15Set
2013
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Leggende di paese: il prestito

Fiaba di: brunocorino

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La fiaba

Questa storia l’ho sentita raccontare una volta da mia madre. Lei doveva avere cinque o sei anni. Quindi si tratta di un fatto accaduto pressappoco alla fine degli anni Trenta…

La famiglia Fioravanti aveva un figlio, un ragazzo molto intelligente. Lo volevano far studiare, farlo diventare un avvocato, ma non avevano i soldi per mandarlo in città.

Proprio in quegli anni, era tornato dall’America un amico d’infanzia del padre, e quando si ritrovò in paese, dopo molti anni, non ritrovò più gli amici di un tempo, perciò cominciò a legarsi molto ai Fioravanti…

Durante la sua permanenza in America era riuscito a mettere da parte una piccola fortuna. Questo amico, frequentando la casa dei Fioravanti, s’accorse di quanto il ragazzo fosse sveglio… “è un peccato che non possa studiare questo giovane”, ripeteva spesso ai genitori… l'”Americano”, chiamiamolo così perché il nome vero non me lo ricordo, un giorno prese da parte il padre, e gli fece più o meno questo discorsetto: “Ascolta tu hai un ragazzo davvero in gamba ed è un peccato veder sprecata la sua intelligenza; che avvenire può avere se continua così?

Un giorno sarà costretto come me ad emigrare e a lasciare la sua terra; io ho messo da parte un bel gruzzoletto, e allora ci ho pensato su un attimo. Ti potrei prestare una trentina di mila lire, tu ci fai studiare comodamente il tuo ragazzo, e quando si sarà laureato e sarà diventato un ottimo uomo di legge, me le restituirai a poco a poco e senza interessi, diventerà il mio vitalizio per la vecchia”.

Il padre, all’inizio non voleva accettare la generosità dell’amico, poi ne parlò in famiglia, e alla fine accettarono. Avuto tra le mani quel capitale, oltre a farci studiare il figlio all’università, ci avviò anche una attività commerciale, che nel giro di pochi anni riuscì ad espandere, accumulando una fortuna…

Da quando aveva iniziato la sua attività, con la scusa di essere troppo occupato negli affari, il padre non aveva più tempo né voglia di stare con l’Americano, anzi gli fece intendere che sarebbe stato opportuno diradare le visite; un bel giorno, l'”Americano”, stanco di questi sotterfugi, non riconoscendo più il vecchio amico, gli fece più o meno questo discorsetto: “Ora che hai accumulato un po’ di soldi, grazie al mio prestito, mi sembra giusto restituirmi la somma che t’ho prestata”.

In paese, il povero “Americano”, man mano che si vedeva sbattere la porta in faccia dall’amico, sempre più veniva considerato un “fesso”. Ma come? Gli dicevano ogni giorno, tu devi mangiare pane e cipolla e il tuo amico con i tuoi soldi mangia questo e altro! E l’amico, come rispose alla richiesta? Pressappoco così: “Scusa, ma i patti non erano che te li avrei restituiti a poco a poco dopo la laurea di mio figlio?”

La cosa più tragica fu che, trascorso un mese da quella prima richiesta, l'”Americano” gliela rifece, questa volta in piazza, la vecchia piazza, in presenza di testimoni, ma il padre fu preso da un eccesso di rabbia e negò persino di aver ricevuto un prestito; “Che hai?”, gli gridava in faccia: “Una carta scritta? Dei testimoni? E basta con questa storia del prestito! Mi vuoi denunciare? E vai a denunciarmi, vai, vai da chi ti pare!”».

Allora, un giorno, l'”Americano” prese da parte il figlio e gli raccontò come il padre lo aveva trattato, poi gli disse di convincerlo a restituire il prestito. Il figlio, che ormai stava quasi per laurearsi, gli fece in faccia una bella risata, e gli disse: “Io? E che c’entro io con i debiti di mio padre? È lui che se, casomai…”. Si dice che non fece neanche in tempo a finire quella frase che l'”Americano” da sotto la cappa sfilò un coltellaccio e sferrò quattro colpi nella pancia del giovane. Prima di morire, fece un’agonia orribile, per tre giorni e tre notti si sentivano le grida di dolore dappertutto, tant’è che quando la gente passava sotto la finestra dei Fioravanti dovevano tapparsi le orecchia per non sentire quelle urla strazianti…

Il nostro uomo non poteva concepire vendetta più spietata: uccidendo il bene più prezioso di quella famiglia, la loro stessa ragione di vita, voglio dire, è riuscito a svuotare la loro esistenza di ogni senso, e ha condannato i suoi genitori a espiare a vita la colpa. Non so che fine abbia fatto quella famiglia, ma non è difficile immaginare che la madre sia impazzita dal dolore e dalla colpa, e il padre caduto in uno stato tale di prostrazione da cui non si sarà più sollevato, o viceversa, poco importa; l’Americano, colpendo il ragazzo, a cui aveva voluto dare una possibilità di sottrarsi alla sua vendetta, ha voluto ridurre quei genitori a due morti viventi, a due ombre agonizzanti che si trascinano nella mente il ricordo di quel delitto orribile….

Il padre del ragazzo era stato contagiato dall’avidità, la madre dall’accidia, il figlio dalla superbia, e lui dall’ira.

La causa di tutto è stato il prestito… quel prestito ha trasformato per primo il padre in un uomo d’affari, abile ad accumulare danari, ma anche spietato e accecato dal guadagno; e quindi ha finito con il dannare quell’uomo; la donna poteva aprire gli occhi al marito, fargli capire che non era giusto avere quel comportamento nei confronti di un amico che s’era dimostrato così leale e generoso nei loro riguardi; ma preferì non fare nulla, e chiudersi nel silenzio; chissà, anche a lei, quell’improvvisa ricchezza piovuta addosso, l’accecò; infine, il figlio, un ragazzo intelligente, nel quale l’americano aveva proiettato se stesso, e al quale, come un buon padre, aveva voluto dare i mezzi per riuscire nella vita, quei mezzi che lui era riuscito a farsi veleggiando verso l’Oceano; il vero tradimento l’ha subito da lui, non dal padre: trattandolo in quel modo, con sufficienza, guardandolo dall’alto in basso, come si guarda un poveraccio che con mano tesa chiede un’elemosina, l’ha umiliato profondamente, ma soprattutto l’ha profondamente deluso; aveva contato sulla sua intelligenza per indurre il padre a fare la cosa giusta, la cosa che ogni uomo di buon senso avrebbe fatto; invece no, lui ride, ed è una risata impastata di superbia, della sua aria di superiorità; dei tre, il figlio è il più colpevole, ed è quello che ha pagato più di tutti; è la sua superbia ad accecare d’ira il loro benefattore; e sferra i suoi colpi al ventre, senza pietà; un colpo per ogni peccato commesso.

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