappagallo, però finto”

“Un… pappagallo!? Non un tappagallo?” chiese sorpresa del progresso di Dada la sua maestra.

“No, proprio un pappagallo, sembra vero. Ho fatto anche il disegno, guarda”

“Ma è veramente bello! Brava Dada, questo lo mettiamo nella cartellina dei disegni della nostra favola… hai dato un nome al tuo pappagallo?”

“Sì, si chiama Tappagallo!”

La fantasia vola anche sulle ali dei tappagalli…

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