26Mar
2013
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Il delitto di Via San Polo o La vera storia di Sulpicio De la Rua

Fiaba di: Martina Vecchi

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La fiaba

Erano giorni difficili nel condominio di Via San Polo, a causa del nuovo inquilino dell’ultimo piano.

Arrivarono prima i mobili. Antichi, probabilmente di un certo valore, ma divorati dai tarli e ben poco curati.

Dopodiché fu la volta dei libri. Voluminosi scatoloni stracolmi di libri. Qualche vicino curioso (soprattutto la signora Amata) era riuscito a dare una sbirciatina. Trattati filosofici, saggistica, teologia, dimostrazioni aritmetiche, qualche rara raccolta di poesie e addirittura libri di magia nera e occultismo.

Infine arrivò lui. Silenziosamente, quasi di soppiatto.

Il signor Ottavio, suo dirimpettaio, aveva passato quasi un’intera giornata a guardare dallo spioncino, per registrare ogni sua mossa.

Il nuovo arrivato era un tipo molto alto e magro, pallidissimo, sui trentacinque anni, aria misteriosa. Rispondeva al nome di Sulpicio De la Rua. Doveva venire da fuori, a giudicare dal cognome esotico.

Gli inquilini avevano interpellato il professore del quarto piano, un linguista.

– Mah, direi Sud America, Colombia, probabilmente -.

– Strano, però, a giudicare dal colorito…-.

Durante la prima settimana, nessuno si accorse della presenza del nuovo inquilino, nessuno lo incontrò per le scale, né in ascensore, né tantomeno al mercato rionale o semplicemente in giro per strada. Pareva che si fosse barricato nel suo appartamento.

“Prima o poi dovrà uscire” pensava Amata, continuamente fuori casa nella speranza di incontrarlo e carpire qualche informazione interessante per saziare la sua fame di pettegolezzo. Avida lettrice di fororomanzi e romanzi rosa, Amata era solita sostituire ai protagonisti delle sue letture gli inquilini del palazzo, e la sua mente immaginava trame intricate, improbabili intrecci amorosi, tresche, adescamenti, abboccamenti vari. Tutto ciò costituiva il principale passatempo dell’anziana zitella, e la sua fervida immaginazione e il lavorìo cerebrale riuscivano in minima parte a riempire la sua vita vuota e priva di emozioni. Non si era mai sposata, aveva avuto un solo fidanzato da ragazza, che l’aveva lasciata per una donna più vecchia, ma molto più ricca. Da allora Amata covava dentro di sé un forte rancore che le aveva impedito di vivere serenamente un’esistenza già complicata dal suo aspetto non proprio gradevole. All’età di settantacinque anni Amata attendeva ancora l’uomo perfetto, e in cuor suo sperava che prima o poi sarebbe arrivato.

Durante la seconda settimana accaddero cose strane.

Sulpicio de la Rua si era trasferito al settimo e ultimo piano del palazzo, in un appartamento di modeste dimensioni, adatto ad una persona sola, e molto funzionale.

L’uomo non era stato visto arrivare con nessuno, a parte uno strano tizio alto e magro come lui, vestito di nero, dall’aspetto difficilmente identificabile, un facchino, probabilmente, un addetto ai traslochi. Sulpicio De la Rua non aveva ricevuto visite dal primo giorno della sua permanenza, Ottavio ne era sicuro, e anche Amata. Se ne sarebbero accorti. Nessuna faccia estranea era stata vista uscire dal palazzo. Gli inquilini si conoscevano tutti. Da anni nessuno se ne andava e nessuno era arrivato, tranne l’inquilina dell’ultimo piano, Francesca. Abitava nell’appartamento di Sulpicio De la Rua, era in affitto. Poi si era sposata e si era trasferita col marito in una casa più grande, nel quartiere poco distante. I condomini l’avevano salutata con una grossa torta.

Ebbene, Sulpicio De la Rua era solo. Non sembrava il tipo da frequentazioni femminili assidue. Non usciva la sera. Si faceva consegnare la spesa a casa.

I condomini avevano partorito le supposizioni più disparate.

Chi diceva che fosse malato, avesse una qualche grave fobia. Qualcuno (Amata) era convinto che fosse fotosensibile e non potesse stare esposto a una luce più intensa di quella di una candela. O magari aveva un’amante segreta. Che fosse un testimone speciale sotto protezione? O un poliziotto sotto copertura? Un criminale latitante? Una spia?

Il martedì sera della seconda settimana ci fu un episodio che sovvertì la tranquillità condominiale.

Dulce Fedora era una signora cubana sulla settantina che abitava nell’appartamento sotto a quello di Sulpicio De la Rua, al sesto piano. Verso le 19.45 aveva iniziato a preparare la cena.

Alle 20.15 circa si era seduta a tavola e aveva cominciato a gustarsi la sua zuppa di cipolla e peperoni, davanti al telegiornale. Alla quarta cucchiaiata un tonfo molto forte la fece letteralmente sobbalzare. Le andò di traverso la minestra, e Dulce cominciò a tossire.

In una manciata di secondi un secondo tonfo, più forte. Il tavolo tremò. Le gocce del lampadario in salotto vibrarono. Un piatto andò in frantumi.

– Madre de Dios, el terremoto!- esclamò Dulce Fedora accovacciandosi sotto al tavolo.

– Santìsima Virgen…-.

Dulce aveva cominciato a pregare senza accorgersi che non c’era stato nessun terremoto.

Fece capolino da sotto il tavolo per sincerarsi di essere ancora tutta intera e che la casa non le fosse crollata addosso, dopodiché si alzò e si sedette.

Ci fu una serie  di tonfi di minor intensità, a distanza ravvicinata. Due voci maschili si distinsero. Discutevano animatamente. Poi i toni si alzarono. Le due voci gridavano.

Poi tutto tacque.

Il trambusto proveniva dal piano di sopra. L’appartamento di Sulpicio De la Rua.

Dulce era terrorizzata.

Chi chiamare? Un vicino di casa. Sua sorella Asunciòn.

“La policìa!”

Si precipitò al telefono, compose il numero.

– Los ladrònes! El terremoto, aiuto! -.

Nel giro di poco tre volanti erano giunte a sirene spiegate frenando bruscamente al numero 17, Via San Polo.

Tutto quel trambusto destò la curiosità e l’allarme di molti condomini, che uscirono dai loro appartamenti. Ben presto un capannello di persone si radunò nell’atrio, per vedere quale fosse la causa di tutto quel baccano.

Mentre due degli agenti stavano cercando di spiegare la situazione ai condomini quanto mai smarriti, Dulce Fedora si scapicollò giù per la scala gridando. Con tutta la sua mole si gettò al collo del primo agente che la raggiunse.

– Aiuto, por favor, vi prego, si ammazzano, si ammazzano!-.

L’intero palazzo era in subbuglio. Nessuno era rimasto all’interno della propria abitazione. L’unico che sembrava mancare all’appello era proprio Sulpicio de la Rua.

Gli agenti suonarono il campanello, bussarono alla sua porta. Silenzio.

– Apra o la sfondiamo!-.

Si sentirono dei passi strascicati. La porta si aprì cigolando.

Un Sulpicio de la Rua piuttosto malconcio comparve sulla soglia. Aveva il labbro inferiore gonfio e sanguinante, un’abrasione poco sopra il sopracciglio destro, le nocche della mano sinistra sbucciate. Indossava un grembiule bianco a gallinelle blu.

– Lei è Sulpicio De la Rua?-.

– Sì, sono io- rispose visibilmente confuso e imbarazzato, con la stessa espressione di un bambino che ha appena rotto un vetro giocando a pallone.

– Senta, abbiamo ricevuto una chiamata poco fa da un’inquilina del palazzo, la signora Dulce Fedora Varela. Abita nell’appartamento di sotto. È  molto allarmata, sostiene di aver sentito forti rumori come di colluttazione violenta provenire dal suo appartamento. E due voci maschili litigare gridando. Vorremmo sapere da lei cosa è successo, e possibilmente dovrebbe giustificare i segni sul suo viso-.

– Ecco, vede- cominciò Sulpicio tormentandosi l’orlo del grembiule con le mani sanguinolente – ho qualche problema col trasloco. Dovrei chiamare una ditta che venisse a darmi una mano, ma preferisco sbrigarmela da solo, sa, ho dei libri antichi piuttosto delicati, non vorrei che si rovinassero – si giustificò, indicando agli agenti almeno quattro scatoloni ricolmi di volumi.

– Ero salito su una sedia per riporne alcuni sulla sommità dell’armadio, ma ho perso l’equilibrio e sono caduto all’indietro, sbattendo per terra violentemente-.

– È solo, in questo appartamento?-.

– Sì, certo – Sulpicio de la Rua aveva le pupille dilatate.

– E come spiega l’altra voce maschile? Non credo che la signora Varela si sia immaginata tutto. Dovremmo controllare, se non le dispiace-.

– Ehm… Sì, certo, prego. Troverete un po’ di confusione, sapete, la caduta, il trasloco, la cena mi si è bruciata sul fuoco… La signora si sarà di sicuro sbagliata, forse era spaventata-.

Gli agenti trovarono il presunto salotto sottosopra. Scatoloni rovesciati, alcuni volumi aperti sparsi sul pavimento. Un’anta dell’armadio aperta. Sedie rovesciate. Tappeto sprimacciato.

Dalla piccola cucina sulla destra giungeva un acuto odore di sugo bruciato.

Una piccola camera da letto in ordine. Un bagno. Un terrazzino.

Gli agenti diedero un’occhiata fuori dalla finestra. Anche volendo, sarebbe stato impossibile arrampicarsi: non c’erano appigli, non c’erano giardini condominiali nei quali nascondersi, nessuna stradina laterale, nessuno sbocco sul retro del palazzo. Niente uscite secondarie.

“Che strano” pensò l’ispettore “Che ci sia un passaggio segreto?”.

Confabulò con il suo collega e, mentre questo teneva impegnato Sulpicio De la Rua con molte domande, l’agente Sannito si concentrò sull’armadio e su un grande specchio all’entrata.

Nessun doppio fondo. Nessun passaggio. Il muro era liscio e uniforme.

“Che sto cercando?” si chiese Ernesto Sannito sempre più perplesso.

– Lei cosa fa, di professione? – domandò l’agente Matteo Zanin a Sulpicio De la Rua.

– Sono un chimico, faccio il ricercatore al CNR-.

– Quali sono i suoi orari di lavoro? -.

– Orari elastici, a volte lavoro di notte-.

– Ma di dov’è, lei, di preciso? -.

– Monterìa, Colombia, ma vivo qui da parecchio. Prima stavo al quartiere B***** -.

– E immagino che avrà la sua famiglia, lì in Colombia -.

– Veramente sono rimasto solo -.

– Perché ha cambiato quartiere? -.

– Ero molto lontano dal posto di lavoro-.

– Ma avrà degli amici, immagino -.

– Senta, arrivi al dunque. Cos’è che vuole sapere? -.

Sulpicio de la Rua si stava innervosendo. Quell’agente tappo e imbranato lo infastidiva non poco.

Ernesto Sannito salvò la situazione.

– Ué, Mattè, tutto a posto. Possiamo andare. Quanto a lei, veda di fare meno rumore la prossima volta. Dovrebbe farsi medicare le ferite, comunque, non può restare in queste condizioni. La scortiamo fino al pronto soccorso, se crede-.

– Grazie, non si disturbi, ho tutto l’occorrente. Arrivederci-.

Quando gli agenti uscirono dall’appartamento i condomini erano riuniti a crocchio immaginando di veder uscire Sulpicio de la Rua in manette. La signora Amata era eccitatissima, gli occhi le brillavano. Invece niente.

– Signora, abbiamo controllato- assicurò l’agente Zanin a Dulce Fedora- non c’è niente di cui preoccuparsi, il signor de la Rua ha solo fatto un po’ di confusione col trasloco. È caduto, avrà imprecato, lei dev’essersi spaventata molto, signora, le sarà sembrato di sentire un’altra voce. Ora torni in casa, si faccia una camomilla, si riposi e dimentichi questo brutto episodio-.

Dulce Fedora era molto confusa, non capiva. Aveva davvero sentito un’altra voce, non poteva di sicuro essersi sbagliata “Como es posible…”.

Per tutto il tragitto di ritorno alla centrale, Ernesto Sannito pensò, si arrovellò, fece ipotesi, congetture.

“Una donna anziana chiama in preda al panico convinta che nell’appartamento al piano di sopra si stiano ammazzando. Suono il campanello, mi apre uno strano individuo coperto di escoriazioni e lividi che dice di essere caduto da una sedia. Abita solo. Nessun passaggio. Salotto in subbuglio. Qualcosa non quadra. Nessun altro testimone, purtroppo. Il dirimpettaio di De la Rua, tale signor Ottavio Casarini è fuori casa, pare dalla figlia. ”

– Ma sì, dai, è la solita vecchietta visionaria, chissà che film si vede, sarà una mezza matta, di dove ha detto che è?-.

– Cuba -.

– Ma sì, sarà una di quelle che fanno quelle fatture, com’è che si chiamano.. I riti voodoo! -.

– Ma che sei scemo? Mica è africana! -.

Ernesto Sannito controllò i suoi appunti.

“Dulce Fedora Varela, nata a Santa Clara, isola di Cuba. Una sorella, Asunciòn. Tutti nel palazzo hanno un’ottima opinione di lei. Persona tranquilla e disponibile. Ama cantare. Da giovane era un’ottima ballerina di salsa cubana. Vedova con due figli a Padova. Ha lavorato in una piantagione di tabacco. Il marito era medico, argentino. Si sono sposati contro il volere dei genitori di lui. Matrimonio riuscito e longevo. Adora i rebus e le parole crociate. Altro che mezza matta. C’è qualcosa che non mi torna”.

Ernesto Sannito sospirò.

****

Intanto in Via San Polo 17 era gradatamente ritornata la calma.

Ognuno aveva archiviato l’episodio.

La normalità imperava.

“ Si tratterà solo di abituarsi a un inquilino un po’ particolare” pensavano tutti.

Tutti.

Tranne Dulce Fedora. Si tormentava giorno e notte. Non era mica diventata loca.

Quell’accidenti di poliziotto si sbagliava di grosso. “Io la seconda voce l’ho sentita…”.

La signora Amata aveva trascorso le notti successive all’accaduto immaginando vivide e improbabili scene d’azione. Sulpicio De la Rua che corre per i tetti della città con un mantello nero e una rosa in bocca. Sulpicio De la Rua che prepara una pozione magica, ma l’esperimento non riesce ed esplode tutto. Sulpicio De la Rua vittima di un raggiro, in debito fino al collo e inseguito dai creditori.

La terza settimana accadde qualcosa che scombussolò nuovamente il tran tran di Via San Polo.

Si dà il caso che il signor Ottavio e la signora Amata si contendessero il titolo di Pettegolone dell’Anno.  Entrambi stavano appostati dietro la porta davanti allo spioncino per registrare ogni impercettibile cambiamento, ogni movimento del soggetto sotto osservazione (a sua insaputa), Sulpicio de la Rua. Ebbene, Amata aveva dimenticato i biscotti nel forno. Le sue ampie nari furono presto raggiunte da un pesante odore di bruciato, e dovette correre a spalancare le finestre. In quel preciso lasso di tempo Ottavio vide qualcosa.

La porta dell’appartamento di fronte al suo, dimora di Sulpicio De la Rua, si apre.

Esce una figura in nero, alta e magra. Non prende l’ascensore. Scivola giù per le scale senza quasi toccare i gradini, come se fluttuasse. Ottavio non riesce a vedere bene il volto.

Subito dopo, Sulpicio De la Rua apre la porta, esce sul pianerottolo. Sta fermo in piedi per qualche secondo, un’espressione grave. Si siede sul primo gradino della scala, la testa tra le mani. Trae un lungo respiro e torna in casa.

Ottavio si precipita a telefonare alla signora Amata, che corre a chiamare Dulce Fedora.

“L’ho siempre detto io, che non estoy loca!” esclama questa con aria trionfante.

“Niente. Niente di niente” pensò sconfortato Ernesto Sannito controllando e ricontrollando compulsivamente lo schedario in centrale “Nessun precedente penale. D’altronde non ha sempre vissuto in Italia. Però sta qui da un po’…”.

Il collega Matteo non capiva perché gli stesse così a cuore quell’episodio sporadico. Quanti matti ci sono in giro, se stiamo dietro a tutti va a finire che diventiamo matti pure noi.

Ore 22.30.

Ottavio Casarini è pronto per coricarsi. Si assicura di aver ben chiuso porta e finestre, non si sa mai. Indossa il pigiama, si lava i denti.

Si infila nel letto.

Un quarto d’ora dopo un forte rumore come di lotta lo fa svegliare di soprassalto. Altri tonfi, poi un rumore di mobili spostati, o rovesciati. Più voci concitate. La parete del salotto di Ottavio confina con quella di Sulpicio De la Rua. Ottavio balza fuori dal letto e appiccica l’orecchio al muro. Non riesce a distinguere una parola, ma è sicuro di sentire più di una voce. Una delle due è più bassa e profonda dell’altra. Poi silenzio. Ottavio crede di avere le allucinazioni acustiche. Chiama Amata.

In quel preciso momento Ambra, la maestra che abita al piano rialzato, si sta preparando una tisana calda prima di mettersi a dormire. Mentre la bevanda è sul fornello, Ambra si affaccia alla finestra della cucina, stanca. All’improvviso si vede balzare davanti una figura nera, che piomba sulle peonie nel cortiletto.

– Aiuto, un ladro! Aiuto! Mario, chiama la polizia! Mario, svegliati, chiama la polizia, c’è un ladro che ci vuole svaligiare casa!-

– Chi? Cosa? Ma cosa dici? – il marito di Ambra, Mario, compare in cucina assonnato e barcollante. Ambra è in fibrillazione.

– Pronto, po…- non c’è nessun ladro in cortile. Né davanti al portone con un piede di porco in mano. Ambra perlustra quattro volte l’intero appartamento, ma non c’è nessun tentativo di intrusione in corso, né tantomeno un intrusore.

– Che strano, io…..-.

– Te e tutti quegli intrugli che bevi, ti fanno male al cervello! Dai, torna a dormire, che domattina mi devo alzare presto-.

Ambra non era convinta.

L’indomani era un mercoledì. Il suo giorno libero. Ambra aspettò che Mario fosse uscito di casa per recarsi al lavoro e compose il numero della centrale di polizia.

Ottavio e Amata erano a casa di Dulce Fedora, davanti al terzo caffè.

– Chiamiamo l’ispettore Sannito!-.

– No, no, quello piensa che estoy loca!-.

– Invece lo chiamiamo, è la seconda volta che sentiamo i tonfi-.

– Allora faccio il numero- concluse Amata inforcando gli occhiali.

– Sì, mi dica, signorina-.

–    Signora, prego. Vorrei denunciare un furto che non è avvenuto, cioè, insomma, un ladro nel cortile di casa mia che però poi è scappato senza rubare niente, quindi non è proprio un ladro, cioè, ecco, mi spiego meglio….-.

– Sì, guardi, le passo l’ispettore Sannito-.

– Aha…. Aha… Quindi si sono riverificati i rumori notturni…. Aha… A che ora? Sì…. Lei è il signor Ottavio Casarini? La signora Varela conferma?.. Aha… Si calmi, verificheremo personalmente-.

Matteo Zanin irruppe trafelato nell’ufficio di Ernesto Sannito.

– Non adesso, Mattè, non vedi che sono occupato… Pronto, si mi dica….. Aha… Un furto non avvenuto, dice? Si spieghi meglio, signorina.. Pardon, signora.. Aha.. Una figura smilza, in nero, Dice? Aha… A che ora? E non ha rubato nulla? Signora, lei assume sonniferi, psicofarmaci, per caso? No, non voglio insinuare nulla, non mi permetterei mai, ma vede, sono suggestioni… Aha.. Ne è davvero sicura? Aha… Senta, mi dia il suo indirizzo.. Come dice, scusi? Via San Polo? Diciassette, dice? Verificheremo quanto prima-.

Ernesto Sannito rimase sconcertato dall’incredibile coincidenza.

– Ispettore, c’è qui un signore molto agitato, un certo signor Maraini, un linguista, abita al 17 di Via San Polo, dice che sta succedendo il finimondo, dice che sta per crollare il palazzo, ha chiamato i pompieri, si vedono delle fiammate uscire dalla finestra di De la Rua. Pare sia in atto un conflitto a fuoco, insomma, i pompieri sono già arrivati e hanno fatto evacuare tutti i cittadini, ma la cosa più assurda, la cosa più assurda è… è…-.

– Fammi parlare con quest’uomo, per favore!- urlò Sannito .

Fu fatto entrare Nazareno Mariani, linguista. Raccontò per filo e per segno l’accaduto. La polizia si precipitò in Via San Polo 17.

C’era stata la solita sequela di tonfi, stavolta in pieno giorno. La signora Amata stava tornando dalla spesa e ha visto una fiammata uscire da una finestra dell’appartamento dell’ultimo piano, quello di Sulpicio De la Rua. Allora ha dato l’allarme. Ci sono state delle grida, e tonfi più forti. Hanno chiamato i pompieri che hanno fatto uscire tutti dal palazzo. E ciò che hanno visto entrando in casa da Sulpicio De la Rua è stato a dir poco sconcertante.

L’appartamento era sottosopra, ma intatto. Niente fiamme, niente fuoco.

Sulpicio De la Rua era in piedi, fissava un punto davanti a lui, sul pavimento. In quel punto giaceva esanime un uomo con un coltello conficcato nel petto. C’era qualcosa di strano però, in quell’uomo. Era totalmente privo di connotati. Sembrava una figura stilizzata. Non si riusciva a distinguere il volto, né le mani, né i piedi, niente.

E cosa altrettanto strana, non usciva una goccia di sangue, dalla ferita. Sembrava che il coltello fosse piantato nel pavimento.

E cosa oltremodo sconcertante, l’uomo non aveva volume. Era un tutt’uno col pavimento.

Il colmo era che non si riusciva a vedere dove finivano i piedi del cadavere e dove cominciavano quelli di Sulpicio De la Rua.

Sannito ebbe una folgorazione: Sulpicio De la Rua aveva ucciso la sua ombra.

Ci fu un processo, Sulpicio De la Rua passò del tempo in carcere, ma fu rilasciato.

Non c’era mai stato un caso del genere, la polizia, gli avvocati, nessuno sapeva come procedere, perché Sulpicio De la Rua aveva commesso un omicidio, ma di fatto non aveva ucciso nessuno.

Un iter giudiziario sfiancante per tutti

L’imputato rilasciò una lunga e straziante confessione, nella quale emersero le continue vessazioni subite.

Un’intera esistenza trascorsa all’ombra della sua stessa ombra.

“Alla fine l’ho dovuta eliminare, ho dovuto farlo, non potevo andare avanti così….”.

Ernesto Sannito decise che ne aveva avuto abbastanza. Diede le dimissioni, si ritirò a vita privata in campagna, coltivando assieme alla famiglia un piccolo appezzamento di terreno.

Matteo Zanin passò alla narcotici.

Il condominio di Via San Polo 17 non fu più lo stesso.

Amata Baruzzi, a settantacinque anni, scrisse un romanzo che ebbe una notevole fortuna.

Dulce Fedora fece insonorizzare le pareti di casa.

Ottavio Casarini vinse il titolo di Pettegolone dell’Anno.

Ambra e Mario Baraldi misero le inferriate alle finestre.

Il professor Mariani fece un viaggio in Colombia.

Sulpicio De la Rua, riprese la sua vita, amato da tutti, ma senza ombra.

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